domenica 14 giugno 2015

Bambini palestinesi - senza diritti, senza protezione

Questa settimana due eventi hanno evidenziato ancora una volta il dramma dei bambini palestinesi cui vita e benessere sono alla mercé di un occupante spietato ed istituzioni internazionali vigliacchi e indifferenti.

  • L’esercito israeliano ha chiuso l’indagine sull’uccisione dei quattro bambini palestinesi, morti mentre giocavano a calcio durante il bombardamento aereo su una spiaggia di Gaza il 16 luglio del 2014. La magistratura militare ha stabilito che si è trattato di uno scambio di persona, un errore di identità, e che quindi i responsabili non saranno perseguiti penalmente.
Purtroppo questo non è una sorpresa, piuttosto è una procedura ben consolidata: avviene un'atrocità e un'indagine è istituita, che, alcuni mesi più tardi, assolve gli autori di tutte le colpe.
L'impunità degli israeliani di uccidere, ferire e altrimenti abusare i bambini palestinesi non si limita ai soldati. I coloni israeliani prendono sovente di mira bambini palestinesi, o con tentativi di rapimento o con investimenti deliberati in auto. Nell'ottobre 2014, un colono ha investito due ragazze palestinesi che stavano tornando dalla scuola materna. Inas Shawkat Khalil chi aveva cinque anni è morta qualche giorno dopo delle sue ferite. L'incidente è "sotto indagine", ma nessuno è stato accusato.
Secondo B'tselem, gruppo israeliano per i diritti umani: “Quando gli israeliani recano danno ai palestinesi, le autorità attuano una politica non dichiarata di perdono, di compromesso e di clemenza in punizione. Le forze di sicurezza israeliane hanno fatto ben poco per prevenire la violenza dei coloni o ad arrestare i trasgressori. Molti atti di violenza non sono mai stati indagati; in altri casi, le indagini sono state prolungate e alla fine nessuna azione è stata intrapresa.”
  •  Nonostante numerose segnalazioni da parte di Unicef e da altre organizzazioni per i diritti umani delle Nazioni Unite e anche da parte di ONG palestinesi, israeliane e internazionali, il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon ha omesso Israele dall'elenco degli Stati che sono colpevoli di abuso di bambini.
Questo elenco viene pubblicato in un allegato di una relazione annuale prodotta dall'ONU sui paesi con il maggior numero di uccisioni e abuso dei bambini. L'elenco evidenzia i colpevoli principali (gli Stati e gli insorti) e normalmente include le parti incluse nella relazione. La sezione su Israele e Palestina include quanto segue:


Nel 2014, la situazione della sicurezza si è deteriorata significativamente nello Stato di Palestina con un'altra escalation delle ostilità a Gaza e un significativo aumento delle tensioni in tutta la Cisgiordania, con devastanti impatti per i bambini. Bambini israeliani e palestinesi, continuano ad essere colpiti dalla situazione prevalente di occupazione militare, di conflitto e di chiusura.

Il periodo di riferimento ha visto un drammatico aumento del numero di bambini uccisi e feriti, soprattutto a Gaza. Almeno 561 bambini (557 palestinesi e 4 israeliani) sono stati uccisi e i feriti sono stati 4721 (4249 palestinesi e 22 israeliani).
In Cisgiordania, 13 ragazzi palestinesi dai 11 ai 17 anni sono stati uccisi. Dodici sono stati uccisi dalle forze di sicurezza israeliane durante le dimostrazioni e le operazioni militari di ricerca e di cattura, e un ragazzo è stato ucciso dai coloni. Il 15 maggio, due ragazzi palestinesi, avendo 16 e 17 anni, rispettivamente, sono stati uccisi durante gli scontri con le forze di sicurezza israeliane vicino a checkpoint di Beituniya. I rapporti indicano che i ragazzi non sembrano aver rappresentato una minaccia letale. Il 19 marzo, un ragazzo di 14 anni fu mortalmente colpito dalle forze di sicurezza israeliane, mentre attraversava la barriera della Cisgiordania. In un altro esempio, un ragazzo palestinese di dieci anni fu mortalmente colpito alla schiena dalle forze di sicurezza israeliane nel campo di Al Fawwar.

La relazione menziona anche i 700 bambini da Gerusalemme e il 151 dalla Cisgiordania arrestato da Israele e condannati in tribunali militari. L'ONU aveva anche ottenuto testimonianza giurata da 122 minori precedentemente imprigionati su maltrattamenti come percosse con bastoni, essere preso a calci, bendato e soggetto a minacce di violenza sessuale.

Pur avendo la sezione più lunga nel report di tutti i gruppi, Israele non è incluso nella "lista della vergogna", che è ovviamente la parte del report che riceve più attenzione dei media.

Khaled Quzmar, direttore della sezione palestinese di Defence of Children International, ha detto "Rimuovendo le forze armate di Israele dalla lista della vergogna, il Segretario generale Ban Ki-moon ha fornito tacita approvazione per le forze israeliane a continuare a svolgere le gravi violazioni contro i bambini con l'impunità".


domenica 31 maggio 2015

A suon di bombe

Nel 1978, appena eletto alla Presidenza della Repubblica, Sandro Pertini nel suo primo discorso chiamò a scelte di pace: “Svuotiamo gli arsenali, riempiamo i granai”, fu il suo appello. Invece l’Italia non solo continua ad armarsi, ma vende sempre più armi. 

Secondo i dati riportati dalla rivista dei missionari comboniani “Nigrizia”, nel 2014 l'esportazione italiana di armamenti è stata di 1 miliardo e 879 milioni di euro, con un incremento del 34% rispetto al 2013. Non solo, ma ci pare gravissimo che un terzo del totale sia finito nei paesi del Nordafrica e del Medioriente, dove così vengono alimentati focolai di guerra o guerre già in corso. Come altri paesi della parte ricca del mondo, l'Italia concorre non a nutrire il pianeta, ma a seminarlo di bombe.

Tra i troppi sprechi di una politica che esalta il primato delle armi, continua a indignarci che la Festa della Repubblica sia celebrata con una parata militare, per di più molto costosa. In tempi di crisi e di tagli a scuola, sanità, servizi, solo per il 2014 è stato speso 1 milione e mezzo di euro. Il 2 giugno dovrebbe essere l'occasione in cui si ricordano i fondamenti della nostra Costituzione, nata dalla Resistenza, che all'art. 11 afferma: “L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Da venticinque anni l'Italia, come componente della NATO, è coinvolta attivamente in azioni armate per cui sono state inventate le finzioni più varie: “missioni di pace”, “interventi umanitari”… Ma comunque le si chiami, sono aggressioni che devastano e uccidono.

Con questa stessa logica, che noi consideriamo inaccettabile, si sta organizzando un piano dell'Unione Europea per bombardare e distruggere i barconi degli scafisti prima che salpino dalle coste libiche: e sarà l'Italia ad avere il comando dell'operazione. Tutto questo senza avere affrontato i motivi profondi per cui cresce sempre più il numero di coloro che fuggono dai loro paesi – guerre, fame, carestie, persecuzioni e violenze di ogni genere – e senza avere garantito alcuna sicurezza a chi sta cercando di sopravvivere. Ci saranno così ancora più morti e verranno chiamati “danni collaterali”: ma è un’ipocrisia vergognosa, perché “questi ‘danni’ sono perdite previste e deliberate”: come scrive il generale Fabio Mini su “Repubblica”, 14 maggio 2015).

E noi invece che cosa vogliamo?
• Una giusta, umana accoglienza dei migranti
• il rifiuto di fare guerre, mascherate o no
• smettere di produrre, vendere e comprare armamenti
• … e di conseguenza, una celebrazione della Repubblica che sia davvero una festa disarmata, delle cittadine e dei cittadini.




sabato 23 maggio 2015

Nessun controllo sulla legislazione anti-democratica della coalizione di Netanyahu

La coalizione delle donne per la pace è stata un partito ad una petizione contro la legge israeliana antiboicottaggio, lavorando congiuntamente con Adalah e l'Associazione per i Diritti Civili in Israele. Mercoledì 15 aprile la sentenza dell'alta Corte israeliana ha lasciato la legislazione più o meno intatta. L'unica eccezione era di squalificare un elemento, che ha permesso a chiunque di citare in giudizio per boicottaggio relativi danni "senza prove".

Il disegno di legge anti-boicottaggio è uno di una miriade di legislazione razzista e anti-democratica volta a mettere a tacere l'opposizione e limitare i diritti della minoranza palestinese. La coalizione delle donne per la pace vuole affermare ancora una volta che il boicottaggio è uno strumento universalmente riconosciuto, legittimo e nonviolento nelle lotte per il cambiamento sociale e politico. La Corte israeliana non ha tutelato il diritto dei cittadini alla critica delle politiche del governo.

Non saremo dissuase dal esporre e portare alla discussione pubblica gli interessi economici che guida l'occupazione. Noi cContinueremo a resistere all'occupazione utilizzando tutti i mezzi legittimi e non violenti.

Con l'assenza di controlli legali sulla persecuzione politica in Israele, i commenti scioccanti di Netanyahu nel giorno delle elezioni, esprimendo il razzismo e l'intolleranza del dissenso, saranno senza dubbio scritti nella legge nel prossimo Knesset. La decisione dell'alta Corte non è riuscito a identificare questo grave pericolo. Dà una luce verde alla normativa anti-democratica come il disegno di legge di nazionalità che cerca di stabilire l'ebraicità di Israele nella legislazione; luce verde per istituire una pena di morte per i palestinesi accusati di terrorismo; luce verde per vietare organizzazioni si sinistra di ricevere donazioni.

Tali disegni di legge sono già una parte delle trattative per la formazione di una coalizione. Uno prende di mira anche l'autorità dello stesso ramo legislativo proponendo di impedire l'intervenzione dell'alta Corte nelle decisioni del Knesset e del comitato elettorale centrale.

Alla luce della sentenza della Corte, chiediamo alla comunità internazionale di:

  • Condannare l'attacco contro la società civile israeliana e la libertà di espressione
  • Affermare che il divieto di qualsiasi richiesta di boicottaggio utilizzato come strumento nella lotta contro l'occupazione è anti-democratico.
  • Condannare l'impunità di Israele come una cosiddetta democrazia nonostante la sua apparente mancanza di rispetto dei diritti umani e fondamentali civili.

domenica 3 maggio 2015

Non c'è pace senza giustizia

 

“…c’è una continuità di ingiustizia e violenza che rende difficile distinguere tra le violenze subite durante le guerre e quelle del dopoguerra. Si tratta della continuazione della guerra con altri mezzi, perché viviamo in una pace falsa e fragile piena di ingiustizie, umiliazioni e di ogni tipo di discriminazione….”.

 

A 70 anni dalla Liberazione continuiamo ad essere convinte che non c’è pace solo perché alla fine di una guerra tacciono le armi: la pace deve essere costruita, giorno per giorno. Le guerre della ex-Jugoslavia, che sono state combattute così vicino a noi, ce lo ricordano drammaticamente. La verità di quanto è avvenuto spesso è stata occultata, non lasciando memoria di molti crimini che sono stati commessi in particolare contro le donne.

Il sistema legale istituzionale (nazionale e internazionale) non soddisfa la giustizia: le élite politiche investono uno sforzo enorme per sacrificare gli interessi della giustizia agli interessi politici e al mantenimento del potere. Questa consapevolezza ha guidato il lavoro di molte associazioni di tutti i paesi della ex-Jugoslavia che dal 2011 ha portato alla realizzazione del Tribunale per le Donne della ex-Jugoslavia. Il Tribunale non emette sentenze, ma formula condanne pubbliche e fa pressione sulle istituzioni nazionali e internazionali.

Le nostre amiche dei Balcani ci ricordano che “…c’è una continuità di ingiustizia e violenza che rende difficile distinguere tra le violenze subite durante le guerre e quelle del dopoguerra. Si tratta della continuazione della guerra con altri mezzi, perché viviamo in una pace falsa e fragile piena di ingiustizie, umiliazioni e di ogni tipo di discriminazione….”.

Questo progetto “vuole essere uno spazio per testimoniare e per le voci delle donne, per l'autonomia delle donne, attraverso la loro partecipazione attiva alla costruzione della giustizia e della pace, al fine di creare nuovi paradigmi di giustizia. L'evento finale con testimonianze pubbliche si terrà a Sarajevo/Bosnia Erzegovina dal 7 al 10 maggio 2015” http://www.zenskisud.org/en/index.html


Durante questi quattro anni (2011-2015), le associazioni coinvolte sono state impegnate in intense attività per preparare il Tribunale delle Donne e creare un modello femminista di pace, giustizia e responsabilità. Queste attività comprendevano la creazione di una rete di donne solidali: testimoni, attiviste, terapiste, esperte e artiste provenienti da tutti gli stati della ex-Jugoslavia.

Il Tribunale delle Donne intende creare nuove politiche di conoscenza di quanto è avvenuto, riconsiderare le relazioni tra teoria e pratica/esperienza, costruire solidarietà e fiducia reciproca, storia alternativa delle donne e memoria storica collettiva. Le donne possono così trasformare il dolore che hanno vissuto in un'altra forma di resistenza.

Le donne in questo modo diventano soggetti di una ricostruzione della memoria che restituisca loro la dignità, non confinandole nel ruolo di vittime mute.

Tribunale delle Donne, Sarajevo, 7-10 di maggio 2015 

Uno spazio per le voci delle donne e per le loro testimonianze delle ingiustizie sperimentate durante la guerra e durante la pace;
Uno spazio per le testimonianze di donne della violenza, nella sfera privata e nella sfera pubblica;

Uno spazio per le testimonianze della resistenza organizzata delle donne.

domenica 19 aprile 2015

Un cimitero chiamato mediterraneo



Se l’Unione europea e il mondo continueranno a chiudere gli occhi su queste tragedie in atto nel Mediterraneo saranno giudicati nel modo peggiore, come in passato, quando chiusero gli occhi di fronte ai genocidi e non fecero nulla

Joseph Muscat primo ministro di Malta.

Attorno alla mezzanotte di domenica 19 aprile si è capovolto un peschereccio carico di migranti proveniente dalla Libia - l'ennessima tragedia nel Mediterraneo dove l'annegamento di rifugiati è diventato routine.

Finora sarebbero solo 28 i superstiti e si teme un bilancio di 500 — 700 morti. Il 14 aprile un’altra strage nella stessa zona, almeno 400 persone sono morte nell’affondamento di un barcone proveniente dalla Libia e diretto in Sicilia. 24 i cadaveri recuperati in mare finora dai mezzi di soccorso italiani.

La settimana scorsa, Medici Senza Frontieri (MSF) e Migrant Offshore Aid Station (MOAS) hanno annunciato un'operazione di ricerca, salvataggio e soccorso medico nella zona centrale del mediterraneo, tra l'Africa e l'Europa. L'operazione verrà eseguito da maggio a ottobre, quando si aspetta che migliaia di persone si rischiano la vita per raggiungere la sicurezza dell'Europa. L'anno scorso è stato il più letale finora per quelli che cercavano di arrivare sulle nostre sponde.

Quest'anno sarà peggio, perché la situazione in Africa sta peggiorando e c'è anche meno aiuto disponibile. L'operazione di ricerca e soccorso della Marina, Mare Nostrum, è stato interrotto nel novembre 2014 per mancanza di finanziamenti dai governi europei e non è stato sostituito.

Arjan Hehenkamp, direttore generale di MSF ha detto:

La decisione di chiudere le porte e costruire muri significa che uomini, donne e bambini sono costretti a rischiare la vita e prendere un viaggio disperato attraverso il mare. Ignorando questa situazione non lo farà scomparire. Europa ha sia le risorse e la responsabilità di evitare ulteriori morti e deve agire al fine di farlo.

Ma i governi non sembrano disposti a farlo. Ad esempio,il portavoce del Ministero degli esteri britannico ha detto "Non sosteniamo operazioni di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo." ed ha aggiunto che il governo ritiene che c'era "un'involontaria 'fattore di attrazione', incoraggiando altri migranti di tentare il pericoloso attraversamento del mare e portando così a più morti inutili. "

Nessun "fattore di attrazione" è necessario quando le persone sono disperate, costrette a lasciare le loro case a causa di guerra, oppressione e necessità economica – in molti casi il risultato diretto delle politiche militari ed economiche europee. Ma anche senza responsabilità diretta per la loro situazione, sono esseri umani - uomini, donne e bambini - come noi e nostri cari. Abbiamo i mezzi per salvare le loro vite. Non possiamo voltare le spalle.

Fleba il fenicio,
morto da quindici giorni,
dimenticò il grido dei gabbiani,
e il flutto profondo del mare
e il guadagno e la perdita.
Una corrente sottomarina
gli spolpò le ossa in sussurri.
Mentre affiorava e affondava
traversò gli stadi della maturità
e della gioventù
entrando nei gorghi.
Gentile o Giudeo
o tu che volgi la ruota
e guardi nella direzione del vento
pensa a Fleba,
che un tempo è stato bello
e ben fatto al pari di te.

La Morte per Acqua (T.S. Eliot)


venerdì 17 aprile 2015

Donne in prima linea contro gli attacchi in Yemen

Noi avremmo voluto che i paesi del Golfo, invece di affrettarsi a bombardarci, privilegiassero il dialogo ed invitassero le due parti a un negoziato. Avremmo anche preferito che la comunità internazionale utilizzasse i mezzi di pressione diplomatica, ad esempio che l’Onu esigesse dai ribelli Houthi il disarmo. Invece di ciò, essa ha dato la sua benedizione agli attacchi contro i loro magazzini di armi, senza tener conto dei civili.
Angela Abu Asba, docente al’Università di Sanaa ed attiva nell’associazione femminista “Donne unite".

Meno di una settimana dopo l’inizio dell’offensiva aerea condotta dalla coalizione di 9 paesi arabi contro i ribelli Houthi in Yemen, la popolazione aveva già pagato un pesante tributo: più di 50 civili sono morti negli attacchi, quando decine di donne yemenite sono scese in piazza, sperando ancora di poter frenare la spirale di violenza

Le manifestanti hanno chiesto la fine degli attacchi sullo da parte della coalizione guidata dall’Arabia Saudita, che appoggia le forze fedeli al presidente yemenita Abd Rabbo Mansour Hadi contro i ribelli Houthi e hanno esortato gli Houthi a rinunciare alla guerra.

Angela Abu Asba, ha partecipato ad un raduno di donne a Sanaa per denunciare gli attacchi:

Noi facciamo appello a tutte le donne dello Yemen perché diventino costruttrici di pace. Noi abbiamo organizzato questo raduno perché in quanto donne, sorelle, madri, noi non possiamo restare in silenzio di fronte a questa situazione.
 
Tutti i QG degli Houthi che sono bombardati a Sanaa, le caserme, il palazzo presidenziale, sono situati in quartieri residenziali. Sono state spazzate via case, e sono morti dei civili innocenti, in questi attacchi. Le scuole e la maggior parte delle attività commerciali sono chiuse. La gente è atterrita. Non osano più uscire di casa, e anche dentro non sono al sicuro.

Le ragazze rappresentano più del 70% degli studenti che frequentano l’istituto di lingue in cui lavoro. Da 5 giorni, non vengono più ai corsi. L’università per loro era una boccata di ossigeno e una speranza di futuro in questa società conservatrice. L’edificio non ha chiuso i battenti, ma ormai i loro genitori non le lasciano più venire. E’ una situazione incresciosa!

La nostra iniziativa unisce donne di ogni tipo, insegnanti, attiviste di partiti politici, professioniste. Ma noi condividiamo lo stesso obiettivo: vogliamo la pace per il nostro paese e facciamo appello a tutte le donne dello Yemen perché diventino costruttrici di pace.

Certo, noi denunciamo questo intervento straniero nel nostro paese, ma ce l’abbiamo anche con gli Houthi, che stanno mettendo a ferro e fuoco il sud del paese, le province di Aden, Lahj, Ad Dali’. Se siamo qui oggi è a causa di Abdelmalek Al-Houthi (il leader della rivolta houthi) e del presidente Hadi. L’uno è nascosto da qualche parte al sicuro e l’altro è confortevolmente alloggiato nei saloni sauditi, mentre gli Yemeniti sono massacrati.

Nel nostro paese hanno cominciato a diffondersi discorsi settari.  Noi avremmo voluto che i paesi del Golfo, invece di affrettarsi a bombardarci, privilegiassero il dialogo ed invitassero le due parti a un negoziato. Avremmo anche preferito che la comunità internazionale utilizzasse i mezzi di pressione diplomatica, ad esempio che l’Onu esigesse dai ribelli Houthi il disarmo. Invece di ciò, essa ha dato la sua benedizione agli attacchi contro i loro magazzini di armi, senza tener conto dei civili.

Ieri, ho preso alcune foto di una collina della periferia di Sanaa, dove erano state bombardate le armi. Le schegge sono arrivate fino alle case del mio quartiere e fatto tremare le finestre. Non oso immaginare cosa sia capitato ai civili che vivono vicino a quella collina.

In questi ultimi tempi, nel nostro paese hanno cominciato a diffondersi discorsi settari, discorsi di una contrapposizione fra sunniti e sciiti che non esiste nelle tradizioni della nostra società. Noi facciamo appello a tutte le donne dello Yemen perché lottino contro i discorsi di odio e vengano in aiuto alle vittime. Noi continueremo la nostra mobilitazione contro questa guerra immonda. Se occorre usciremo nelle strade, formeremo degli scudi umani per fermare questo conflitto fratricida.”

Oggi sulla sua pagina facebook, Angela Abu Asba ha fatto un appello a tutte le organizzazioni della società civile e alle agenzie umanitarie del mondo.

Oltre 25 milioni di yemeniti stanno affrontando una catastrofica crisi umanitaria nel vero senso della parola. Necessità come cibo, acqua e medicine non sono accessibili. A causa di lunghe interruzioni della fornitura di energia elettrica, ospedali non possono funzionare.

Facciamo appello a voi di mettere tutti i vostri sforzi per fermare questa guerra e le lotte intestine che sono causati da interessi politici regionali e internazionali. politico.

sabato 4 aprile 2015

L’Iraq, la Somalia, la ex-Yugoslavia, l’Afghanistan, di nuovo l’Iraq, la Libia- Queste guerre quanto e cosa ci costano?

 

Contatele: sono le basi militari NATO/USA in Italia. E il governo concede anche l'uso di strade e ferrovie. La guerra è molto vicina a ciascuna/o di noi

 


Non siamo d'accordo con la ministra della difesa Roberta Pinotti, che, appena accaduti a Tunisi e nello Yemen nuovi massacri, ha annunciato l'operazione Mare Sicuro poiché “le crisi si sono avvicinate”. Eppure persino il presidente degli Stati Uniti Barak Obama ha dichiarato nei giorni scorsi che 

“l'Isis è il diretto risultato di Al Qaeda in Iraq che è cresciuta con l'invasione USA”.

E noi aggiungiamo che altrettanto sta accadendo in Libia.

Nelle guerre degli ultimi 25 anni, l’Italia è stata molto attiva e continua ad attivarsi: abbiamo avuto l’Iraq, la Somalia, la ex-Yugoslavia, l’Afghanistan, di nuovo l’Iraq, la Libia… per molti di questi paesi l’Italia diventa un nemico, ed è per questo che è esposta a rischi. Siamo in guerra perché l’Italia è all’interno di una organizzazione (la NATO) che ha lo scopo di essere pronta a fare la guerra, in stretta relazione con gli Stati Uniti.

Queste guerre quanto e cosa ci costano?

Il territorio: utilizzato per le basi militari NATO e USA, che sono più di cento, il cui mantenimento grava per oltre il 30% sul bilancio nazionale; l’inquinamento provocato dalle basi, in cui non si può intervenire perché al di fuori del controllo legale e sanitario italiano; l’inquinamento provocato dalle esercitazioni militari italiane e internazionali, in cui si sperimentano armi e infrastrutture che avvelenano l’ambiente.

In due delle basi – Aviano e Ghedi – sono immagazzinate tra 70 e 90 bombe nucleari americane, anche se l’Italia ha firmato il trattato di non proliferazione delle armi atomiche, e non potrebbe neppure averle o farle transitare sul proprio territorio.

E malgrado la situazione di crisi e i tagli ai principali diritti e servizi di interesse sociale, le spese per la difesa non sono diminuite, anzi: malgrado una quasi promessa di ridurre o cancellare il programma di acquisto degli F-35, ad oggi il governo ha confermato l’acquisto di 90 cacciabombardieri d’attacco. Renzi inoltre ha promesso di aderire alle richieste NATO di portare il bilancio della difesa al 2% del PIL, il che significa passare dall’attuale spesa di 70 milioni di euro al giorno a 100 milioni al giorno!!!

Non ci sentiamo protette né dalle basi né dalle operazioni militari, che anzi rischiano di trasformarci in obiettivi di guerra. Come la sicurezza nei rapporti quotidiani nasce dallo stare bene con chi vive intorno a noi, a livello di relazioni internazionali abbiamo bisogno non di una politica estera aggressiva e coloniale, ma basata sulla collaborazione, il sostegno reciproco e la giustizia.