domenica 19 aprile 2015

Un cimitero chiamato mediterraneo



Se l’Unione europea e il mondo continueranno a chiudere gli occhi su queste tragedie in atto nel Mediterraneo saranno giudicati nel modo peggiore, come in passato, quando chiusero gli occhi di fronte ai genocidi e non fecero nulla

Joseph Muscat primo ministro di Malta.

Attorno alla mezzanotte di domenica 19 aprile si è capovolto un peschereccio carico di migranti proveniente dalla Libia - l'ennessima tragedia nel Mediterraneo dove l'annegamento di rifugiati è diventato routine.

Finora sarebbero solo 28 i superstiti e si teme un bilancio di 500 — 700 morti. Il 14 aprile un’altra strage nella stessa zona, almeno 400 persone sono morte nell’affondamento di un barcone proveniente dalla Libia e diretto in Sicilia. 24 i cadaveri recuperati in mare finora dai mezzi di soccorso italiani.

La settimana scorsa, Medici Senza Frontieri (MSF) e Migrant Offshore Aid Station (MOAS) hanno annunciato un'operazione di ricerca, salvataggio e soccorso medico nella zona centrale del mediterraneo, tra l'Africa e l'Europa. L'operazione verrà eseguito da maggio a ottobre, quando si aspetta che migliaia di persone si rischiano la vita per raggiungere la sicurezza dell'Europa. L'anno scorso è stato il più letale finora per quelli che cercavano di arrivare sulle nostre sponde.

Quest'anno sarà peggio, perché la situazione in Africa sta peggiorando e c'è anche meno aiuto disponibile. L'operazione di ricerca e soccorso della Marina, Mare Nostrum, è stato interrotto nel novembre 2014 per mancanza di finanziamenti dai governi europei e non è stato sostituito.

Arjan Hehenkamp, direttore generale di MSF ha detto:

La decisione di chiudere le porte e costruire muri significa che uomini, donne e bambini sono costretti a rischiare la vita e prendere un viaggio disperato attraverso il mare. Ignorando questa situazione non lo farà scomparire. Europa ha sia le risorse e la responsabilità di evitare ulteriori morti e deve agire al fine di farlo.

Ma i governi non sembrano disposti a farlo. Ad esempio,il portavoce del Ministero degli esteri britannico ha detto "Non sosteniamo operazioni di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo." ed ha aggiunto che il governo ritiene che c'era "un'involontaria 'fattore di attrazione', incoraggiando altri migranti di tentare il pericoloso attraversamento del mare e portando così a più morti inutili. "

Nessun "fattore di attrazione" è necessario quando le persone sono disperate, costrette a lasciare le loro case a causa di guerra, oppressione e necessità economica – in molti casi il risultato diretto delle politiche militari ed economiche europee. Ma anche senza responsabilità diretta per la loro situazione, sono esseri umani - uomini, donne e bambini - come noi e nostri cari. Abbiamo i mezzi per salvare le loro vite. Non possiamo voltare le spalle.

Fleba il fenicio,
morto da quindici giorni,
dimenticò il grido dei gabbiani,
e il flutto profondo del mare
e il guadagno e la perdita.
Una corrente sottomarina
gli spolpò le ossa in sussurri.
Mentre affiorava e affondava
traversò gli stadi della maturità
e della gioventù
entrando nei gorghi.
Gentile o Giudeo
o tu che volgi la ruota
e guardi nella direzione del vento
pensa a Fleba,
che un tempo è stato bello
e ben fatto al pari di te.

La Morte per Acqua (T.S. Eliot)


venerdì 17 aprile 2015

Donne in prima linea contro gli attacchi in Yemen

Noi avremmo voluto che i paesi del Golfo, invece di affrettarsi a bombardarci, privilegiassero il dialogo ed invitassero le due parti a un negoziato. Avremmo anche preferito che la comunità internazionale utilizzasse i mezzi di pressione diplomatica, ad esempio che l’Onu esigesse dai ribelli Houthi il disarmo. Invece di ciò, essa ha dato la sua benedizione agli attacchi contro i loro magazzini di armi, senza tener conto dei civili.
Angela Abu Asba, docente al’Università di Sanaa ed attiva nell’associazione femminista “Donne unite".

Meno di una settimana dopo l’inizio dell’offensiva aerea condotta dalla coalizione di 9 paesi arabi contro i ribelli Houthi in Yemen, la popolazione aveva già pagato un pesante tributo: più di 50 civili sono morti negli attacchi, quando decine di donne yemenite sono scese in piazza, sperando ancora di poter frenare la spirale di violenza

Le manifestanti hanno chiesto la fine degli attacchi sullo da parte della coalizione guidata dall’Arabia Saudita, che appoggia le forze fedeli al presidente yemenita Abd Rabbo Mansour Hadi contro i ribelli Houthi e hanno esortato gli Houthi a rinunciare alla guerra.

Angela Abu Asba, ha partecipato ad un raduno di donne a Sanaa per denunciare gli attacchi:

Noi facciamo appello a tutte le donne dello Yemen perché diventino costruttrici di pace. Noi abbiamo organizzato questo raduno perché in quanto donne, sorelle, madri, noi non possiamo restare in silenzio di fronte a questa situazione.
 
Tutti i QG degli Houthi che sono bombardati a Sanaa, le caserme, il palazzo presidenziale, sono situati in quartieri residenziali. Sono state spazzate via case, e sono morti dei civili innocenti, in questi attacchi. Le scuole e la maggior parte delle attività commerciali sono chiuse. La gente è atterrita. Non osano più uscire di casa, e anche dentro non sono al sicuro.

Le ragazze rappresentano più del 70% degli studenti che frequentano l’istituto di lingue in cui lavoro. Da 5 giorni, non vengono più ai corsi. L’università per loro era una boccata di ossigeno e una speranza di futuro in questa società conservatrice. L’edificio non ha chiuso i battenti, ma ormai i loro genitori non le lasciano più venire. E’ una situazione incresciosa!

La nostra iniziativa unisce donne di ogni tipo, insegnanti, attiviste di partiti politici, professioniste. Ma noi condividiamo lo stesso obiettivo: vogliamo la pace per il nostro paese e facciamo appello a tutte le donne dello Yemen perché diventino costruttrici di pace.

Certo, noi denunciamo questo intervento straniero nel nostro paese, ma ce l’abbiamo anche con gli Houthi, che stanno mettendo a ferro e fuoco il sud del paese, le province di Aden, Lahj, Ad Dali’. Se siamo qui oggi è a causa di Abdelmalek Al-Houthi (il leader della rivolta houthi) e del presidente Hadi. L’uno è nascosto da qualche parte al sicuro e l’altro è confortevolmente alloggiato nei saloni sauditi, mentre gli Yemeniti sono massacrati.

Nel nostro paese hanno cominciato a diffondersi discorsi settari.  Noi avremmo voluto che i paesi del Golfo, invece di affrettarsi a bombardarci, privilegiassero il dialogo ed invitassero le due parti a un negoziato. Avremmo anche preferito che la comunità internazionale utilizzasse i mezzi di pressione diplomatica, ad esempio che l’Onu esigesse dai ribelli Houthi il disarmo. Invece di ciò, essa ha dato la sua benedizione agli attacchi contro i loro magazzini di armi, senza tener conto dei civili.

Ieri, ho preso alcune foto di una collina della periferia di Sanaa, dove erano state bombardate le armi. Le schegge sono arrivate fino alle case del mio quartiere e fatto tremare le finestre. Non oso immaginare cosa sia capitato ai civili che vivono vicino a quella collina.

In questi ultimi tempi, nel nostro paese hanno cominciato a diffondersi discorsi settari, discorsi di una contrapposizione fra sunniti e sciiti che non esiste nelle tradizioni della nostra società. Noi facciamo appello a tutte le donne dello Yemen perché lottino contro i discorsi di odio e vengano in aiuto alle vittime. Noi continueremo la nostra mobilitazione contro questa guerra immonda. Se occorre usciremo nelle strade, formeremo degli scudi umani per fermare questo conflitto fratricida.”

Oggi sulla sua pagina facebook, Angela Abu Asba ha fatto un appello a tutte le organizzazioni della società civile e alle agenzie umanitarie del mondo.

Oltre 25 milioni di yemeniti stanno affrontando una catastrofica crisi umanitaria nel vero senso della parola. Necessità come cibo, acqua e medicine non sono accessibili. A causa di lunghe interruzioni della fornitura di energia elettrica, ospedali non possono funzionare.

Facciamo appello a voi di mettere tutti i vostri sforzi per fermare questa guerra e le lotte intestine che sono causati da interessi politici regionali e internazionali. politico.

sabato 4 aprile 2015

L’Iraq, la Somalia, la ex-Yugoslavia, l’Afghanistan, di nuovo l’Iraq, la Libia- Queste guerre quanto e cosa ci costano?

 

Contatele: sono le basi militari NATO/USA in Italia. E il governo concede anche l'uso di strade e ferrovie. La guerra è molto vicina a ciascuna/o di noi

 


Non siamo d'accordo con la ministra della difesa Roberta Pinotti, che, appena accaduti a Tunisi e nello Yemen nuovi massacri, ha annunciato l'operazione Mare Sicuro poiché “le crisi si sono avvicinate”. Eppure persino il presidente degli Stati Uniti Barak Obama ha dichiarato nei giorni scorsi che 

“l'Isis è il diretto risultato di Al Qaeda in Iraq che è cresciuta con l'invasione USA”.

E noi aggiungiamo che altrettanto sta accadendo in Libia.

Nelle guerre degli ultimi 25 anni, l’Italia è stata molto attiva e continua ad attivarsi: abbiamo avuto l’Iraq, la Somalia, la ex-Yugoslavia, l’Afghanistan, di nuovo l’Iraq, la Libia… per molti di questi paesi l’Italia diventa un nemico, ed è per questo che è esposta a rischi. Siamo in guerra perché l’Italia è all’interno di una organizzazione (la NATO) che ha lo scopo di essere pronta a fare la guerra, in stretta relazione con gli Stati Uniti.

Queste guerre quanto e cosa ci costano?

Il territorio: utilizzato per le basi militari NATO e USA, che sono più di cento, il cui mantenimento grava per oltre il 30% sul bilancio nazionale; l’inquinamento provocato dalle basi, in cui non si può intervenire perché al di fuori del controllo legale e sanitario italiano; l’inquinamento provocato dalle esercitazioni militari italiane e internazionali, in cui si sperimentano armi e infrastrutture che avvelenano l’ambiente.

In due delle basi – Aviano e Ghedi – sono immagazzinate tra 70 e 90 bombe nucleari americane, anche se l’Italia ha firmato il trattato di non proliferazione delle armi atomiche, e non potrebbe neppure averle o farle transitare sul proprio territorio.

E malgrado la situazione di crisi e i tagli ai principali diritti e servizi di interesse sociale, le spese per la difesa non sono diminuite, anzi: malgrado una quasi promessa di ridurre o cancellare il programma di acquisto degli F-35, ad oggi il governo ha confermato l’acquisto di 90 cacciabombardieri d’attacco. Renzi inoltre ha promesso di aderire alle richieste NATO di portare il bilancio della difesa al 2% del PIL, il che significa passare dall’attuale spesa di 70 milioni di euro al giorno a 100 milioni al giorno!!!

Non ci sentiamo protette né dalle basi né dalle operazioni militari, che anzi rischiano di trasformarci in obiettivi di guerra. Come la sicurezza nei rapporti quotidiani nasce dallo stare bene con chi vive intorno a noi, a livello di relazioni internazionali abbiamo bisogno non di una politica estera aggressiva e coloniale, ma basata sulla collaborazione, il sostegno reciproco e la giustizia.


martedì 24 marzo 2015

Il Tribunale delle donne per la ex Jugoslavia

 

Il silenzio è tutto il nostro terrore
c'è riscatto nella voce
ma il silenzio è l'infinito.
Per sé non ha volto.

Emily Dickinson


 

Testimonianze pubbliche al tribunale delle donne saranno ascoltatia a Sarajevo presso il Bosanski Kulturni Centar dal 7 al 10 maggio 2015. Si può registrare con le donne in nero di Belgrado, zeneucrnombeograd@gmail.com.

L'iniziativa regionale Tribunale delle donne - un approccio femminista alla giustizia è stato lanciato da sette organizzazioni femministe provenienti dai paesi della ex Jugoslavia.

Il Tribunale delle donne per la ex Jugoslavia vuole essere uno spazio per testimoniare e per le voci delle donne, per l'autonomia delle donne, attraverso la loro partecipazione attiva alla costruzione della giustizia e della pace, al fine di creare nuovi paradigmi della giustizia.


Perché organizzare il tribunale delle donne?

Perché il sistema legale istituzionale (nazionale o internazionale) non soddisfa la giustizia; questo è particolarmente vero per i paesi dell'ex Iugoslavia, dove le élite politiche investono uno sforzo enorme per aggirare la giustizia, o sacrificare gli interessi della giustizia agli interessi politici e al mantenimento del potere.

Perché, attraverso Tribunale delle donne, le donne diventano soggetti di giustizia, incoraggiate a creare pratiche legali diverse e a influenzare il sistema giuridico istituzionale.

Perché Tribunale delle donne è uno spazio per le voci delle donne e le testimonianze delle donne sulle ingiustizie quotidiane subite durante la guerra e ora, in tempo di pace; nei Tribunali delle donne, le donne testimoniano della violenza in ambito pubblico e privato. 


Perché il Tribunale delle donne incoraggia il rafforzamento di reti di mutuo sostegno e di solidarietà, e la creazione di un movimento autonomo forte delle donne.
Perché Tribunale delle donne incoraggia la creazione di concetti diversi-femministi di responsabilità, di cura e sicurezza, al fine di costruire una pace giusta.


Cosa vogliamo ottenere organizzando il tribunale delle donne?


Incoraggiamo le donne a testimoniare su tutti i tipi di ingiustizia strutturale: la povertà, lo sfruttamento sul luogo di lavoro e ovunque, le minacce sociali e sanitarie, e l'abuso della religione a fini politici.

Scriviamo storia alternativa: attraverso pubblicazioni che informano circa le esperienze di precedenti Tribunali delle Donne (finora ci sono stati oltre 40 Tribunali delle Donne nel mondo); e pubblicazioni che raccolgono le nostre esperienze relative all'organizzazione del Tribunale delle Donne per l'ex Jugoslavia.

Rafforziamo alleanze e coalizioni femministe-pacifiste globali: per ottenere punizione per violenza e crimini, per influenzare le istituzioni internazionali di giustizia, per iniziare a fare i documenti e le risoluzioni sulla base di esperienze quotidiane di ingiustizia contro le donne e contro tutti coloro con minor potere sociale, economico e politico.


Quali attività abbiamo organizzato prima el tribunale delle donne?


  • Lavoro in campo educativo: seminari, workshop, conferenze e tavole rotonde...
  • Ricerca sul campo interattiva, per raccogliere informazioni e proposte sul concetto e la visione della giustizia, e per determinare i temi che il Tribunale delle Donne deve affrontare.
  • Gruppi di sostegno al Tribunale delle Donne: coalizioni di attivisti/e, rappresentanti dei mezzi di comunicazione, di artisti/e.
  • Incontri pubblici di lavoro, al fine di presentare l'iniziativa.
  • Proiezioni di documentari sulle esperienze delle donne con Tribunali simili a livello internazionale, e su esperienze di gruppi e reti di donne riferite all'approccio femminista alla giustizia.
  • Eventi artistici: spettacoli teatrali, mostre, performances...

Sito web http://www.zenskisud.org/en/index.html e newsletter sulle diverse esperienze relative all'organizzazione del Tribunale delle Donne.


Che metodologia è usata dal tribunale delle donne?


La metodologia del Tribunale delle Donne collega un testo soggettivo (la testimonianza di una donna) con l'analisi oggettiva del contesto politico, socio-economico e culturale in cui la violenza ha avuto luogo.

Testimoni esperti spiegano il contesto politico, di genere, socio-economico, etnico-razziale e culturale della violenza, analizzandone cause e conseguenze e definendo il contesto per le singole testimonianze.

La Giuria a livello locale e regionale è composta da donne e uomini che godono di un alto livello di rispetto tra le donne e le organizzazioni di donne - e sono soprattutto donne attiviste, scienziate, esperte in campo giuridico, economico, di comunicazione, ecc.

La Giuria Internazionale è composta da donne e uomini che hanno un'ottima conoscenza della situazione e del contesto e che godono di grande rispetto internazionale e integrità morale.

Il Tribunale non emette sentenze, ma formula condanne pubbliche e fa pressione sulle istituzioni nazionali e internazionali. Il Tribunale può avviare le opportune misure contro l'autore di un reato, ad esempio con la raccolta di prove per l'azione legale.

L'estetica è una dimensione importante del Tribunale - introdurre questa dimensione ha permesso alle donne di trasformare il dolore che hanno vissuto in un'altra forma di resistenza. Attraverso varie forme di espressione artistica, dall'espressione poetica, la pittura e la musica alla danza, all'artigianato e forme di teatro, le donne hanno trasmesso le loro esperienze più dolorose ad altri.


Cosa è il processo di preparazione per l'organizzazione del tribunale delle donne?


Il processo di preparazione dipende dal contesto e dalla valutazione e decisione di chi organizza il Tribunale. In India il processo di preparazione è durato due anni; in alcuni paesi ci sono voluti periodi di tempo più lunghi e in altri più brevi. In Jugoslavia, i preparativi sistematici e organizzati sono iniziati alla fine del 2010, anche se l'iniziativa per l'organizzazione del Tribunale esisteva già da circa un decennio.

Il processo preparatorio è inclusivo e democratico e significa che è necessario inserire i gruppi di donne attiviste, i gruppi per i diritti umani, le donne attiviste del sindacato, donne appartenenti alla comunità accademica, donne dei media, artiste e, naturalmente, tutte le donne interessate.

Quando si organizza un Tribunale delle Donne, l'obiettivo e il processo sono ugualmente importanti - l'obiettivo è molto importante, ma è il processo che ci permette di raggiungerlo.

E' molto importante che le donne testimoni al Tribunale siano sostenute sia durante il processo preparatorio e le udienze, ma anche dopo il Tribunale. 



Libia-Medioriente: Fermare l'escalation militare è possibile?

Noi crediamo di si!

Riteniamo che si debba escludere l’intervento armato in LIBIA dove la situazione è, veramente, drammatica. La guerra non è “La” soluzione ma “Una” risposta obbligata per alcuni. Noi, Donne in Nero, siamo sicure che si possa scegliere la nonviolenza, anche in Libia. E VOI?

Non dimentichiamo ciò che ha portato alla violenza e all'estremismo nella Libia e il contributo del nostro governo alle sofferenze del popolo libico.

Il 19 marzo 2011 iniziava il bombardamento della Libia: in sette mesi, l’aviazione Usa/Nato effettuava 10mila missioni di attacco, con oltre 40mila bombe e missili. Contemporaneamente, venivano finanziati e armati i settori tribali ostili al governo di Tripoli e anche gruppi islamici fino a pochi mesi prima definiti terroristi. Venivano infiltrate in Libia anche forze speciali, tra cui migliaia di commandos qatariani. A questa guerra, sotto comando Usa tramite la Nato, partecipava l’Italia con le sue basi e forze militari. Sono stati gli alleati Nato, come già ampiamente documentato, a finanziare, armare e addestrare in Libia nel 2011 gruppi islamici, tra cui i primi nuclei del futuro Isis, e a rifornirli di armi. 




Bombardare la Libia ha portato alla situazione tragica di oggi, ha fomentato l'estremismo criminale dell'ISIS e delle sue milizie. Facciamo in modo di spegnere l'incendio?

Noi proponiamo di scegliere altre strade per contribuire a ricomporre e riconciliare le diverse comunità di quella regione.

Che fare?

  • Bloccare le fonti di finanziamento del terrorismo, la vendita delle armi e del petrolio, la complicità con i diversi gruppi di miliziani armati che imperversano nella regione.
  • Inviare Corpi Civili di Pace a sostegno della società civile libica, delle comunità di donne e degli operatori di pace locali.
  • Utilizzare tutte le forme della diplomazia e della politica perché si arrivi ad un accordo tra le parti in conflitto, che coinvolge i rappresentanti delle comunità locali e affronta i temi della militarizzazione della politica libica e i diritti delle donne a partecipare alla vita politica del paese.



La questione della rappresentanza femminile in una democrazia che non ha alcun controllo di armi è un'ipocrisia. Le elezioni da solo non aiutano a raggiungere l'empowerment delle donne. Ci vuole di più. Ci vuole affrontare i problemi reali - militarizzazione, disarmo, smobilitazione, reinserimento dei rivoluzionari armati e nessun impunità per i signori della guerra.
Zahra Langhi, Piattaforma libica delle donne per la pace

sabato 7 marzo 2015

Chi sorride col dolore in fondo agli occhi

 

Rada e le donne bosniache: il lavoro per seppellire l’odio e tornare a vivere

 


Nel 2003 un gruppo di donne, vittime di opposti nazionalismi, ha creato una cooperativa per la lavorazione di lamponi a Bratunac, vicino Srebrenica. Oggi i soci sono 500 e i loro prodotti sono venduti anche in Italia. La loro storia sarà raccontata in un film. L’8 marzo sono in Italia.

Si chiamano Rada, Maja, Beba, Nermina. Sono musulmane, cristiano-ortodosse, sono operaie, contadine, agronome. Sono donne nate in Bosnia Erzegovina a cui la guerra ha portato via mariti, padri, fratelli. Sono vittime di opposti nazionalismi. Da 12 anni, queste donne lavorano, insieme, in una cooperativa agricola per la lavorazione di lamponi e altri piccoli frutti a Bratunac, a 11 chilometri da Srebrenica, sulla riva occidentale della Drina, al confine tra Bosnia Erzegovina e Serbia, zona che durante la guerra è stata teatro di duri scontri. 


Un’esperienza, quella della cooperativa, nata dall’idea di 10 persone, in maggioranza donne, che, nel 2003, hanno deciso di costruirsi un futuro, riattivando l’economia rurale del villaggio (fino al 1991 Bratunac rientrava nella maggiore zona di produzione di piccoli frutti della Jugoslavia, tanto che il 90% della popolazione del villaggio era legata a essa). E resa possibile, oltre che con il lavoro di operatori umanitari impegnati in organizzazioni di volontariato raccolte nel Consorzio italiano di solidarietà (da qui anche la scelta di un nome italiano per la cooperativa), anche grazie all’amicizia tra Radmila ‘Rada’ Zarkovic, originaria di Mostar, un passato con le Donne in nero e attuale presidente della Cooperativa Agricola Insieme, Skender Hot, di Tuzla che della cooperativa è direttore, e Mario Boccia, fotogiornalista italiano che ha seguito e documentato il conflitto nei Balcani fin dall’inizio.

Nessun manager avrebbe scelto di fare impresa lì perché è il luogo dove si è consumata la strage più grande, dove l’odio e il rancore sono stati i più forti – racconta Boccia – In questo senso, il progetto della cooperativa è politico oltre che solidale, perché quelle donne hanno capito che per ricominciare una vita comune dovevano ricostruire le condizioni per poterla vivere, a partire dal lavoro. Rada mi diceva: ‘Non voglio fare un convegno sul dialogo interreligioso o su quanto è bello stare insieme, voglio offrire lavoro’. E così è stato”.

Oggi i soci della cooperativa sono più di 500 e 28 le persone, in maggioranza donne, che lavorano nello stabilimento dove la frutta viene surgelata o trasformata in confetture e succhi. I loro prodotti sono venduti anche in Italia. E a Bratunac, a differenza di Srebrenica e di altre zone del Paese, i rientri di chi è stato cacciato durante la guerra sono stati moltissimi. Anche grazie alla cooperativa, che ha permesso di avviare un processo di riconciliazione.


Queste donne erano sì vedove, ma non vogliono più essere chiamate così perché si sono rifatte una famiglia – dice Boccia – Il dolore c’è, ma è una cosa intima non da esibire. L’hanno superato nell’interesse dei figli, per andare avanti”. Niente vittimismo, dunque, ma riconoscimento dell’altro come vittima della stessa violenza subita e non come nemico. “Qui parecchie persone scomparse non sono mai state ritrovate. Quando capita, ciò che resta viene riconsegnato ai familiari che possono seppellirli o fare un funerale – continua -. Sono momenti molto tesi e in cooperativa tutti partecipano al dolore, anche gli altri, i ‘diversi’, è un fatto importantissimo perché significa che queste persone vivono davvero insieme e non le une accanto alle altre”.

La cooperativa ha permesso a tanti lavoratori della zona di consolidare la propria attività. I lamponi si raccolgono una volta l’anno ed essendo deperibili devono essere venduti subito, accettando anche prezzi bassi. Diventando soci, si conferisce il prodotto alla cooperativa dove viene surgelato e poi venduto. Ma non è stato facile perché i lamponi surgelati della Bosnia Erzegovina non erano più competitivi di quelli di altri Paesi membri dell’Unione europea.

Così la Cooperativa Insieme ha scelto di iniziare a produrre confetture e succhi. Per farlo ha dovuto ricorrere a prestiti bancari. Nel 2005 però un finanziamento della Cooperazione internazionale ha permesso loro di consolidare il lavoro. Ma era necessario trovare sbocchi di vendita. La svolta, resa possibile dalla rete di amicizia solidale che circonda queste donne, è arrivata perché il prodotto non è solo etico, ma è anche buono. “Quando è stato assaggiato da Coop Italia, il commento è stato: ‘Ma qui c’è solo frutta!’”, dice Boccia. In Italia, la maggior parte dei prodotti della Cooperativa Agricola Insieme è veicolata da Alce Nero tramite Coop, soprattutto Nordest e Lombardia, circa il 15% da Ctm Altromercato e il resto da MioBio, piccolo importatore che rifornisce la rete dei Gruppi d acquisto solidale. Il prodotto surgelato viene venduto anche in Turchia, Croazia e Serbia. “Ci sono stati momenti difficili nella vita della cooperativa, l’ultimo nel maggio del 2014 con l’alluvione – racconta Boccia – ma quei momenti hanno portato a manifestazioni di solidarietà, trasversale”.

La storia della Cooperativa Agricola Insieme e dell’amicizia che l’ha resa possibile diventerà un film. A girarlo i registi Mario e Stefano Martone che, dopo i primi sopralluoghi a Sarajevo, Tuzla, Mostar, Srebrenica e Bratunac, torneranno in Bosnia in estate per terminare le riprese. Sarà un momento importante, spiegano gli autori sul sito del progetto, “sia per la cooperativa, perché inizia la stagione della raccolta, che per la Bosnia, dato che a luglio 2015 saranno trascorsi 20 anni dal massacro di Srebrenica”. Già autori di “Napoli 24”, documentario presentato al Torino Film Festival 2010, e di “Lucciole per lanterne”, ambientato nella Patagonia cilena, i Martone puntano a raccogliere 10 mila euro, per realizzare il documentario, attraverso il crowdfunding. Il titolo che hanno scelto è “Dert” che, come racconta Rada nel teaser è una parola difficile da tradurre in italiano, “indica una persona che sorride ma che ha il dolore in fondo agli occhi”.







In occasione della Giornata internazionale della donna che si celebra l’8 marzo, le donne della Cooperativa Agricola Insieme partecipano a un incontro promosso dai Parlamentari italiani per la pace che si tiene alle 15 nella Sala Aldo Moro della Camera dei Deputati, previsto il saluto della presidente della Camera, Laura Boldrini, una degustazione dei prodotti della cooperativa e una mostra sulla ex Jugoslavia con fotografie di Mario Boccia. “Un’iniziativa importante, voluta, che racconta un percorso di riconciliazione e di costruzione della pace”, commenta Giulio Marcon, deputato di Sel che negli anni Novanta è stato presidente del Consorzio italiano di solidarietà. 


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giovedì 5 marzo 2015

Il corpo della donna non è un'arma di guerra




"Non voglio essere etichettata come una vittima."

Così ha detto una delle 32 donne provenienti da Siria ed Iraq che si sono riunite a Istanbul per una conferenza da 26 al 28 gennaio.
 

L'obiettivo della conferenza è stato quello di porre fine all'uso della violenza sessuale come arma nei conflitti nella regione della Siria/Iraq. Le donne sono in grande aspettativa, forti e determinate. Fanno sentire le loro voci dove gli altri tacciono. E sono attive sostenendo i diritti umani dove molte organizzazioni internazionali non osano andare.

L'evento è stato organizzato dalla Lega internazionale delle Donne per la Pace e la libertà e da MADRE, (una ONG statunitense che lavora per i diritti umani delle donne) con il finanziamento del Ministero degli esteri britannico. Le partecipanti stanno lavorando in aree controllate da ISIL (Stato Islamico) o dai governi di Siria ed Iraq. A volte in pericolo reale per la vita, ogni giorno documentano crimini di violenza per poter chiedere giustizia in una data successiva.

""Le armi non crescono sugli alberi!" : gli interessi occidentali fomentano conflitti, crisi e guerra

Viaggiare a Istanbul era molto rischioso per molte donne, ma per loro era estremamente importante prendere parte alla conferenza. Hanno voluto raccontare le loro esperienze ed elaborare richieste per la comunità internazionale. Alla fine della conferenza, i risultati sono stati presentati a rappresentanti diplomatici di vari paesi.

Le partecipanti hanno analizzato le cause dei conflitti in Iraq e Siria. Secondo questa analisi, particolare importanza è data al vuoto politico che ha aiutato i gruppi militanti come ISIL a salire al potere. Anni di occupazione e di intervento coloniale da parte degli Stati Uniti e altre potenze occidentali hanno creato questo vuoto. Processi di radicalizzazione sono stati messi in moto.  


In questo modo, i conflitti hanno alimentato violazioni dei diritti umani delle donne nel contesto di una società fortemente patriarcale. Per questo motivo, le attiviste chiedono soluzioni politiche della comunità internazionale oltre all'assistenza finanziaria. Una misura sarebbe il divieto di importazione di armi poiché, come ha detto una giornalista siriana: "Le armi non crescono sugli alberi, ma sono trasportate attraverso le frontiere!." E l'Occidente gioca qui un ruolo decisivo

Crisi Siria-Iraq sta distruggendo il settore sanitario:


Aiuti a breve termine non forniscono una soluzione a lungo termine! Le attiviste chiedono anche investimenti nel settore sanitario. Una donna ha raccontato la situazione in Siria, sostenendo che il governo e le organizzazioni terroristiche costituiscono entrambi un pericolo per la popolazione generale. Il governo sta sistematicamente uccidendo i suoi cittadini e distruggendo il sistema sanitario. Su 5 milioni di persone che necessitano di assistenza sanitaria, 3 milioni non ricevono niente. Inoltre, le attiviste criticano gli aiuti a breve termine delle organizzazioni internazionali. A lungo termine la loro efficacia è carente. Per esempio, non prevede il pagamento degli stipendi ai professionisti sanitari locali. L'ultimo ospedale di Aleppo è minacciato di chiusura, poiché non c'è denaro per pagare i salari e i costi operativi che ammontano a circa 70.000 dollari al mese.

Numerosi stupri e altri casi di violenza contro le donne; poche offerte di assistenza psicosociale

In un workshop tenuto da Medica Mondiale, una ONG che supporta le donne e le ragazze che hanno subito violenza sessuale, si potrebbero condividere esperienze e conoscenze relative alle varie opportunità e sfide di svolgere assistenza psicosociale in zone di guerra. Le donne hanno sottolineato quanto poca assistenza psicosociale sia disponibile. Hanno descritto un enorme bisogno di esperti di formazione per attiviste e operatori sanitari: personale specializzato, spazi sicuri per le sopravvissute e sostegno psicosociale a lungo termine sono necessari più di qualche sessione di counselling. Nei campi profughi, purtroppo, c'è una mancanza di sostegno psicosociale e misure preventive.

Stigmatizzazione dello stupro: un problema enorme per sopravvissute e organizzazioni umanitarie

Una delle cause per la mancanza di offerte di sostegno secondo alcune attiviste è la forte stigmatizzazione sociale della violenza sessuale. "L'assistenza" dal governo per le superstite potrebbe in realtà portare a ulteriore stigmatizzazione perché spesso include controlli di verginità.

Alla fine della conferenza le partecipanti hanno fatto le seguenti raccomandazioni per affrontare la violenza sessuale in Iraq e la Siria.

  •   Aumentare l'accesso ai servizi medici e psicosociali per le donne sopravvissute alla violenza. Garantire sostegno per servizi esistenti e collegare le sopravvissute con servizi attraverso reti di riferimento sicure e programmi che garantiscano l'accesso per le donne, nonostante la mobilità limitata.
  •  Consolidare sforzi con le organizzazioni internazionali per migliorare la partecipazione delle organizzazioni locali in progetti internazionali e meccanismi internazionali per i diritti umani. Collegare le organizzazioni internazionali alle organizzazioni di base è necessario al fine di rendere la pianificazione e supporto il più vicino possibili ai bisogni esistenti.
  • Esercitare pressioni sui governi per emendare le leggi discriminatorie nazionali e introdurre nuove leggi per fermare l'impunità e proteggere le donne da stigmatizzazione, molestie e delitti d'onore.
  •  Fornire supporto tecnico per colmare le lacune tra le legislazioni nazionali e gli standard internazionali dei diritti umani. Tale sostegno dovrebbe includere programmi di sensibilizzazione legale per tutte le parti interessate, redazione di schemi giuridici adeguati per riformare sistemi attuali che discriminano le donne.
  •  Fornire corsi di formazione per attiviste e organizzazioni sul supporto psicosociale e sanitario per le superstiti delle violenze, sulle procedure per intervistarle e documentare i crimini di violenza sessuale.
  • Sviluppare strategie di empowerment che assicurino la riabilitazione dei sopravvissuti di violenza sessuale attraverso i programmi di reinserimento psico-sociale, economica e sociale. Rafforzare la capacità dei gruppi di diritti delle donne a sostenere i diritti delle donne e i bisogni delle superstiti.
  • Fornire supporto tecnico, finanziario e logistico per programmi mirati sulla riforma dei media affinché le donne non siano più presentate come vittime.
 
Spesso sentiamo le parole "dobbiamo fare qualcosa" per giustificare l'ennesimo ricorso alla guerra. Qui vediamo le richieste concrete dalle donne più direttamente coinvolte in una crisi. È chiaro che vedono gli interventi militari come parte, o addirittura la causa principale, del problema, non la soluzione.