martedì 24 marzo 2015

Il Tribunale delle donne per la ex Jugoslavia

 

Il silenzio è tutto il nostro terrore
c'è riscatto nella voce
ma il silenzio è l'infinito.
Per sé non ha volto.

Emily Dickinson


 

Testimonianze pubbliche al tribunale delle donne saranno ascoltatia a Sarajevo presso il Bosanski Kulturni Centar dal 7 al 10 maggio 2015. Si può registrare con le donne in nero di Belgrado, zeneucrnombeograd@gmail.com.

L'iniziativa regionale Tribunale delle donne - un approccio femminista alla giustizia è stato lanciato da sette organizzazioni femministe provenienti dai paesi della ex Jugoslavia.

Il Tribunale delle donne per la ex Jugoslavia vuole essere uno spazio per testimoniare e per le voci delle donne, per l'autonomia delle donne, attraverso la loro partecipazione attiva alla costruzione della giustizia e della pace, al fine di creare nuovi paradigmi della giustizia.


Perché organizzare il tribunale delle donne?

Perché il sistema legale istituzionale (nazionale o internazionale) non soddisfa la giustizia; questo è particolarmente vero per i paesi dell'ex Iugoslavia, dove le élite politiche investono uno sforzo enorme per aggirare la giustizia, o sacrificare gli interessi della giustizia agli interessi politici e al mantenimento del potere.

Perché, attraverso Tribunale delle donne, le donne diventano soggetti di giustizia, incoraggiate a creare pratiche legali diverse e a influenzare il sistema giuridico istituzionale.

Perché Tribunale delle donne è uno spazio per le voci delle donne e le testimonianze delle donne sulle ingiustizie quotidiane subite durante la guerra e ora, in tempo di pace; nei Tribunali delle donne, le donne testimoniano della violenza in ambito pubblico e privato. 


Perché il Tribunale delle donne incoraggia il rafforzamento di reti di mutuo sostegno e di solidarietà, e la creazione di un movimento autonomo forte delle donne.
Perché Tribunale delle donne incoraggia la creazione di concetti diversi-femministi di responsabilità, di cura e sicurezza, al fine di costruire una pace giusta.


Cosa vogliamo ottenere organizzando il tribunale delle donne?


Incoraggiamo le donne a testimoniare su tutti i tipi di ingiustizia strutturale: la povertà, lo sfruttamento sul luogo di lavoro e ovunque, le minacce sociali e sanitarie, e l'abuso della religione a fini politici.

Scriviamo storia alternativa: attraverso pubblicazioni che informano circa le esperienze di precedenti Tribunali delle Donne (finora ci sono stati oltre 40 Tribunali delle Donne nel mondo); e pubblicazioni che raccolgono le nostre esperienze relative all'organizzazione del Tribunale delle Donne per l'ex Jugoslavia.

Rafforziamo alleanze e coalizioni femministe-pacifiste globali: per ottenere punizione per violenza e crimini, per influenzare le istituzioni internazionali di giustizia, per iniziare a fare i documenti e le risoluzioni sulla base di esperienze quotidiane di ingiustizia contro le donne e contro tutti coloro con minor potere sociale, economico e politico.


Quali attività abbiamo organizzato prima el tribunale delle donne?


  • Lavoro in campo educativo: seminari, workshop, conferenze e tavole rotonde...
  • Ricerca sul campo interattiva, per raccogliere informazioni e proposte sul concetto e la visione della giustizia, e per determinare i temi che il Tribunale delle Donne deve affrontare.
  • Gruppi di sostegno al Tribunale delle Donne: coalizioni di attivisti/e, rappresentanti dei mezzi di comunicazione, di artisti/e.
  • Incontri pubblici di lavoro, al fine di presentare l'iniziativa.
  • Proiezioni di documentari sulle esperienze delle donne con Tribunali simili a livello internazionale, e su esperienze di gruppi e reti di donne riferite all'approccio femminista alla giustizia.
  • Eventi artistici: spettacoli teatrali, mostre, performances...

Sito web http://www.zenskisud.org/en/index.html e newsletter sulle diverse esperienze relative all'organizzazione del Tribunale delle Donne.


Che metodologia è usata dal tribunale delle donne?


La metodologia del Tribunale delle Donne collega un testo soggettivo (la testimonianza di una donna) con l'analisi oggettiva del contesto politico, socio-economico e culturale in cui la violenza ha avuto luogo.

Testimoni esperti spiegano il contesto politico, di genere, socio-economico, etnico-razziale e culturale della violenza, analizzandone cause e conseguenze e definendo il contesto per le singole testimonianze.

La Giuria a livello locale e regionale è composta da donne e uomini che godono di un alto livello di rispetto tra le donne e le organizzazioni di donne - e sono soprattutto donne attiviste, scienziate, esperte in campo giuridico, economico, di comunicazione, ecc.

La Giuria Internazionale è composta da donne e uomini che hanno un'ottima conoscenza della situazione e del contesto e che godono di grande rispetto internazionale e integrità morale.

Il Tribunale non emette sentenze, ma formula condanne pubbliche e fa pressione sulle istituzioni nazionali e internazionali. Il Tribunale può avviare le opportune misure contro l'autore di un reato, ad esempio con la raccolta di prove per l'azione legale.

L'estetica è una dimensione importante del Tribunale - introdurre questa dimensione ha permesso alle donne di trasformare il dolore che hanno vissuto in un'altra forma di resistenza. Attraverso varie forme di espressione artistica, dall'espressione poetica, la pittura e la musica alla danza, all'artigianato e forme di teatro, le donne hanno trasmesso le loro esperienze più dolorose ad altri.


Cosa è il processo di preparazione per l'organizzazione del tribunale delle donne?


Il processo di preparazione dipende dal contesto e dalla valutazione e decisione di chi organizza il Tribunale. In India il processo di preparazione è durato due anni; in alcuni paesi ci sono voluti periodi di tempo più lunghi e in altri più brevi. In Jugoslavia, i preparativi sistematici e organizzati sono iniziati alla fine del 2010, anche se l'iniziativa per l'organizzazione del Tribunale esisteva già da circa un decennio.

Il processo preparatorio è inclusivo e democratico e significa che è necessario inserire i gruppi di donne attiviste, i gruppi per i diritti umani, le donne attiviste del sindacato, donne appartenenti alla comunità accademica, donne dei media, artiste e, naturalmente, tutte le donne interessate.

Quando si organizza un Tribunale delle Donne, l'obiettivo e il processo sono ugualmente importanti - l'obiettivo è molto importante, ma è il processo che ci permette di raggiungerlo.

E' molto importante che le donne testimoni al Tribunale siano sostenute sia durante il processo preparatorio e le udienze, ma anche dopo il Tribunale. 



Libia-Medioriente: Fermare l'escalation militare è possibile?

Noi crediamo di si!

Riteniamo che si debba escludere l’intervento armato in LIBIA dove la situazione è, veramente, drammatica. La guerra non è “La” soluzione ma “Una” risposta obbligata per alcuni. Noi, Donne in Nero, siamo sicure che si possa scegliere la nonviolenza, anche in Libia. E VOI?

Non dimentichiamo ciò che ha portato alla violenza e all'estremismo nella Libia e il contributo del nostro governo alle sofferenze del popolo libico.

Il 19 marzo 2011 iniziava il bombardamento della Libia: in sette mesi, l’aviazione Usa/Nato effettuava 10mila missioni di attacco, con oltre 40mila bombe e missili. Contemporaneamente, venivano finanziati e armati i settori tribali ostili al governo di Tripoli e anche gruppi islamici fino a pochi mesi prima definiti terroristi. Venivano infiltrate in Libia anche forze speciali, tra cui migliaia di commandos qatariani. A questa guerra, sotto comando Usa tramite la Nato, partecipava l’Italia con le sue basi e forze militari. Sono stati gli alleati Nato, come già ampiamente documentato, a finanziare, armare e addestrare in Libia nel 2011 gruppi islamici, tra cui i primi nuclei del futuro Isis, e a rifornirli di armi. 




Bombardare la Libia ha portato alla situazione tragica di oggi, ha fomentato l'estremismo criminale dell'ISIS e delle sue milizie. Facciamo in modo di spegnere l'incendio?

Noi proponiamo di scegliere altre strade per contribuire a ricomporre e riconciliare le diverse comunità di quella regione.

Che fare?

  • Bloccare le fonti di finanziamento del terrorismo, la vendita delle armi e del petrolio, la complicità con i diversi gruppi di miliziani armati che imperversano nella regione.
  • Inviare Corpi Civili di Pace a sostegno della società civile libica, delle comunità di donne e degli operatori di pace locali.
  • Utilizzare tutte le forme della diplomazia e della politica perché si arrivi ad un accordo tra le parti in conflitto, che coinvolge i rappresentanti delle comunità locali e affronta i temi della militarizzazione della politica libica e i diritti delle donne a partecipare alla vita politica del paese.



La questione della rappresentanza femminile in una democrazia che non ha alcun controllo di armi è un'ipocrisia. Le elezioni da solo non aiutano a raggiungere l'empowerment delle donne. Ci vuole di più. Ci vuole affrontare i problemi reali - militarizzazione, disarmo, smobilitazione, reinserimento dei rivoluzionari armati e nessun impunità per i signori della guerra.
Zahra Langhi, Piattaforma libica delle donne per la pace

sabato 7 marzo 2015

Chi sorride col dolore in fondo agli occhi

 

Rada e le donne bosniache: il lavoro per seppellire l’odio e tornare a vivere

 


Nel 2003 un gruppo di donne, vittime di opposti nazionalismi, ha creato una cooperativa per la lavorazione di lamponi a Bratunac, vicino Srebrenica. Oggi i soci sono 500 e i loro prodotti sono venduti anche in Italia. La loro storia sarà raccontata in un film. L’8 marzo sono in Italia.

Si chiamano Rada, Maja, Beba, Nermina. Sono musulmane, cristiano-ortodosse, sono operaie, contadine, agronome. Sono donne nate in Bosnia Erzegovina a cui la guerra ha portato via mariti, padri, fratelli. Sono vittime di opposti nazionalismi. Da 12 anni, queste donne lavorano, insieme, in una cooperativa agricola per la lavorazione di lamponi e altri piccoli frutti a Bratunac, a 11 chilometri da Srebrenica, sulla riva occidentale della Drina, al confine tra Bosnia Erzegovina e Serbia, zona che durante la guerra è stata teatro di duri scontri. 


Un’esperienza, quella della cooperativa, nata dall’idea di 10 persone, in maggioranza donne, che, nel 2003, hanno deciso di costruirsi un futuro, riattivando l’economia rurale del villaggio (fino al 1991 Bratunac rientrava nella maggiore zona di produzione di piccoli frutti della Jugoslavia, tanto che il 90% della popolazione del villaggio era legata a essa). E resa possibile, oltre che con il lavoro di operatori umanitari impegnati in organizzazioni di volontariato raccolte nel Consorzio italiano di solidarietà (da qui anche la scelta di un nome italiano per la cooperativa), anche grazie all’amicizia tra Radmila ‘Rada’ Zarkovic, originaria di Mostar, un passato con le Donne in nero e attuale presidente della Cooperativa Agricola Insieme, Skender Hot, di Tuzla che della cooperativa è direttore, e Mario Boccia, fotogiornalista italiano che ha seguito e documentato il conflitto nei Balcani fin dall’inizio.

Nessun manager avrebbe scelto di fare impresa lì perché è il luogo dove si è consumata la strage più grande, dove l’odio e il rancore sono stati i più forti – racconta Boccia – In questo senso, il progetto della cooperativa è politico oltre che solidale, perché quelle donne hanno capito che per ricominciare una vita comune dovevano ricostruire le condizioni per poterla vivere, a partire dal lavoro. Rada mi diceva: ‘Non voglio fare un convegno sul dialogo interreligioso o su quanto è bello stare insieme, voglio offrire lavoro’. E così è stato”.

Oggi i soci della cooperativa sono più di 500 e 28 le persone, in maggioranza donne, che lavorano nello stabilimento dove la frutta viene surgelata o trasformata in confetture e succhi. I loro prodotti sono venduti anche in Italia. E a Bratunac, a differenza di Srebrenica e di altre zone del Paese, i rientri di chi è stato cacciato durante la guerra sono stati moltissimi. Anche grazie alla cooperativa, che ha permesso di avviare un processo di riconciliazione.


Queste donne erano sì vedove, ma non vogliono più essere chiamate così perché si sono rifatte una famiglia – dice Boccia – Il dolore c’è, ma è una cosa intima non da esibire. L’hanno superato nell’interesse dei figli, per andare avanti”. Niente vittimismo, dunque, ma riconoscimento dell’altro come vittima della stessa violenza subita e non come nemico. “Qui parecchie persone scomparse non sono mai state ritrovate. Quando capita, ciò che resta viene riconsegnato ai familiari che possono seppellirli o fare un funerale – continua -. Sono momenti molto tesi e in cooperativa tutti partecipano al dolore, anche gli altri, i ‘diversi’, è un fatto importantissimo perché significa che queste persone vivono davvero insieme e non le une accanto alle altre”.

La cooperativa ha permesso a tanti lavoratori della zona di consolidare la propria attività. I lamponi si raccolgono una volta l’anno ed essendo deperibili devono essere venduti subito, accettando anche prezzi bassi. Diventando soci, si conferisce il prodotto alla cooperativa dove viene surgelato e poi venduto. Ma non è stato facile perché i lamponi surgelati della Bosnia Erzegovina non erano più competitivi di quelli di altri Paesi membri dell’Unione europea.

Così la Cooperativa Insieme ha scelto di iniziare a produrre confetture e succhi. Per farlo ha dovuto ricorrere a prestiti bancari. Nel 2005 però un finanziamento della Cooperazione internazionale ha permesso loro di consolidare il lavoro. Ma era necessario trovare sbocchi di vendita. La svolta, resa possibile dalla rete di amicizia solidale che circonda queste donne, è arrivata perché il prodotto non è solo etico, ma è anche buono. “Quando è stato assaggiato da Coop Italia, il commento è stato: ‘Ma qui c’è solo frutta!’”, dice Boccia. In Italia, la maggior parte dei prodotti della Cooperativa Agricola Insieme è veicolata da Alce Nero tramite Coop, soprattutto Nordest e Lombardia, circa il 15% da Ctm Altromercato e il resto da MioBio, piccolo importatore che rifornisce la rete dei Gruppi d acquisto solidale. Il prodotto surgelato viene venduto anche in Turchia, Croazia e Serbia. “Ci sono stati momenti difficili nella vita della cooperativa, l’ultimo nel maggio del 2014 con l’alluvione – racconta Boccia – ma quei momenti hanno portato a manifestazioni di solidarietà, trasversale”.

La storia della Cooperativa Agricola Insieme e dell’amicizia che l’ha resa possibile diventerà un film. A girarlo i registi Mario e Stefano Martone che, dopo i primi sopralluoghi a Sarajevo, Tuzla, Mostar, Srebrenica e Bratunac, torneranno in Bosnia in estate per terminare le riprese. Sarà un momento importante, spiegano gli autori sul sito del progetto, “sia per la cooperativa, perché inizia la stagione della raccolta, che per la Bosnia, dato che a luglio 2015 saranno trascorsi 20 anni dal massacro di Srebrenica”. Già autori di “Napoli 24”, documentario presentato al Torino Film Festival 2010, e di “Lucciole per lanterne”, ambientato nella Patagonia cilena, i Martone puntano a raccogliere 10 mila euro, per realizzare il documentario, attraverso il crowdfunding. Il titolo che hanno scelto è “Dert” che, come racconta Rada nel teaser è una parola difficile da tradurre in italiano, “indica una persona che sorride ma che ha il dolore in fondo agli occhi”.







In occasione della Giornata internazionale della donna che si celebra l’8 marzo, le donne della Cooperativa Agricola Insieme partecipano a un incontro promosso dai Parlamentari italiani per la pace che si tiene alle 15 nella Sala Aldo Moro della Camera dei Deputati, previsto il saluto della presidente della Camera, Laura Boldrini, una degustazione dei prodotti della cooperativa e una mostra sulla ex Jugoslavia con fotografie di Mario Boccia. “Un’iniziativa importante, voluta, che racconta un percorso di riconciliazione e di costruzione della pace”, commenta Giulio Marcon, deputato di Sel che negli anni Novanta è stato presidente del Consorzio italiano di solidarietà. 


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giovedì 5 marzo 2015

Il corpo della donna non è un'arma di guerra




"Non voglio essere etichettata come una vittima."

Così ha detto una delle 32 donne provenienti da Siria ed Iraq che si sono riunite a Istanbul per una conferenza da 26 al 28 gennaio.
 

L'obiettivo della conferenza è stato quello di porre fine all'uso della violenza sessuale come arma nei conflitti nella regione della Siria/Iraq. Le donne sono in grande aspettativa, forti e determinate. Fanno sentire le loro voci dove gli altri tacciono. E sono attive sostenendo i diritti umani dove molte organizzazioni internazionali non osano andare.

L'evento è stato organizzato dalla Lega internazionale delle Donne per la Pace e la libertà e da MADRE, (una ONG statunitense che lavora per i diritti umani delle donne) con il finanziamento del Ministero degli esteri britannico. Le partecipanti stanno lavorando in aree controllate da ISIL (Stato Islamico) o dai governi di Siria ed Iraq. A volte in pericolo reale per la vita, ogni giorno documentano crimini di violenza per poter chiedere giustizia in una data successiva.

""Le armi non crescono sugli alberi!" : gli interessi occidentali fomentano conflitti, crisi e guerra

Viaggiare a Istanbul era molto rischioso per molte donne, ma per loro era estremamente importante prendere parte alla conferenza. Hanno voluto raccontare le loro esperienze ed elaborare richieste per la comunità internazionale. Alla fine della conferenza, i risultati sono stati presentati a rappresentanti diplomatici di vari paesi.

Le partecipanti hanno analizzato le cause dei conflitti in Iraq e Siria. Secondo questa analisi, particolare importanza è data al vuoto politico che ha aiutato i gruppi militanti come ISIL a salire al potere. Anni di occupazione e di intervento coloniale da parte degli Stati Uniti e altre potenze occidentali hanno creato questo vuoto. Processi di radicalizzazione sono stati messi in moto.  


In questo modo, i conflitti hanno alimentato violazioni dei diritti umani delle donne nel contesto di una società fortemente patriarcale. Per questo motivo, le attiviste chiedono soluzioni politiche della comunità internazionale oltre all'assistenza finanziaria. Una misura sarebbe il divieto di importazione di armi poiché, come ha detto una giornalista siriana: "Le armi non crescono sugli alberi, ma sono trasportate attraverso le frontiere!." E l'Occidente gioca qui un ruolo decisivo

Crisi Siria-Iraq sta distruggendo il settore sanitario:


Aiuti a breve termine non forniscono una soluzione a lungo termine! Le attiviste chiedono anche investimenti nel settore sanitario. Una donna ha raccontato la situazione in Siria, sostenendo che il governo e le organizzazioni terroristiche costituiscono entrambi un pericolo per la popolazione generale. Il governo sta sistematicamente uccidendo i suoi cittadini e distruggendo il sistema sanitario. Su 5 milioni di persone che necessitano di assistenza sanitaria, 3 milioni non ricevono niente. Inoltre, le attiviste criticano gli aiuti a breve termine delle organizzazioni internazionali. A lungo termine la loro efficacia è carente. Per esempio, non prevede il pagamento degli stipendi ai professionisti sanitari locali. L'ultimo ospedale di Aleppo è minacciato di chiusura, poiché non c'è denaro per pagare i salari e i costi operativi che ammontano a circa 70.000 dollari al mese.

Numerosi stupri e altri casi di violenza contro le donne; poche offerte di assistenza psicosociale

In un workshop tenuto da Medica Mondiale, una ONG che supporta le donne e le ragazze che hanno subito violenza sessuale, si potrebbero condividere esperienze e conoscenze relative alle varie opportunità e sfide di svolgere assistenza psicosociale in zone di guerra. Le donne hanno sottolineato quanto poca assistenza psicosociale sia disponibile. Hanno descritto un enorme bisogno di esperti di formazione per attiviste e operatori sanitari: personale specializzato, spazi sicuri per le sopravvissute e sostegno psicosociale a lungo termine sono necessari più di qualche sessione di counselling. Nei campi profughi, purtroppo, c'è una mancanza di sostegno psicosociale e misure preventive.

Stigmatizzazione dello stupro: un problema enorme per sopravvissute e organizzazioni umanitarie

Una delle cause per la mancanza di offerte di sostegno secondo alcune attiviste è la forte stigmatizzazione sociale della violenza sessuale. "L'assistenza" dal governo per le superstite potrebbe in realtà portare a ulteriore stigmatizzazione perché spesso include controlli di verginità.

Alla fine della conferenza le partecipanti hanno fatto le seguenti raccomandazioni per affrontare la violenza sessuale in Iraq e la Siria.

  •   Aumentare l'accesso ai servizi medici e psicosociali per le donne sopravvissute alla violenza. Garantire sostegno per servizi esistenti e collegare le sopravvissute con servizi attraverso reti di riferimento sicure e programmi che garantiscano l'accesso per le donne, nonostante la mobilità limitata.
  •  Consolidare sforzi con le organizzazioni internazionali per migliorare la partecipazione delle organizzazioni locali in progetti internazionali e meccanismi internazionali per i diritti umani. Collegare le organizzazioni internazionali alle organizzazioni di base è necessario al fine di rendere la pianificazione e supporto il più vicino possibili ai bisogni esistenti.
  • Esercitare pressioni sui governi per emendare le leggi discriminatorie nazionali e introdurre nuove leggi per fermare l'impunità e proteggere le donne da stigmatizzazione, molestie e delitti d'onore.
  •  Fornire supporto tecnico per colmare le lacune tra le legislazioni nazionali e gli standard internazionali dei diritti umani. Tale sostegno dovrebbe includere programmi di sensibilizzazione legale per tutte le parti interessate, redazione di schemi giuridici adeguati per riformare sistemi attuali che discriminano le donne.
  •  Fornire corsi di formazione per attiviste e organizzazioni sul supporto psicosociale e sanitario per le superstiti delle violenze, sulle procedure per intervistarle e documentare i crimini di violenza sessuale.
  • Sviluppare strategie di empowerment che assicurino la riabilitazione dei sopravvissuti di violenza sessuale attraverso i programmi di reinserimento psico-sociale, economica e sociale. Rafforzare la capacità dei gruppi di diritti delle donne a sostenere i diritti delle donne e i bisogni delle superstiti.
  • Fornire supporto tecnico, finanziario e logistico per programmi mirati sulla riforma dei media affinché le donne non siano più presentate come vittime.
 
Spesso sentiamo le parole "dobbiamo fare qualcosa" per giustificare l'ennesimo ricorso alla guerra. Qui vediamo le richieste concrete dalle donne più direttamente coinvolte in una crisi. È chiaro che vedono gli interventi militari come parte, o addirittura la causa principale, del problema, non la soluzione.

domenica 15 febbraio 2015

Non dimenticheremo mai il genocidio di Srebrenica 1995 – 2015

Quest’anno cade il 20° anniversario del genocidio di Srebrenica - il più grande crimine di massa commesso in territorio europeo dopo la seconda Guerra mondiale.

L’11 luglio 1995 la formazione armata della Republika Srpska, comandata dall’indiziato all’Aja Ratko Mladić, occupò Srebrenica, un rifugio sicuro sotto la protezione delle nazioni Unite. Il regime di S. Milošević fornì il completo sostegno militare, logistico, finanziario e politico all’azione di genocidio. Secondo I dati ufficiali furono uccise 8372 persone di nazionalità bosniaca, ma le famiglie rivendicano circa 10.000 dei loro membri.

Per commemorare il 20° anniversario del genocidio di Srebrenica, ogni 11 del mese le organizzazioni per la pace e compagnie artistiche della Serbia, della Bosnia Erzegovina e del Montenegro organizzeranno attività a Belgrado, Sarajevo, Kotor e in altre città in Serbia, Bosnia Erzegovina e Montenegro. La prima di questa serie di attività, l’11 febbraio, sarà una visita compiuta da attivisti/e delle Donne in Nero e dell’Associazione per la Ricerca Sociale e la Comunicazione al Memorial Center di Potočari, insieme alle donne di Srebrenica.

Le attività saranno organizzate allo scopo di:

  • esprimere la nostra compassione, solidarietà e responsabilità verso le vittime del genocidio di Srebrenica;
  • richiamare l’attenzione sul fatto che nell’opinione pubblica dei nostri paesi il genocidio di Srebrenica è ampiamente negato o minimizzato
  • ricordare il fatto che nei tre paesi indicati non è ancora stata proclamata una Giornata della Commemorazione del genocidio di Srebrenica, come era stato suggerito dal Parlamento Europeo, e ribadire la richiesta che l’11 luglio sia proclamato Giornata di Commemorazione del genocidio di Srebrenica;
  • incoraggiare le nostre società perché si affermi una cultura di compassione e solidarietà.

La commemorazione congiunta del 20° anniversario del genocidio di Srebrenica è stata promossa dalle seguenti organizzazioni per la pace e compagnie artistiche: Dah Theater, Belgrado - Led art, Novi Sad - Associazione per la Ricerca Sociale e la Comunicazione, Sarajevo - Škart, Belgrado - Donne in Nero, Belgrado.


Con il sostegno di: Centro per Donne e Educazione alla Pace, Anima, Kotor - Associazione Anima, Đulići/Zvornik – Gruppo Attivisti Pace, Tuzla - Movimento Madri delle Enclave di Srebrenica e Žepa, Sarajevo - Associazione Donne di Srebrenica (Žene Srebrenice), Tuzla – Donne per la Pace, Leskovac - SoS hotline per donne e bambini vittime di violenza, Vlasotince – Associazione Donne Sundial, Peščanik Kruševac - Centro per Ragazze, Niš - Voce di Donne, Priboj - Associazione Antifascista di Serbia, Belgrado - Centro Alternativo per Ragazze, Kruševac – Sezione Donne di CA Equality (UG Ravnopravnost), Zrenjanin – Gruppo Donne Pace, Pančevo – Iniziativa Donne di Vojvodina, Novi Bečej – Spazio Donne (Ženski prostor), Niš – Centro Donne Rom Dae, Belgrado - Art Women, Belgrado.

Belgrado, Sarajevo
10 febbraio, 2015

domenica 8 febbraio 2015

GIORNATE DELLE MEMORIE

 
La mia grande lezione da Auschwitz è: chi vuole disumanizzare l'altro deve prima essere disumanizzato. Gli oppressori non sono più veramente umani, qualunque sia l'uniforme che indossano.

Hajo Meyer 12 agosto 1924 – 23 agosto 2014

 


Il 27 gennaio ricorda la data in cui, nel 1945, venne liberato il campo di sterminio di Auschwitz, uno dei luoghi più tragici dell'olocausto nazista. Il termine olocausto viene usato per descrivere il genocidio sistematico che portò alla deportazione e allo sterminio di 6 milioni di ebrei, 500.000 rom e sinti, oltre a migliaia di comunisti, lesbiche, gay e transessuali, malati di mente, pentecostali, testimoni di Geova, sovietici, polacchi e altre popolazioni slave.

Nel suo libro I sommersi e i salvati Primo Levi, sopravvissuto al lager di Auschwitz, riflette sul dovere e sulla difficoltà del portare testimonianza di eventi tanto terribili e scrive: 

 “È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire. Può accadere, e dappertutto”.

Purtroppo nei decenni successivi i massacri sono continuati in molte parti del mondo, troppo spesso senza ottenere attenzione: dall'Indonesia all'Algeria, dall'Afghanistan al Guatemala.... Ancora adesso avvengono grandi stragi, come in Nigeria o in Libia, in Siria o a Gaza o in Iraq, e anche se ce ne arriva notizia, non trovano sufficiente eco nelle nostre menti e rischiano di essere dimenticate il giorno dopo.

Queste tragedie sono state realizzate dalla ferocia di governi, apparati militari e ogni sorta di attori armati, ma non sarebbero state possibili senza consenso, complicità o indifferenza diffusa. Perciò è necessario che ciascuna e ciascuno di noi si assuma invece la responsabilità di prestare attenzione e sentire che quanto succede ci riguarda. Occorre serbare memoria per cercare di comprendere la storia e i percorsi che hanno portato a quegli orrori; farne un uso onesto è quanto ci può permettere di evitare che si ripetano.

Con Primo Levi siamo convinte che 


“Neppure è accettabile la teoria della violenza preventiva: dalla violenza non nasce che violenza, in una pendolarità che si esalta nel tempo invece di smorzarsi.” 
(Primo Levi, I sommersi e i salvati).

Perciò siamo anche convinte che è nostra responsabilità costruire alternative nonviolente, lavorando giorno dopo giorno per cercare di inceppare i meccanismi della produzione e dell'uso delle armi, delle politiche di guerra, di conquista e sfruttamento, della esasperazione delle ingiustizie nel nostro paese e in ogni parte del mondo.

Insieme alla tragica memoria del 27 gennaio rispettiamo tutte le altre memorie di dignità umana offesa, impegnandoci contro ogni forma di violenza e discriminazione di carattere etnico, religioso, politico e di orientamento sessuale.

venerdì 30 gennaio 2015

Non vogliamo vivere nella paura, nel silenzio, nell'indifferenza

Spesso, il terrorismo si radica in un terreno fertilizzato dall’ingiustizia, dall’umiliazione, dalla frustrazione, dalla miseria e dalla disperazione. La sola maniera di far cessare gli atti terroristici è di privare i loro autori delle ragioni politiche invocate per giustificarlo. Quindi, per vincere il terrorismo, non è tanto la guerra che si deve fare, quanto la giustizia che si deve costruire.

Jean Marie Muller

Viviamo in tempi segnati dalla violenza.
Solo nell'ultimo mese: 134 bambini uccisi in una scuola a Peshawar, migliaia di persone massacrate da Boko Haram in Nigeria, continue uccisioni di palestinesi a Gaza e in Cisgiordania, centinaia di vittime nella guerra in Ucraina, 17 vittime negli attentati a Parigi.

E' necessario interrogarsi per capire le radici di tanta violenza.

Non possiamo rivolgere lo sguardo solo sugli “altri”, dobbiamo riflettere anche sulle “nostre” responsabilità.

Da anni i governi dell'Occidente si sono resi responsabili di gravi scelte politiche:
colonialismi, riarmo, sanzioni economiche, accaparramento di risorse, guerre nefaste in Iraq, Afghanistan, Libia, Siria che hanno provocato milioni di morti e hanno portato alla disintegrazione degli Stati colpiti.

Tutto questo alimenta odio, guerre, fanatismi e terrorismi. I fanatismi, non solo religiosi e ideologici, ma anche quelli sessisti, omofobi, nazionalisti e securitari non danno spazio alla vita.

Gli unici guadagni sono per i produttori di armi e per l'industria della sicurezza.
Noi non vogliamo vivere nella paura, nel silenzio, nell'indifferenza.rifiutiamo ogni genere di violenza
quella degli islamisti e quella degli eserciti e della NATO
quella dei terroristi e quella dei droni e dei bombardieri

rifiutiamo
  • l’intolleranza e i nazionalismi,
  • la paura dell’altro
  • la mancanza di rispetto per le diversità

chiediamo che l’Italia
  • si liberi del fardello di un sistema militare aggressivo
  • smetta di produrre e vendere armi
  • si doti di strumenti e metodi di difesa non armata e nonviolenta
  • faccia crescere la cultura del dialogo e dell’accoglienza


Non costruiamo sempre nuovi nemici, ma relazioni di cooperazione tra i popoli. Pratichiamo alternative alla logica dell'odio e della violenza nel segno del rispetto e della giustizia.