martedì 28 dicembre 2010

Adesione delle Donne in Nero Italiane alla campagna BDS



Apparteniamo alla rete internazionale delle Donne in Nero, la nostra azione nel mondo è quella di opporci alle guerre, a ogni tipo di violenza, nella convinzione che ogni conflitto possa essere agito con il confronto, il dialogo nel rispetto dei diritti umani, sociali, politici.
Siamo da più di venti anni impegnate per una pace giusta in Medio Oriente, una pace che applichi il diritto e la legalità internazionale, mettendo fine alla politica coloniale israeliana e alle continue violenze, sofferenze e punizioni collettive subite dalla popolazione palestinese, messe in atto dal governo, dai coloni e dall’esercito israeliano, causate dall’occupazione illegale dei territori palestinesi, dalla politica di apartheid e dall’assedio della Striscia di Gaza.



Ci siamo recate più volte in quelle terre, abbiamo ascoltato le donne israeliane e palestinesi, abbiamo lavorato con loro cercando di creare o rafforzare relazioni. Le Donne in Nero israeliane si sono formate immediatamente all’inizio della prima Intifadah opponendosi all’occupazione voluta dal loro governo e dando vita allo stesso tempo al nostro movimento. Abbiamo sostenuto in Italia e nel mondo la loro lotta e quella delle donne palestinesi.

Siamo andate ai check point a protestare con loro, abbiamo fatto parte di
delegazioni internazionali in appoggio ai movimenti pacifisti e alle lotte nonviolente della popolazione palestinese; dopo il massacro di Gaza del 2008/09, in cui l’esercito israeliano si è macchiato di gravissimi crimini di guerra (1.400 morti fra cui 400 bambine/i) la situazione si è fatta molto più grave.

Per questo noi Donne in Nero della rete italiana, dopo meditata e spesso sofferta discussione, abbiamo deciso di aderire alla campagna mondiale BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni) lanciata nel 2005 dalla società civile palestinese, il Boycott National Committee (BNC), formato da oltre 170 organizzazioni, comitati, partiti e sindacati palestinesi, campagna sostenuta da associazioni, movimenti e anche istituzioni governative in Europa e nel mondo.


Appoggiamo inoltre la campagna dell’Autorità Palestinese per il boicottaggio dei prodotti nei Territori occupati, “La tua coscienza, la tua scelta”, attuata attraverso la legge che proibisce la distribuzione e il consumo dei prodotti delle colonie illegali israeliane e la mobilitazione di migliaia di giovani donne e uomini con cui il BNC collabora e l’appello a fare altrettanto negli altri paesi del mondo. Sosteniamo infine la campagna “Boycott from Within”, lanciata a sostegno del BDS da un vasto arco di associazioni nonviolente israeliane, fra tutte vogliamo citare la Coalition of Women for Peace e la WILPF israeliana.

  • Il boicottaggio è una pratica nonviolenta di non-collaborazione all’ingiustizia

  • Il boicottaggio economico si pratica sulle merci prodotte nelle colonie israeliane illegali perché costruite nei Territori Occupati e sulle merci prodotte da ditte o da multinazionali che sostengono l’occupazione. Cittadine/i, consumatrici/ori rifiutano di acquistare determinate merci prodotte senza rispettare i diritti umani, i diritti del lavoro e le norme ambientali ed esigono l’applicazione integrale degli accordi commerciali fra UE e Israele e il rispetto della legalità internazionale.

  • Il boicottaggio culturale denuncia gli accordi stipulati da Università, Enti locali e altre Istituzioni italiane per collaborazioni tecnologiche, scientifiche e culturali con Istituzioni israeliane compromesse con l’occupazione. Il Governo israeliano infatti utilizza il mondo universitario, i film, le opere letterarie, il turismo ecc. per promuovere l’immagine di un paese normale, in pace, felice, democratico che cancelli quella di una potenza occupante che opprime e viola sistematicamente i diritti del popolo palestinese. Naturalmente il boicottaggio culturale non intende essere applicato a chi sostiene la lotta nonviolenta contro l’occupazione militare e l’applicazione del diritto internazionale

  • Come cittadine italiane chiediamo l’abrogazione degli accordi militari con lo Stato d’Israele. La collaborazione attuale dello Stato italiano con un regime oppressivo come quello israeliano è una luce verde all'attuazione di altri crimini e alla violazione di altri diritti del popolo palestinese.

    Il boicottaggio non è contro la popolazione israeliana e meno che meno contro gli ebrei, ma contro il governo israeliano, contro l’occupazione militare dei Territori Palestinesi e gli insediamenti di coloni sempre in aumento, contro l’economia di guerra. Ad esso associamo iniziative per il diritto allo studio delle/dei giovani palestinesi e ci impegniamo a mantenere contatti con donne israeliane e palestinesi che sostengono la campagna BDS e a promuovere loro interventi in Italia.

    Crediamo che il BDS sia uno strumento necessario per fermare la politica di espansione coloniale israeliana, uno strumento per rendere Israele e la Comunità Internazionale responsabili delle violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani; crediamo sia anche uno strumento di comunicazione per far conoscere la reale situazione della Cisgiordania e di Gaza.

mercoledì 22 dicembre 2010

Una corsa contro la morte per Nasrin Sotoudeh

Le Donne in Nero italiane aderiamo all'apello al governo iraniano lanciato dal premio Nobel per la pace iraniano, Shirin Ebadi, affinche' liberi Nasrin Sotoudeh, avvocato e attivista per i diritti umani, in carcere da oltre tre mesi, che ha iniziato il suo terzo sciopero della fame.



Per il regime iraniano, Nasrin Sotoudeh è 3 volte colpevole:


Colpevole di essere una donna di convinzione.

Colpevole di essere un avvocato attivo nella difesa dei
diritti umani.
  • Colpevole di osare a parlare contro il regime.



Shirin Ebadi e altre sei fir
matarie dell’appello per la liberazione di Nasrin Sotoudeh, tra cui note figure attiviste per il diritto delle donne iraniane, hanno dichiarato che inizieranno un sit-in a partire dal 20 dicembre 2010 davanti agli uffici delle Nazioni Unite a Ginevra, fino al rilascio della loro collega Nasrin Sotoudeh dal carcere di Evin dove si trova in isolamento.

La vita di Nasrin Sotoudeh, l’avvocato e il difensore di diritti
umani, l’attivista per i diritti delle donne in Iran, è in grave
pericolo. Nasrin Sotoudeh è stata arrestata dalle autorità iraniane il
4 settembre 2010 per le sue attività per i diritti umani e ormai da
più di 103 giorni che si trova in carcere. Il procuratore ha accusato
questo coraggioso avvocato di attività propagandistiche contro il
regime e di attività contro la sicurezza na
zionale. Secondo il codice
penale iraniano, i capi di imputazione devono essere formulati entro
un massimo di 7 giorni dopo la conclusione delle indagini preliminari.

Inoltre, secondo il codice penale iraniano, è illegale tenere il
detenuto in cella d’isolamento dopo che sono stati formulati i capi di
imputazione e dopo l’inizio de proces
so. Ma la signora Sotoudeh si
trova in una cella d’isolamento dal primo giorno del suo arresto, cioè
da più di 103 giorni e le ripetute richieste della stessa e del suo
avvocato in questo senso sono state ignorate. Di conseguenza, la
signora Sotoudeh ha deciso di cominciare lo sciopero di fame
protestando contro la non applicazio
ne delle leggi e sta facendo lo
sciopero della fame e della sete dal 4 dice
mbre scorso.

Però, oltre ad ignorare le sue richieste, le autorità giudiziarie
hanno mosso nuove accuse contro di lei, accusandola, per esempio, di
non aver rispettato il velo islamico.


Noi, un gruppo di attiviste pei i diritti de
lle donne firmatarie di
questo comunicato, che da molti anni abbiamo l’onore di collaborare
con questa coraggiosa avvocatessa, o siamo state le sue assistite, per
esprimere la nostra sol
idarietà a Nasrin e in protesta contro la
violazione dei suoi diritti, cominceremo il sit-in davanti alla sede
dell’ONU di Ginevra a partire dal lunedì 20 dicembre prossimo.

Noi facciamo appello a tutti gli amanti della libertà, gli attivisti
per i diritti delle donne, tutti i membri della famiglia universale
dei diritti umani, invitandoli di unirsi a noi, chiedendo la
liberazione immediata di Nasrin sotoudeh, in qualsiasi forma
possibile, unendosi al nostro sit-in, invia
ndo e-mail e le lettere di
protesta al governo iraniano, facendo sit-in davanti alle ambasciate
iraniani nei vari paesi, o qualsi
asi altra forma possibile. Chiediamo
il vostro aiuto per far arrivare a tutto il mondo la voce della
giustizia per la nostra amica in carcere.

Firmatari: Shirin Ebadi, Khadijeh Mogaddam, Mansoureh Shojaee, Parvin Ardalan, Shadi Sadr, Asieh Amini, Mahboubeh Abbasgholizadeh


Nasrin Sotoudeh: Avvocato, Attivista, Madre


Shirin Ebadi ha inoltre chiesto una valanga di lettere alle autorita' iraniane e ai nostri governi. Si puo' mandare una lettera da qui:

http://org2.democracyinaction.org/o/6160/p/dia/action/public/?action_KEY=4638

martedì 21 dicembre 2010

Incontro con Martha Giralda della Ruta Pacifica

Eravamo presenti 5 DiN di Bologna, 2 di Ravenna, 3 di Padova, 1 di Torino, 1 di Verona oltre a Martha.

Tutte siamo state molto contente di aver partecipato all’incontro per aver conosciuto Martha: è una donna serena e nel contempo determinata che suscita subito simpatia, che non nasconde i problemi, ma li affronta con chiarezza cercandone una soluzione.

Nella premessa fatta da Patricia sono stati evidenziati alcuni punti, ripresi poi anche da Martha, per inquadrare la situazione in Colombia dal punto di vista delle donne:

  • le donne della Ruta cercano di riprendere i rapporti con l’Organización Femenina Popular, pur nella consapevolezza del persistere di differenti punti di vista politici: Ruta è drasticamente contro tutti gli attori armati (esercito, paramilitari, guerriglia), mentre O.F.P. ha incontrato sia guerriglieri sia paramilitari;
  • l’ex presidente Uribe ha cercato di coinvolgere nella sua politica esponenti di gruppi femminili, due donne hanno accettato di far parte della commissione governativa di giustizia e pace per la gestione della Ley de Justicia y Paz che riguarda i crimini di guerra; la Ruta è contraria a questo coinvolgimento;
  • alcune organizzazioni di donne non vogliono porre la violenza contro le donne, praticata da tutti gli attori armati, al centro della loro politica.

Martha ha subito comunicato che l’Incontro internazionale si terrà a Bogotà dal 15 al 20 agosto; in coda al convegno la Ruta vuole organizzare un tour nelle 9 regioni in cui è presente, un tour economico che potrà unire al convegno la conoscenza del paese e dei luoghi in cui di più il conflitto armato influisce negativamente sulla vita delle donne e delle popolazioni.

Da parte della Ruta c’è la volontà di approfittare di ogni viaggio per preparare l’incontro internazionale di agosto, capire perché sinora c’è stata una risposta così debole e stimolare la partecipazione.

Martha nei suoi ringraziamenti ha definito le Din italiane un pilastro del movimento delle donne contro la guerra, proprio per questo le colombiane si aspettavano per lo scorso novembre la partecipazione di molte donne dall’Italia, come d’altra parte dalla Spagna.

Le donne che vivono nei luoghi di conflitto (Palestina, Afghanistan, Sahrawi, Congo, Colombia…) hanno particolare bisogno di sostegno, appoggio alle loro lotte da realizzare attraverso iniziative politiche di pressione politica e protezione. L’appoggio deve avere l’obiettivo di rendere visibili i problemi delle donne in questi paesi difficili (per esempio fare in modo che non si dimentichi quello che accade in Palestina rispetto alle donne) e di dare valore a quello che esse fanno. La pressione politica e l’iniziativa nei nostri paesi dà loro la forza per acquisire influenza politica nel loro paese e genera un corridoio umanitario che dà loro protezione.

Per esempio per le donne della Ruta, che essendo laiche non hanno protezioni nemmeno della chiesa, è necessario che ci sia un grande numero di internazionali presenti al convegno da loro organizzato, infatti, quando con le loro azioni esse si espongono, corrono maggiori rischi per la sicurezza della loro vita, perciò, se il numero delle internazionali è basso, la loro posizione diventa più debole,mentre se la partecipazione internazionale è alta, ciò per loro significa protezione, forza e riconoscimento. Per questo è stato necessario spostare l’Incontro internazionale da novembre ad agosto e quello di agosto non può e non deve andare male.

Esse auspicano che si creino iniziative internazionali con azioni nonviolente dirette creative (nella Ruta ci sono alcune giovani donne molto creative alle quali viene dato spazio) contro la guerra, da fare a turno nelle varie città del mondo mensilmente avendone stabilito insieme i temi e le scansioni. Le giovani hanno talvolta difficoltà a capire perché si lotta contro la guerra e non per la pace e questo può essere inteso attraverso una lettura femminista della guerra.

Martha ha dato due esempi di azioni nonviolente dirette: una realizzata da loro in Colombia quando, approfittando di una curva nel percorso, hanno fatto entrare nel corteo di una parata militare un carro armato ricoperto di fiori e che sparava fiori, le cui foto hanno fatto il giro del mondo; un’altra realizzata in Spagna e Belgio di cui erano protagoniste delle donne che con dei bambini entravano nel reparto giocattoli di un grande magazzino, i bambini sparavano con pistole ad acqua colorata di rosso e le donne colpite cadevano a terra.

Dobbiamo fare pensieri comuni e azioni comuni che danno visibilità e rafforzano il movimento. Allo scopo si potrebbe lanciare un concorso di idee per azioni dirette nonviolente e performance e organizzare laboratori sulla nonviolenza e le sue pratiche, per valorizzare anche alcuni eventi storici nei quali si è ottenuta libertà e dignità senza spargimenti di sangue, che in genere non sono conosciuti, in particolare da giovani cui in tal modo si possono trasmettere dei valori.

Riguardo al XV° Incontro Internazionale delle Donne in Nero Martha ha innanzitutto sottolineato che è la prima volta che si tiene in un paese extraeuropeo (o che non graviti direttamente sull’Europa come Israele), in un paese dell’America Latina che gode della “summa cum laude” della violenza e della guerra, dove chi difende i diritti umani subisce continuamente forti aggressioni.

Ha poi illustrato i cinque assi delle tematiche del convegno:
  1. Primo Asse: Sicurezza militarizzata, corsa agli armamenti e protezione delle donne. Come il femminismo ha interpretato le politiche di sicurezza nel mondo attuale (militarismi, corsa agli armamenti; guerre nel sud, armi nel nord, protezione delle donne).
  2. Secondo Asse: Giustizia per i crimini di guerra e lesa umanità commessi contro le donne. Esperienze nei Tribunali ad hoc e Corte Penale Internazionale.
  3. Terzo Asse: Lettura da parte dei femminismi dei conflitti attuali. Conflitto armato; conflitto religioso; economie illegali; sessismo e xenofobia.
  4. Quarto Asse: Azioni o pratiche trasformatrici delle donne in risposta alle sfide. Incontri tra le partecipanti sulle strategie motivanti e le azioni trasformatrici realizzate dalle donne.
  5. Quinto Asse: Sfide delle Donne in Nero. Come ci interpretiamo e come rispondiamo. Bilancio delle Donne in Nero.

Per ogni asse ci sarà: l’introduzione fatta da una donna (per il I° asse hanno pensato a Luisa Morgantini che è già informata e ha accettato), workshops, restituzione in plenaria.

Il quarto asse dovrebbe essere importante per conoscerci, recuperare le varie memorie storiche, per individuare come stiamo interpretando la realtà che viviamo e le realtà esterne degli altri paesi: ci interessano le realizzazioni delle donne e poi, in particolare, delle DiN; siamo noi che dobbiamo valorizzare le nostre pratiche ed iniziative. Al riguardo Martha ci ha detto che, quando si reca in un altro paese, si accorge dell’importanza delle DiN in quel paese, cosa che le stesse DiN non sono in grado di percepire; “purtroppo voi europei avete interiorizzato l’Europa come un paese per vecchi!”.

Il lavoro e le conclusioni di tutti gli assi dovrebbe confluire nel quinto e nella plenaria finale dove si prenderanno delle decisioni.
In ogni caso dobbiamo dar valore alle azioni nonviolente che facciamo: la guerra toglie dignità e libertà, le azioni nonviolente invece danno dignità e libertà.
Le donne della OFP saranno invitate all’incontro in quanto appartenenti alla rete delle Donne in Nero.

Come preparazione al convegno le colombiane chiedono che nei gruppi locali e a livello di rete nazionale si faccia una discussione sugli assi tematici proposti e che si mandino le conclusioni a tutta la rete internazionale. La cosa peggiore per lo scorso novembre è stato il silenzio: la Ruta ci chiede di rompere il silenzio, di scrivere, anche individualmente, esprimendo le proprie difficoltà (sia di carattere economico sia in relazione alle relazioni tra donne in Colombia o altro) e la propria intenzione di partecipare.

La Ruta ha individuato 20 donne la cui partecipazione al convegno sarebbe molto importante, ma che non possono pagare viaggio e iscrizione e che quindi dovrebbero essere “adottate” dalle internazionali (alcune sono già state adottate). La gestione dei fondi in tal senso sarà a cura della Ruta.

Scadenze

Noi DiN presenti a Bologna abbiamo deciso di lanciare una raccolta fondi per l’adozione di alcune donne provenienti da “luoghi difficili”; dovremmo inviare quanto raccolto alla Ruta Pacifica entro febbraio.
Le iscrizioni al convegno vanno fatte entro marzo e saranno rese pubbliche sulla rete internazionale in modo tale da spingere altre a partecipare (si chiama “animar la fiesta”).

giovedì 18 novembre 2010

Le Donne Dicono NO alla NATO


Un anacronismo della Guerra Fredda

La NATO è stata fondata da Stati Uniti, Canada, Regno Unito e altri 9 paesi dell’Europa fra cui l’Italia come alleanza contro i paesi del blocco sovietico. L’Unione Sovietica è crollata nel 1990 ma la NATO è ancora qui e si è espansa, inserendo paesi dell’Europa centrale e orientale e dei Balcani.


… che diventa sempre più grande

Attualmente i membri della NATO sono 28 e c’è il tentativo di aggiungere Finlandia, Svezia, paesi del Mediterraneo, del Nord Africa e stati arabi. Il Medio Oriente, compreso Israele, è nei suoi orizzonti.


… contraria ai principi delle Nazioni Unite

I Segretari Generali della NATO e dell’ONU hanno firmato una Dichiarazione Congiunta di Cooperazione, senza autorizzazione dell’ONU. Ciò mette in pericolo l’indipendenza dell’ONU e la possibilità di sostenere la legislazione internazionale.

… una forza sempre pronta alla guerra

La NATO ha combattuto guerre fuori dei propri confini, in Kosovo e ora in Afghanistan e sta diventando sempre più una minaccia per la pace mondiale. I tre quarti delle spese mondiali militari sono effettuati dai paesi NATO.

… è un bunker nucleare
La NATO controlla oltre 11.000 testate nucleari inglesi, francesi e statunitensi, dislocate in varie località europee fra cui l’Italia con 90 testate atomiche, in spregio al Trattato di Non Proliferazione Nucleare (1975) e alla raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare per rendere l’Italia zona libera da armi nucleari ignorate dal nostro Parlamento.


Perché le donne protestano contro la NATO

Nel nostro paese le spese militari per la NATO e non solo, sono sempre crescenti a fronte di una grave riduzione delle spese per i beni e i servizi primari necessari, cosa che incide pesantemente prima di tutto sulla vita delle donne . In un paese di catastrofi, terremoti e allagamenti e incuria come l’Italia si continua con un crescendo di militarizzazione invece di investire per una civiltà degna di questo nome.



La guerra che verrà non è la prima. Prima ci sono state altre guerre. Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti. Fra i vinti la povera gente faceva la fame. Fra i vincitori faceva la fame la povera gente egualmente. Bertolt Brecht

Con le basi e le presenze militari aumentano lo sfruttamento sessuale e la violenza contro le donne. Ad esempio le guerre nei Balcani hanno prodotto una enorme industria del sesso e traffico di donne.


Le donne soffrono di più per gli effetti della guerra. Sono loro la maggioranza delle vittime civili, le rifugiate e le sfollate. Migliaia sono prive di mezzi di sopravvivenza come in Afghanistan dove oltre allo spreco di risorse per una guerra di cui non si conosce né il senso né il fine, si porta distruzione e morte

Ma le donne NON accettano il ruolo di VITTIME . Piuttosto, le donne hanno e possono sempre più avere un ruolo chiave nella prevenzione dei conflitti, nella riconciliazione e nella costruzione di processi di pace.


Come donne NON riconosciamo alla NATO alcun ruolo per la nostra sicurezza, che può scaturire solo da negoziati pacifici e dalla composizione nonviolenta dei conflitti.

Perché le donne protestano oggi

Nel Vertice della NATO che si tiene dal 19 al 21 novembre a Lisbona sarà adottato un nuovo concetto Strategico. Impegnerà sempre di più la NATO nelle strategie di militarizzazione, e, fra l’altro dovrebbe essere ratificata la decisione di trasferire ad Aviano e in Turchia tutte le testate nucleari USA sparse in Europa. E, mentre il governo turco pone per lo meno delle condizioni, il governo italiano si adegua in silenzio.







In decine di città, in Italia e in Europa, in questi giorni si protesta contro la NATO e le sue politiche sempre più minacciose. L’esportazione di armi, gli armamenti nucleari, le basi militari, e la sudditanza agli interessi USA sono tutti inquadrati nella NATO.




Conoscendo dalle donne afgane le sofferenze causate dalla guerra, a nostro e a loro nome chiediamo con forza il ritiro delle truppe italiane e di tutte le truppe dall’Afghanistan.

mercoledì 17 novembre 2010

Corpi e Territori senza guerre ne' violenze



Care amiche Donne in Nero nel mondo,

Prima di tutto desideriamo inviarvi i nostri saluti, con la convinzione che, in ogni angolo del pianeta, noi donne di questa Rete, stiamo opponendoci alla corsa agli armamenti, al militarismo, alle guerre ed anche alle violenze, perche' qualsiasi azione violenta contro altri esseri umani ed anche contro la natura e un affronto all’umanita' e al pianeta, per queste ragioni ci impegnamo a sradicarle dalle nostre vite e dai nostri corpi. Sappiamo che questa posizione politica ci mantiene unite.
Scriviamo questa lettera per comunicarvi che purtroppo non ci sono le condizioni per realizzare il nostro Incontro della Rete delle Donne in Nero nel mese di novembre di quest’anno. Ci siamo viste obbligate a prendere questa decisione dato che, a un mese e mezzo dall’evento, si erano iscritte solo 6 donne. Abbiamo lanciato un SOS e le iscrizioni sono salite a 16. Ci sarebbe piaciuto che un numero significativo di donne avesse risposto, ma non e' stato cosi'.

Siamo coscienti delle difficolta' causate da questa decisione, specialmente per le donne che hanno gia' acquistato il biglietto, speriamo che possano ottenere una nuova prenotazione. Abbiamo riflettuto e abbiamo ritenuto che un incontro con 16 partecipanti internazionali fosse insufficiente per realizzare un compito di questa natura, riteniamo infatti che questi incontri servono a ridefinire, scambiare, mantenere attivo il movimento nel mondo. Nel contempo, per noi donne colombiane, l’Incontro costituisce un’iniziativa internazionale che ci accompagna contro la guerra, in un conflitto armato interno che dura da piu' di 45 anni e ha lasciato piu' di 4 milioni di vittime e un forte degrado umano e ingiustizia sociale.

Riguardo alle preoccupazioni manifestate da alcune donne della Rete, sulla nostra capacita' di realizzarlo, vogliamo dire loro che non e' per mancanza di capacita' bensi' per mancanza di partecipazione da parte delle donne della Rete che abbiamo preso cuesta decisione; come hanno spiegato bene alcune che hanno scritto, e' un aspetto che va analizzato a partire dalla corresponsabilita', perche' in questo processo abbiamo sentito molti silenzi da parte di tutte: ci aspettavamo piu' sostegno dalla Rete, specialmente nel sollecitare le donne a venire all’Incontro affinche' questo potesse svolgersi con una rappresentanza internazionale adeguata.

La Ruta Pacifica de las Mujeres fa parte della Rete DiN dal 2001 e la nostra partecipazione era assicurata da circa 300 donne e forse piu'. Ma in realta' non si tratta di un evento per la Ruta PacÌfica, si tratta di realizzare il XV INCONTRO INTERNAZIONALE DELLE DONNE IN NERO e per questo abbiamo richiesto il concorso di tutte.
Avevamo svolto le attivita' necessarie per realizzare l’Incontro, praticamente lo avevamo gi‡ preparato, abbiamo un sito, visibilita', le strategie per pubblicizzarlo, abbiamo intrapreso molteplici iniziative, riservato luoghi per accogliervi, proposto i temi, la metodologia, i simboli, predisposto le traduzioni… ; per questo vi confermiamo la nostra disponibilita' a realizzarlo nella terza settimana di agosto 2011, ovviamente se la Rete e' d’accordo.
Tuttavia, se ci sono altre proposte vi preghiamo di comunicarle al piu' presto. Vi preghiamo anche di comunicarci la disponibilita' a venire nelle date proposte per il 2011, comprenderete infatti che sarebbe molto costoso per noi, a tutti i livelli, se si ripetesse la stessa situazione anche l’anno prossimo.

Inoltre, ci piacerebbe davvero molto che si concretizzasse la proposta delle donne di Londra che, quelle che hanno gia' il biglietto, vengano in novembre: sarebbe di grande aiuto se potessimo incontrarci e contribuire alla preparazione di questo Incontro che per noi e' di grande importanza ed anche partecipare ad alcune attivita' per il 25 novembre, Giornata del No alla Violenza contro le donne.
Restituiremo quanto versato per l’iscrizione alle donne che lo richiedano; se decidete di rinviare la vostra venuta per favore fatecelo sapere.

Vi ricordiamo che la data a cui viene rinviato il XV Incontro Internazionale delle Donne in Nero e' dal 15 al 20 agosto 2011.

Un abbraccio in sorellanza dalla Colombia.


Care amiche,
abbiamo provato anche noi molto dispiacere per il rinvio al 2011 dell’incontro internazionale della rete delle Donne in Nero.
Ci rendiamo conto che deve essere stata per voi una decisione difficile, ma pensiamo che siate stante sagge e coraggiose nel valutare che la partecipazione dagli altri continenti era troppo bassa per mantenere la data di novembre 2010.
Restiamo convinte che quella fatta a Valencia era stata una buona scelta e perciÚ pensiamo che vada mantenuto l’impegno di realizzare l’incontro a Bogota'; abbiamo anche molto apprezzato come voi lo stavate organizzando, sia sul piano pratico sia per la proposta di programma dei lavori che ci avevate inviato e che ci e' parsa molto ben articolata ed efficace.
In un nostro incontro nazionale di fine ottobre ci siamo interrogate sulle ragioni per cui e' stata cosi' scarsa la risposta, in particolare dall’Europa e ci siamo dette che Ë una responsabilita' collettiva, di cui Ë giusto che ci facciamo carico per il futuro, non avere scambiato per tempo opinioni, informazioni e proposte, tanto che Ë giunta del tutto inaspettata la notizia che erano cosÏ poche le iscritte.
Riteniamo che per l’agosto 2011 occorra un coordinamento molto piu' intenso; e' vero che la crisi economica ha aumentato i vincoli, ma in passato c’e' sempre stata una solidarieta' attiva, per cui le situazioni in condizioni migliori hanno messo a disposizione risorse per chi invece e' in maggiore difficolta'. Crediamo che questo vada fatto in modo organizzato, facendo circolare in rete entro la primavera 2011 sia le intenzioni di iscriversi all’incontro dai vari paesi sia l’informazione sui contributi che qualche gruppo puo' dare per l’organizzazione del convegno e perche' anche dai “luoghi difficili” siano possibili i viaggi in Colombia.
Vi ringraziamo anche per avere proposto agosto come mese del prossimo incontro; effettivamente questo puo' agevolare molto quante abitano nell’emisfero Nord, perche' e' piu' facile disporre di tempo libero da impegni di lavoro.
Secondo noi e' pero' molto importante che ci sia la presenza di tante donne dall’America Latina, perche' e' con le vostre realta' e con le caratteristiche peculiari dei vostri movimenti e delle vostre visioni e modalita' di azione che tutte vorremmo avere occasione di confrontarci.
Abbiamo molto apprezzato la proposta di Rebecca e speriamo che le donne che avevano gi‡ acquistato il biglietto possano davvero trovarsi a Bogota' per un primo scambio di idee in vista del convegno; pensiamo che questa riflessione potra' essere molto utile a tutte noi.
Nella speranza che d’ora in avanti si svolga un buon cammino che ci porti in Colombia il prossimo agosto, vi inviamo la nostra amicizia e riconoscenza per quanto avete fatto e farete. Nello stesso tempo, vi preghiamo di farci sapere che cosa vi aspettate dalla rete internazionale, in modo che la nostra collaborazione possa andare nella direzione che voi ci indicherete.
Con i saluti piu' affettuosi
La rete italiana delle Donne in nero.

venerdì 12 novembre 2010

NO ALLA GUERRA- SI ALLA CULTURA


Sabato 6 novembre, davanti alla prefettura di Novara, a partire dalle 15 e per tutto il pomeriggio, il Comitato docenti e ata precari e sottoprecari di Novara e USN, Unione Studenti Novaresi, hanno tenuto il presido 'No alla guerra, Sì alla cultura', per contestare i tagli, effettuati dal Ministro Gelmini a scuola, a università e ricerca; mentre, di contro, il Ministero della Difesa provvede all'acquisto di 131 cacciabombardieri F35 e le spese militari ammontano a 20 miliardi annui.


In piena crisi economica il governo Berlusconi ha sferrato il più grande attacco che un governo di questa Repubblica abbia mai condotto al futuro dei giovani.

Meno 7,3 miliardi di euro. A tanto ammontano i risparmi che il Ministro dell’Istruzione Gelmini vuole realizzare. Un miliardo e seicento milioni nel solo 2010.

Destino analogo per università e ricerca che quest’anno vedono ridursi di 810 milioni il proprio stanziamento.

A questo si aggiungano i 232 istituti culturali ai quali il Ministero della Cultura ha già tagliato i fondi statali.

E mentre si fa cassa sulla pelle di studenti e lavoratori accade che, sempre nel 2010, il bilancio del Ministero della Difesa stanzierà 20 miliardi di euro di spese militari mentre nei prossimi anni spenderà ben 13 miliardi per l’acquisto di 131 cacciabombardieri F35.

Il tutto nonostante la nostra Costituzione reciti: “L’Italia ripudia la guerra”.

Curiosa coincidenza vuole poi l’inizio dei lavori di assemblaggio degli F35 proprio all’avvio di questo difficile anno di nuovi tagli. Il recinto dell’aeroporto di Cameri, presso Novara, è solo uno dei luoghi destinati all’operazione.

CHE FUTURO VOGLIAMO?

Per opporsi a tutto questo, a un anno di distanza dall’invito rivolto alle scolaresche dal Provveditore agli studi di questa Provincia ai festeggiamenti per il centenario dell’aeroporto di Cameri, il Comitato docenti e ATA precari e sottoprecari di Novara e USN- Unione studenti novaresi- dichiarano con fermezza:
  • NO all’insegnamento dell’uso delle armi e della cultura militare nelle scuole come proposto dal protocollo dei Ministri Gelmini-La Russa;
  • ad una scuola di qualità con: laboratori, aule sicure, classi non sovraffollate, didattica al passo coi tempi;
  • NO all’acquisto dei caccia bombardieri F35 e ad ogni altra inutile spesa militare;
  • ad un’università di qualità e ai finanziamenti alla ricerca;
  • NO alla cultura della paura e ad una falsa retorica della sicurezza che crea eserciti inutili;
  • ad un esercito di cittadini consapevoli educati alla cultura della legalità e della non violenza;
  • NO ai teatri di guerra che lasciano dietro di sé morti, sfollati e macerie;
  • ai teatri, alla musica, e a quanto nutre la coscienza civile di una società e del suo popolo;
  • NO ad una scuola che taglia sul sostegno lasciando soli gli alunni disabili e le loro famiglie;
  • ad una scuola che insegni il valore dell’integrazione e del dialogo tra i popoli.

giovedì 4 novembre 2010

Siamo in Guerra?



Questa è la domanda che è stata posta in Parlamento dopo le ultime uccisioni di militari italiani in Afghanistan. E dire che dal 2003 in poi si è parlato di “missione di pace”; in realtà la missione è sempre stata sotto comando militare, in particolare della NATO e le logiche con cui è stata portata avanti sono sempre state logiche di guerra: e se ne vedono gli effetti.





Disegno da un 12enne Afgano



Un dato molto significativo è come è cresciuto negli anni l’impegno italiano in termini di uomini e di spesa: dal contingente di 1000 militari nel 2003 si arriva a 3900 nel 2010, con una previsione di 4500 per il 2011, mentre i costi sono passati da 100 milioni di euro nel 2003 a 675 milioni di euro nel 2010. Tra il 2003 e oggi hanno ruotato nel teatro delle operazioni 90.000 uomini con turni di avvicendamento passati da quattro a sei mesi, mentre dall’inizio della missione il costo complessivo è stato di 3 miliardi e 100 milioni di euro

Per farci un’idea di cosa accadrebbe se rovesciassimo la logica, come scrive il coordinatore della Rete Italiana per il Disarmo, “la spesa militare è uno svantaggio… Disarmo e pace non sono solo giusti per chi ci crede, ma anche convenienti: in dieci anni le spese militari mondiali sono cresciute del 50%, da 1000 a 1500 miliardi e l’industria bellica ha avuto una flessione dei posti di lavoro”, mentre quegli stessi soldi investiti nella società permetterebbero “un raddoppio dei posti di lavoro e la crescita di 1,5 volte per lo sviluppo economico in generale”.

Oltre ai costi esorbitanti, sappiamo che nell’informazione corrente è stata nascosta la realtà di quanto stava accadendo, e chi, come Emergency, faceva conoscere la verità, è stato esposto a censure, critiche e attacchi. Adesso cominciano a uscire documenti, tenuti finora segreti, sulle decine di migliaia di vittime civili e sulle responsabilità delle truppe dei vari paesi, italiani inclusi.

Per anni, hanno detto che lo scopo della missione era riportare in Afghanistan la democrazia e la pace e promuovere i diritti delle donne. Soltanto attraverso le relazioni dirette con associazioni di donne afgane abbiamo potuto seguire nel tempo la situazione con cui si confrontavano e conoscere la capacità di resistenza attiva e non armata della popolazione e il coraggio delle donne che permette loro di dire apertamente che vogliono la fine di ogni azione di guerra, dell’occupazione militare e del potere dei signori della guerra e dell’oppio, ormai chiaramente sostenuti dagli Stati Uniti.

Queste donne sono punto di riferimento per intere popolazioni per la capacità che hanno dimostrato di sapere interpretare il loro dolore e cogliere le loro necessità: di qui la fondazione e la gestione diretta di associazioni per le donne, per l’istruzione di bambine e bambini, che già clandestinamente era portata avanti sotto il regime dei talebani e l’impegno politico e umanitario irto di difficoltà e gravi rischi.

Con i combattimenti in corso le donne vengono espropriate della possibilità di esprimersi, insieme ai bambini sono il bersaglio del massacro dei civili, ma sono consapevoli della sua inutilità e crudeltà.

Dobbiamo sostenere le donne afgane e la società civile e chiedere fermamente la fine dell’occupazione dell’Afghanistan e il ritiro delle truppe italiane e di ogni paese.

lunedì 1 novembre 2010

Solidarieta' con le Madri in Lutto in Iran


Le Donne in nero italiane esprimono la loro solidarietà alle Madri di Park Laleh(Madri in lutto in Iran) che sostengono Zhila Mahdavian madre di Hesan Tarmasi e Akram Neghabi madre di Saeed Zeinali, imprigionate per aver difeso i loro figli incarcerati nelle dure prigioni iraniane. Chiedono che vengano liberate il più presto possibile e che il governo iraniano rispetti i diritti umani,i diritti delle donne e il diritto delle madri di difendere i loro figli.

Akram Neghabi e' la madre di Saeed Zeynali- uno studente che e' stato arrestato 11 anni fa. Finora, sua madre non ha ricevuto nessuna notizia di lui.

Zhila Mahdavian e' la madre di Hesam Tarmasi; Hesam e' stato arrestato dalle forze di sicurezza durante una protesta dopo le elezioni. E' stato rilasciato ma da allora e' stato in ospedale con problemi gravi di reni e fegato.


Queste madri e famiglie cercano la verita' sull'uccisione, incarcerazione e sparizione dei loro cari. Vogliono risposte dal governo e chiedono la liberazione incondizionata di tutti i prigionieri politici e prigionieri di coscienza.

Liberate la Pace

L'11 Ottobre, Abdallah Abu Rahmah ha ricevuto la sentenza del tribunale militare israeliano che lo condanna a 12 mesi di carcere per il suo coinvolgimento nella lotta popolare nonviolenta di Bil’in contro il Muro e gli insediamenti.

Abdallah Abu Rahmah, coordinatore del Comitato Popolare di resistenza nonviolenta di Bil’in contro il Muro e gli insediamenti, è stato arrestato lo scorso anno dai soldati durante un raid notturno nella sua abitazione. È stato successivamente incriminato davanti ad una Corte militare Israeliana con accuse prive di fondamento, tra cui quella di aver tirato pietre contro i soldati durante le manifestazioni, oltre al possesso di armi.

Abu Rahmah è stato prosciolto da entrambe le accuse, ma condannato per aver organizzato manifestazioni illegali ed aver incitato la popolazione a partecipare. Quello di Abu Rahmah è un caso esemplare del cattivo utilizzo del sistema legale militare israeliano in Cisgiordania, che ha il chiaro proposito di mettere a tacere il legittimo dissenso politico della popolazione.

La sua condanna è stata oggetto di forti critiche anche a livello internazionale: Catherine Ashton, Alto Rappresentante dell’UE per la Politica Estera e di Sicurezza Comune, e Vicepresidente della Commissione, ha espresso la viva preoccupazione “che la possibile condanna del signor Abu Rahmah sia volta ad impedire, a lui o ad altri palestinesi, il legittimo esercizio del loro diritto di protesta”, dopo che i diplomatici dell’Unione Europea erano stati presenti a tutte le udienze del processo. Alle dichiarazioni di Catherine Ashton ha fatto seguito quella, non dissimile, del Parlamento Spagnolo.

Purtroppo, il governo italiano non ha fatto una simile dichiarazione. Il gruppo americano, Jewish Voices for Peace, hanno organizzato una campagna di lettere diretta a molti governi, incluso quello italiano.
Clicca qui per mandare una lettera a Franco Frattini.




"Liberta' - Senza Muri, Senza Confini"

si legge sullo striscione di attivisti durante una protesta al centro di Tel Aviv per la liberazione di tutti i prigionieri politici.

lunedì 18 ottobre 2010

Spese militari dalle nostre tasche


Non passa giorno senza manifestazioni di studenti e personale della scuola di ogni ordine che protestano contro i tagli indiscriminati di risorse alla didattica e al personale (il più grande licenziamento di massa operato in Italia: 140.000 posti di lavoro in meno e 7,5 miliardi di euro in meno in tre anni). Studenti, insegnanti e personale si oppongono allo smantellamento della scuola pubblica che ha una funzione fondamentale per lo sviluppo non solo delle singole persone ma dell’intera società.

Purtroppo, per quanto gravi, questi non sono gli unici tagli che si abbattono sullo stato sociale per quest’anno, vi si aggiungono: 271 milioni di euro in meno per le politiche sociali, 127 milioni in meno per il servizio civile, 90 milioni in meno per le famiglie, 14 milioni in meno per le pari opportunità, 58 milioni in meno per le politiche giovanili; azzerato il fondo per l’immigrazione.

In tre anni mancheranno, inoltre, 5 miliardi di euro per la sanità e 9,2 miliardi agli enti locali che saranno perciò costretti a ridurre i servizi per cittadine e cittadini.

Il governo italiano tuttavia sceglie di continuare a investire nel militare risorse ingenti. Noi pensiamo invece che si potrebbe:

  • ritirare le truppe dall’Afghanistan con risparmio di circa 500 milioni di euro annui
  • non firmare il contratto per la produzione e l’acquisto dei bombardieri F35 con un risparmio di 16 miliardi in 16 anni (di 207, 6 milioni solo per il 2010)
  • risparmiare 3 miliardi di euro annui riducendo a 120 mila l’organico delle forze armate, nelle quali attualmente sono più numerosi gli ufficiali della truppa
  • eliminare la presenza dei militari nelle città con un risparmio annuo di 31,2 milioni di euro,
economie che potrebbero essere utilizzate per evitare una parte non indifferente dei tagli alla spesa sociale.

Come femministe e pacifiste ci opponiamo da sempre alle spese militari innanzitutto per motivi etici, ma è evidente che in questa fase di crisi queste spese incidono pesantemente e concretamente sulla vita di tutte e tutti noi
.



Le risorse vanno usate per migliorare il tenore e la qualità della vita delle persone e non per costruire o acquistare armi che servono soltanto ad uccidere.

domenica 11 luglio 2010

S.O.S Ricostruzione L'Aquila e il suo Territorio

Il 7 luglio. in 20.000 gli aquilani sono arrivati a Roma per protestare contro il programma del governo, per rompere il silenzio imposto dai media sulle proteste e iniziative dei cittadini del territorio colpito dal terramoto, per chiedere equiti e diritti.

La richiesta:

Una legge organica che preveda:

  • Congelamento di mutii e prestiti, sospensione di tesse e imposte per 5 anni e successiva restituzione in 10 anni senza interessi.
  • Garanzie per i disoccupati, casintegrati e precari.
  • Misure per far ripartire le attivita' economiche.
  • Un piano di ricostruzione per le citta' e i paesi attraverso procedure snelle e efficaci
  • Tutte le risorse economiche necessarie anche prevedendo una tassa di solidarieta'


L'Aquila, tra mille difficoltà, ha saputo esprimere in questi mesi la ferrea volontà di non morire e resistere dando vita ad articolate e numerose forme di protesta e di proposta, dall’esperienza dei comitati cittadini al movimento delle carriole, dalle sperimentazioni di progettazione partecipata alle assemblee cittadine all’interno del Presidio Permanente di Piazza Duomo.













Questo nonostante una gestione dell’emergenza inedita in Italia che ha escluso in ogni modo la partecipazione delle persone dalla definizione del loro futuro imponendo scelte e modelli culturali che hanno ridefinito sotto i nostri occhi il territorio, favorendo lo spopolamento, la speculazione edilizia e lasciando tutti i problemi irrisolti, primo fra tutti la ricostruzione della nostra città, dei nostri borghi e di quella dei 59 comuni colpiti, mai iniziata.

In più quello che qui si è costruito lo si è fatto in stato di emergenza ma in maniera definitiva e a proprio piacimento edilizio, inibendo – anche con dosi di assistenzialismo esagerate e concentrate – la ricostruzione sociale e culturale della comunità senza rispettare la sua autonomia e la capacità di autodeterminarsi dal basso.

Tra i primi abbiamo denunciato la trasformazione in atto della Protezione Civile che qui a L’Aquila, come in Campania per i rifiuti, ha sperimentato un modus operandi fatto di grandi appalti, grandi eventi e di scarsa o nessuna trasparenza, poi resa evidente dalle inchieste in corso, e grazie alla rete messa in piedi con altre realtà italiane abbiamo organizzato le mobilitazioni contro la sua trasformazione in una Società per Azioni.

L’articolo 39 inserito nella manovra finanziaria che il governo si appresta ad approvare è l’ennesima “mazzata” che il “Sistema Italia” riserva al nostro territorio.

Ci si chiede di tornare a pagare le tasse, i mutui, le imposte dal 1° luglio 2010 e a restituire tutti i contributi che sono stati ad oggi sospesi in tempi brevissimi ed in modalità non chiare.

Ad oggi è per noi semplicemente impossibile far fronte a questa richiesta.
Perché nel nostro territorio ci sono 16.000 persone che hanno perso o stanno perdendo il lavoro, e di questi migliaia sono cassaintegrati;

Perché nulla è stato pensato o fatto dal governo e dalle varie strutture commissariali per favorire il rilancio dell’economia se escludiamo il ridicolo contributo di 800 euro per tre mesi erogato ai commercianti e agli artigiani, insufficiente perfino per pagare i debiti con i fornitori.

Non stiamo chiedendo particolari privilegi ma semplici diritti. Dopo il terremoto che ha colpito l’Umbria e le Marche le popolazioni terremotate hanno restituito le imposte sospese dopo 12 anni e solo al 40%.

Stiamo chiedendo una legge organica che stabilisca fondi e tempi certi per affrontare la ricostruzione. La popolazione già a giugno 2009 sapeva, quando ha contestato il decreto Abruzzo, che i fondi finora stanziati erano totalmente insufficienti. Ora anche le istituzioni locali ci vengono a dire che sono esauriti i fondi anche per coprire l’emergenza che non è ancora finita (come i soldi per gli alberghi dove sono costretti ancora in migliaia di aquilani, per il contributo di autonoma sistemazione di cui l’erogazione è ferma a gennaio o per la ristrutturazione degli immobili lievemente danneggiati).

Vogliamo uscire dalla continua incertezza dettata dal sistema delle ordinanze e delle proroghe all’ultimo minuto, vogliamo ricostruire e crediamo che questa non possa essere una battaglia solo di questo territorio.

L’Aquila non si arrende e prova a resistere. In oltre 20.000 il 16 giugno hanno attraversato le strade della città e occupato l’autostrada A 24 per due ore. La notizia è stata silenziata o censurata dai grandi media. Purtroppo siamo abituati ad una informazione che sul nostro territorio ha favorito la propaganda, dando risalto alle migliaia di passerelle di politici e mondo dello spettacolo, e ignorato sistematicamente le reali condizioni in cui viviamo.

La Risposta



La manifestazione a Roma ha finalmente ribaltato lo scenario di cartapesta che il governo berlusconi, insieme al suo sottosegretario bertolaso, ha magistralmente diretto per mettere a credere a tutti gli italiani che il miracolo aquilano è stato compiuto. Speriamo che almeno questo messaggio sia passato

mercoledì 16 giugno 2010

Di ritorno da Palestina e Israele - Giuliana e Marianita

Dal 19 al 27 aprile abbiamo partecipato al viaggio in Israele e Palestina organizzato dall’Associazione per la Pace con Luisa Morgantini.

Molto tempo era passato dai nostri precedenti viaggi (Giuliana dal 2005 per l’Incontro internazionale delle Donne in Nero a Gerusalemme, Marianita da un viaggio a cavallo tra il 2000 e 2001, all’inizio della seconda Intifada).

E’ stata una settimana pienissima, durante la quale abbiamo potuto partecipare a eventi importanti come la V° Conferenza internazionale per la resistenza popolare nonviolenta a Bil’in, e incontrare e visitare persone, gruppi, luoghi significativi.

Nel documento alla fine potrete leggere tutto il racconto dettagliato del viaggio. Ora vogliamo solo comunicare quello che più ci ha colpito.

Innanzi tutto un’impressione che ci ha sconvolto: la Palestina non c’è più, è stata un po’ alla volta rosicchiata, inghiottita, divorata dal muro, dalle strade, dai checkpoint ma soprattutto dalle colonie che dominano il paesaggio della Cisgiordania, dove città e villaggi isolati tra loro affiorano come isole in un mare di occupazione. Anche Gerusalemme, “la santa”, “la città della pace”, è soffocata in una morsa di arroganza e sopraffazione che si fa cemento e muro e case demolite o rubate e nuovi insediamenti.

Ma se la Palestina sta scomparendo, i Palestinesi e le Palestinesi esistono e resistono: a Bil’in e nei comitati popolari di altri villaggi che hanno scelto la via della resistenza non armata, della lotta per i loro diritti portata avanti con tenacia nonostante gli arresti, le botte, le reazioni violente dell’esercito israeliano che non si vergogna di sparare contro civili disarmati, ferendoli e a volte anche uccidendoli; nella Valle del Giordano dove accerchiati da colonie che rubano la terra, l’acqua, la vita, continuano a cercare di coltivare la poca terra che ancora non gli è stata sottratta; a Nablus dove nel campo profughi di Balata o in città si organizzano attività per dare speranza di un futuro a bambine e bambini, ragazze e ragazzi che ancora sognano una vita “normale”, a Hebron – soffocata da insediamenti che si insinuano nel cuore della città – dove si restaurano le vecchie case e si tenta di ridare vita al vecchio mercato.

E con le Palestinesi e i Palestinesi continuano a resistere e lottare anche quelle Israeliane e quegli Israeliani che ogni venerdì affrontano con i comitati popolari palestinesi i soldati di Tsahal a Bil’in e non solo, o a Gerusalemme est protestano al ritmo di tamburi di fronte alle case rubate dai coloni e protette dalla polizia.

Dedichiamo questo racconto a tutte e tutti loro:

alla gente di Bil’in, di Nil’in e degli altri villaggi

alle famiglie di Sheik Jarrah rimaste senza le loro case e alle ragazze e ai ragazzi israeliani che li sostengono

a Fathy Khdirat che ci ha accompagnato lungo la Valle del Giordano

agli animatori del Yafa Cultural Center di Balata e della Human Supporters Association di Nablus

a Rauda Basir che continua a lottare per le donne e con le donne

alle ragazze e ai ragazzi di Nablus e dintorni che hanno ballato e suonato per noi

a Nurit Peled e Rami Elhanan del Parents Circle che dalla consapevolezza del dolore traggono la forza di ascoltare l’altro e costruire insieme la strada lunga e tortuosa della pace

a Nayla Ayesh che è venuta con noi a Haifa da cui mancava da 15 anni

alle attiviste e agli attivisti del Massawa Center per i diritti dei cittadini palestinesi di Israele in Haifa e alle donne di Isha Isha e di Aswat sempre ad Haifa

ai Combattenti per la pace che abbiamo incontrato a Giaffa e in particolare a Liri che sogna di sposarsi a un check point

ai responsabili dell’Hebron Rehabilitation Committee che con determinazione cercano di ricostruire il tessuto sociale del vecchio centro di Hebron

alle donne che lavorano e che hanno trovato rifugio nel Mehwar Center di Beit Sahour

a Nidé, a Tariq, a Sahaladdin, a tutte quelle e quelli di cui non ricordiamo il nome ma di cui non dimenticheremo il volto, la voce, il messaggio.

A Luisa per la passione con cui continua a vivere tutto ciò nonostante il dolore che tutto ciò significa e a Cecilia per la sua gentile disponibilità.

Viaggio in Palestina

lunedì 7 giugno 2010

Solidarietà in Israele con la Flotilla della Libertà di Gaza

Dalla Coalizione delle Donne Israeliane per la Pace (CWP)

La mattina presto di lunedì 31 maggio,
ci siamo svegliate con l’orribile notizia di questo raid israeliano contro i pacifisti sulla Flotilla Libertà per Gaza, che ha ucciso più di 10 persone e ne ha ferite alcune decine.

La flotilla trasportava 10.000 tonnellate di cibo, medicamenti e altri prodotti a Gaza, che è sotto assedio israeliano dal 2005 (con restrizioni più dure dal giugno 2007). L’assedio, che aveva il fine di isolare e indebolire Gaza, è una punizione collettiva di una popolazione civile di 1,5 milioni di persone.

La Coalizione delle donne per la pace è solidale con il popolo palestinese e con i membri eroici della Flotilla della Libertà di Gaza. Malgrado i tentativi dei media israeliani e delle autorità pubbliche di presentare un sostegno unanime all’assalto illegale contro dei pacifisti internazionali, migliaia di Israeliani hanno manifestato contro in questi ultimi giorni.

Manifestazioni spontanee si sono tenute immediatamente dopo la notizia dell’assalto brutale contro la flotilla – ad Haifa, Nazareth, Shefa-'Amr e altre città in Israele. Nello stesso tempo, 250 Israeliani sono arrivati nel porto di Ashdod, un’azione organizzata dalla Coalizione delle donne per la pace e altre organizzazioni israeliane per manifestare contro il brutale massacro e per esprimere la loro solidarietà con la flotilla e con il popolo palestinese. Lunedì sera ci sono state manifestazioni a Tel Aviv, Gerusalemme, Haifa e Um-El-Fahem. I manifestanti richiedevano un impegno internazionale per togliere l’assedio di Gaza. Altre manifestazioni si terranno per tutta la settimana in Palestina e Israele.

Ci piacerebbe condividere con voi alcune delle voci della CWP dopo il raid:

«Malgrado questo tentativo di ridurre al silenzio la critica, ci sono molti cittadini israeliani che protestano contro questo massacro e chiedono ai responsabili di rendere conto. La versione ufficiale dell’esercito e del governo è molto poco credibile, specialmente dopo aver imposto un blocco elettronico ai tentativi di informare sul raid. La comunità internazionale ha fatto così poco per far giudicare i responsabili di crimini di guerra commessi contro il popolo palestinese. Altri paesi si impegneranno di più per intervenire dopo che dei crimini sono stati commessi contro i loro stessi cittadini?
Inna Michael, coordinatrice Risorse e Sviluppo della CWP

Il massacro di oltre 10 militanti è esclusiva responsabilità dello Stato d’Israele, che poteva certamente evitare di far scorrere il sangue inutilmente. L’assedio di Gaza e l’attacco di pirateria dell’esercito israeliano alle navi della flotilla – sono vere provocazioni. Quest’atrocità deve aprire gli occhi della comunità internazionale sui crimini commessi da Israele.
Eilat Maoz, la coordinatrice generale della CWP





Se questo è quel che Israele è capace di fare a dei pacifisti, dei difensori dei diritti umani e dei membri del Parlamento, allora cosa non è capace di fare a dei civili sotto occupazione militare? Ora è venuto il tempo di risvegliare la lotta internazionale contro l’assedio di Gaza e l’occupazione.

Areen Hawari, Balad, membro della CWP





Dall’inizio dell’assedio, la CWP l’ha denunciato pubblicamente reclamando il suo ritiro immediato. La comunità internazionale non può più restare senza fare niente – deve utilizzare tutti gli strumenti diplomatici e civili per fare pressione su Israele affinché metta fine all’assedio di Gaza, e per punire le autorità israeliane responsabili di crimini di guerra.

Venerdì 4 giugno, la Coalizione delle organizzazioni contro l’occupazione e i comitati popolari palestinesi hanno fatto un’azione comune per ricordare i 43 anni dall’occupazione del giugno 1967 dei territori palestinesi. 43 anni di dominio, di oppressione, di segregazione, di costruzione di colonie, di furto d’acqua e di terre, di regime militare, di restrizione di movimento, di demolizioni di case, di arresti politici, di torture, di crimini di guerra ed espansione coloniale.

Con questa azione vogliamo dire a Israele di togliere l’assedio di Gaza, di mettere fine all’occupazione e di fermare la separazione tra Palestinesi e Israeliani e tra i Palestinesi e le loro terre.


Ci appelliamo ai nostri amici della comunità internazionale perchè tengano veglie di solidarietà nel mondo – manifestando contro l’assedio di Gaza, l’occupazione senza fine della Palestina e l’assalto mortale contro civili innocenti, che tentavano di rompere l’assedio.

domenica 30 maggio 2010

Massacro in Mare







L’alto mare deve essere riservato a scopi pacifici e nessuno Stato può pretendere di assoggettarne alcuna parte alla sua sovranità


Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare



Nelle prime ore di oggi, la marina di guerra israeliana ha attaccato la Freedom Flotilla. Secondo l'avvocato israeliano del Free Gaza Movement, 10 dei passeggeri sono stati assassinati.

Con poche eccezioni, i governi del mondo sono compliciti di questi assassini, di quest'atto di pirataria per le tante volte che hanno chiuso gli occhi agli atti illegali dei governi israeliani durante i 42 anni dell'occupazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza. Il governo di Israele crede nella sua impunita' - e i nostri governi gli danno ragione.

Oggi e nei prossimi giorni si organizzeranno nel nostro paese ed altrove manifestazioni e presidi per protestare contro l’attacco illegale che la marina israeliana ha compiuto in acque internazionali contro le 6 navi della Freedom Flotilla che portavano materiale necessario ed indispensabile alla sopravvivenza della popolazione di Gaza stremata dall’assedio che Israele, col supporto della comunità internazionale, ha imposto da più di tre anni, mentre con l’operazione piombo fuso ha ucciso oltre 1400 persone di cui 400 bambini

Ribadiamo che le barche che componevano Flottiglia erano in tutto e per tutto

  • PACIFICHE
  • LEGALI
  • UMANITARIE

Perché lo scopo era unicamente

  • Contribuire alla ricostruzione di Gaza e a riportare una vita normale nella striscia
  • Esortare Israele, l’Egitto, l’Italia e la società internazionale a cessare l’embargo
  • Mostrare con un gesto concreto alla popolazione di Gaza che non era sola
  • Richiamare Israele al rispetto delle norme del diritto internazionale e della Carta dei Diritti dell’Uomo
Invitiamo tutti a inviare lettere di protesta al ministro Frattini e al sottosegretario Letta che erano stati sollecitati perché il governo italiano intervenisse nei confronti di quello israeliano e non l’hanno fatto

Manifestazioni in Italia

31 maggio


  • Roma, ore 17.00 piazza San Marco.
  • Milano, ore 17.30 in piazza San Babila;
  • Bologna: ore 17.00 in piazza Maggiore;
  • Genova: ore 18.00 davanti alla Prefettura;
  • Torino: ore 17.00 davanti a palazzo Nuovo;
  • Napoli: ore 17 piazza Plebiscito.;
  • Grosseto: ore 18 davanti a prefettura;
  • Parma: ore 18 in piazzale della Pace;
  • Bergamo: ore 18 davanti al Comune;
  • Venezia: ore 17 ponte di Rialto;
  • Siena: davanti prefettura di piazza Duomo;
  • Livorno: ore 18 piazza Grande;
  • Firenze: ore 17 davanti Prefettura;
  • Padova: ore 17 davanti Prefettura;
  • Lecce: ore 17.30 piazzetta De Pace;
  • Pesaro: ore 18.30 davanti al Comune
  • Treviso: ore 18.00 davanti alla Prefettura;
  • Savona: ore 18:00 piazza Mameli;
  • Varese: ore 17 davanti alla prefettura;
  • Viareggio: ore 17 davanti al comune;
  • Vicenza: ore 18.30 davanti alla Prefettura;
  • L'Aquila: ore 18 rotonda della Guardia di Finanza;
  • Modena :ore 17 sotto la Ghirlandina;
  • Reggio Emilia: ore 19 piazza Prampolini;
  • Empoli:ore 18 piazza della Vittoria;
  • Mantova: dalle 18, davanti alla prefettura in Via Principe Amedeo;
  • Arezzo : ore 19 davanti Prefettura;
  • Novara: ore 17.30 alla prefettura.

1 giugno


  • Catania ore 18 presidio in Prefettura;
  • Cagliari ore 18:00 sit-in al Bastione Saint Remy;
  • Brindisi, ore 17.30 in piazza Santa Teresa.

venerdì 21 maggio 2010

All'ANPI - Nel giorno di commemorazione della Nakba ci rivogliamo a voi

Voi che foste partigiani e testimoniaste direttamente la volontà di eleggere Libertà e Giustizia a reggere i rapporti tra le persone ed i popoli perché tutti possano vivere in Pace, contro la ferocia che il Nazifascismo aveva instaurato in Europa e nel mondo. Voi che avete ereditato i valori di libertà e giustizia che tale lotta seppe incarnare, voi che oggi desiderate prolungarne la storia ed il valore senza perderne la traccia significativa nella moralità che detta i vostri gesti.

La festa della Liberazione è per noi l’omaggio alla Resistenza partigiana, ai suoi valori, il ricordo indelebile del suo esempio. Tuttavia il 25 aprile scorso il comizio convocato dall’ANPI a Porta San Paolo ha accolto diversi esponenti dell’Associazione Romana Amici d’Israele, che appoggia il razzismo nazionalista dello Stato di Israele, ed ha distribuito un volantino che inneggiava al sionismo e allo Stato di Israele.


Tra la folla spiccavano inoltre diverse bandiere israeliane, tra cui quella dell’aviazione israeliana. Era inoltre presente Fiamma Nirenstein, deputata del PDL, proprietaria di un immobile presso un insediamento illegale israeliano, Gilo, costruito su terre occupate palestinesi.

Confidando nelle vostre buone intenzioni vorremmo in questa sede ricordarvi il motivo per cui riteniamo che Israele non solo non rappresenti i valori della Resistenza, ma ne faccia scempio. Vorremo ricordarvi l’esigenza di sapere da voi difesi tali valori, nella memoria di chi diede la vita per farli rispettare:

  • Il valore della pace ed il ripudio di guerre offensive riconosciuto dall’articolo 11 della Costituzione Italiana, violato dall’ esercito di Israele innumerevoli volte, ultima delle quali nel dicembre 2008 a Gaza, quando l’aviazione israeliana commise un massacro (1400 morti, la maggior parte dei quali civili, 352 bambini);

  • Il valore della libertà di ogni individuo, riconosciuto nella carta universale dei diritti umani e principio fondante della resistenza contro l’occupazione tedesca e contro il regime fascista in Italia. Tale principio viene negato al popolo palestinese da 62 anni. 7 milioni di rifugiati in esilio e persone internamente dislocate non possono ritornare alle proprie case, 11.000 prigionieri politici vivono in condizioni disperate nelle carceri israeliane (di cui 340 bambini), 2.4 milioni di abitanti nella West Bank vivono segregati al di là di un muro illegale (condannato dalla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia nel 2004) e privi di libertà di movimento, 1.5 milioni di palestinesi vivono nella Striscia di Gaza sotto Assedio, in una prigione a cielo aperto, ridotti alla fame da un embargo disumano;

  • Il valore dell’uguaglianza, riconosciuto dalla carta universale dei diritti umani, dalla costituzione italiana e da innumerevoli trattati del diritto umanitario internazionale. Tale valore viene negato ai palestinesi in quanto Israele si autodefinisce “Stato democratico Ebraico” e tutti gli abitanti non ebrei di Israele non godono degli stessi diritti degli altri cittadini. Per questo motivo La Legge Per il Ritorno israeliana rilascia immediata cittadinanza a tutti gli ebrei nel mondo che intendano trasferirsi a vivere in Israele. Un diverso trattamento viene invece riservato ai rifugiati palestinesi che scapparono o furono cacciati durante la guerra del 1948. Tali persone posseggono ancora case, terre e legami familiari in quei luoghi di origine. Israele tuttavia non riconosce loro il diritto al ritorno e quindi di cittadinanza (diversamente da quanto prescritto dalla risoluzione 194 delle Nazioni Unite). Uguaglianza viene similmente negata ai palestinesi cittadini dello stato d’Israele, sottoposti a leggi discriminatorie che ne limitano le libertà personali (nel matrimonio e nell’acquisto di immobili, per esempio);

  • Il valore dell’ autodifesa contro una forza occupante, che vede i palestinesi nel diritto di opporsi ad un continuo ed implacabile progetto di pulizia etnica che li vuole allontanare dalle proprie case e dalle proprie terre (nei soli quartieri di Silwan e Sheik Jarrah, presso Gerusalemme Est, migliaia di Palestinesi hanno recentemente ricevuto ordini di espulsione dalle proprie case);

  • Il valore universale di giustizia, principio fondante del diritto internazionale e principio morale a cui i partigiani si ispirarono, di cui la Signora Fiamma Nirenstein è flagrante violatrice in quanto proprietaria di un immobile costruito su terre illegalmente sottratte ai proprietari legittimi. Le colonie israeliane sono state ripetutamente definite illegali nelle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU n°446, 452, 465, 471 e 476.

Vi chiediamo pertanto di raccogliere informazioni circa le innumerevoli violazioni del Diritto Internazionale compiute da Israele dal 1948 fino ad oggi;

Vi preghiamo di continuare la lotta contro l’antisemitismo ed ogni forma di razzismo che sorge nel mondo, incarnando in questo la volontà degli innumerevoli martiri di cui l’ANPI raccoglie la storia;

Vi invitiamo ad unirvi con noi nella Campagna di Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni contro Israele, una forma di resistenza non violenta volta a fare pressioni sullo Stato di Israele affinché tutti i valori che abbiamo elencato precedentemente vengano rispettati;

Vi esprimiamo il nostro desiderio di incontrarvi per approfondire insieme le ragioni del nostro scontento ed i contenuti di questa missiva.

sabato 15 maggio 2010

Sosteniamo la Freedom Flotilla

In questi giorni sta salpando dai porti di Irlanda, Turchia e Grecia, alla vota di quello di Gaza City una flotta di otto navi che trasportano materiali da costruzione, impianti di desalinizzazione dell’acqua, impianti fotovoltaici, generatori, materiale per la scuola e farmaci da consegnare alla società civile palestinese.



Si tratta di un'azione di alcune organizzazioni e reti di solidarietà internazionale, necessaria per la sopravvivenza della popolazione di Gaza, che da più di tre anni vive sotto un assedio asfissiante, priva di generi di prima necessità e dei materiali indispensabili per ricostruire un territorio martoriato dall’operazione “piombo fuso” dell’esercito israeliano, che ha causato oltre 1400 morti, tra cui 400 bambini, e più di 5000 feriti dovuti anche all’uso di armi proibite dal Diritto Internazionale, quali l’uranio impoverito e quelle al fosforo bianco.


Il governo israeliano ha dichiarato che impedirà in tutti i modi possibili (anche con la forza se necessario) l’arrivo delle navi e la consegna dei materiali. Se ciò avvenisse sarebbero in pericolo anche i 600 passeggeri di oltre 40 nazionalità che sono imbarcate sulle navi.

Per evitare che ciò avvenga, e permettere che le navi possano consegnare il materiale, chiediamo:

  • una chiara e pubblica presa di posizione delle forze politiche, dei parlamentari, degli uomini di cultura e dell’associazionismo che prevenga una ulteriore azione del governo israeliano condotta in spregio delle leggi che regolano il diritto internazionale e la convivenza civile dei popoli
  • che l’Italia eserciti una forte pressione politica e diplomatica sul governo israeliano affinché non ostacoli l’arrivo della flotta al porto di Gaza City, ripetendo, in acque internazionali, le azioni di pirateria già effettuate in analoghe circostanze negli scorsi anni.

Il silenzio che nel nostro Paese circonda le sofferenze inflitte alla popolazione di Gaza e l’assenza di attenzione verso le iniziative umanitarie di associazioni e comitati di solidarietà è inaccettabile e colpevole: quindi confidiamo in una sua iniziativa.

domenica 2 maggio 2010

Mercato Libero?



Nel maggio del 2007, Israele e' stato invitato ad accedere all'Organizazzione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE). Suppostamente, le norme dell'OCSE richiedono alcune condizioni per l'accessione di uno stato - il rispetto ai diritti umani, un impegno per la democrazia e per il mercato libero.

Nel fratempo, Israele e' stato credibilmente accusato (nel Goldstone Report, ma non solo) di crimini di guerra durante l'attacco su Gaza e di violazione della legge umanitaria internazionale non solo in Gaza ma anche nella Cisgiordania.

Tanto per il rispetto ai diritti umani. E la democrazia? Può un governo che controlla la vita di milioni di persone che non hanno preso parte alle elezioni, essere chiamato “una democrazia”? Può il governare militarmente una popolazione civile esser considerato qualcosa di diverso da una dittatura?

Per quanto riguarda il mercato libero, non siamo cosi' convinte della realta' di questo concetto nel nostro paese o nei altri paesei gia' membri dell'OCSE - ma usare la parole "libero" in un contesto che include i territori palestinesi occupati, e' semplicemente assurdo.

Israele dirige un'economia d'occupazione militare. Le statistiche presentate all'OCSE da Israele includono la Cisgiordania - o meglio includono l'economia dei coloni. Ma nei calcoli di reditto medio non vengono inclusi neanche i palestinesi che lavorano negli insediamenti - a reditto bassissimo - e nel resoconto dei servizi sociali, non si parla dell'esclusione da tali servizi degli operai palestinesi che hanno pagato i contributi.

Dell'economia, schiacciata e soffocata, dei palestinesi sotto occupazione non si parla affatto. E l'OCSE l'accetta. Il problema dell'inclusione di insediamenti illegali nelle statistiche e' risolto come problema tecnico, invece di problema politico, e i palestinesi diventano di nuovo invisibili. Nelle parole di economista israeliano Shir Hever

"L'OCSE tratta Israele come un paese con 7 millioni di cittadini, invece di uno stato che ha 11 milioni di soggetti di cui 4 millioni palestinesi che vivono sotto occupazione."

Mancano ormai pochi giorni all'11 maggio, data in cui si prevede la decisione dell'OCSE sull'adesione di Israele come stato membro. A meno che non ci sia una forte mobilitazione per fargli cambiare idea!

Per bloccare l'ingresso di un nuovo stato membro è sufficiente un solo voto contrario!

Si è saputo che l'Unione europea adotterà una posizione comune, perciò i paesi che hanno qualche dubbio come la Norvegia e la Turchia hanno tuttavia paura di esprimere dissenso per conto proprio. Belgio e Irlanda si sono mostrati aperti alle nostre ragioni, ma hanno bisogno di essere "spinti" per essere in grado di contestare il processo decisionale burocratico a livello UE.

Facciamo sì che sappiano di non essere soli, e che dovrebbero opporsi all'adesione di Israele senza paura. L'Israele non va premiato con la legittimazione per crimini di guerra e violazioni del diritto internazionale. L'OCSE sarebbe in contraddizione con i propri principi se dovesse accettare l'adesione di Israele. Chiediamo coerenza!

Firma la lettera al Segretaria Generale dell'OCSE e a tutti i stati membri, chiedendogli di votare contro l'adesione di Israele all'OCSE.

Versione italiana della lettera.


Premiare Israele per le sue violazioni di diritti umani non portera' ne' pace ne' giustizia

Ulteriori informazione sull'economia dell'occupazione

Gli Aspetti Economici dell'Occupazione dal '67 a Oggi
Disoccupazione alle Stelle in Cisgiordania e Gaza
Aiuti umanitari per la Palestina: vaccino contro un’economia moderna
Economy of the Occupation (inglese)