domenica 10 novembre 2019

L’Italia rompa immediatamente i patti dell’orrore con la Libia

No alla barbarie, ai razzismi, all’odio, alle politiche di morte



Torture, abusi, violenze di ogni tipo contro i migranti detenuti nei veri e propri lager libici chiamati ipocritamente campi. Luoghi dell’orrore in cui le donne vengono sistematicamente stuprate. Di questa barbarie tutti i nostri recenti governi sono stati oggettivamente complici, siglando patti e fornendo assistenza e mezzi alle bande di schiavisti che in Libia spadroneggiano e gestiscono il potere dietro una finta ufficialità.

Il rinnovo automatico di questi patti scellerati che scatterà il 2 novembre è una vergogna per l’umanità e per questo Paese che sembra non conoscere più la differenza fra il bene e il male, fra il giusto e l’ingiusto, fra l’umano e il disumano. Non vogliamo consolarci aspettando che la storia un giorno giudichi come meritano queste barbare politiche perché nel frattempo muoiono donne, uomini e bambini, annegando sotto i nostri occhi nell’indifferenza ormai generale. Non crediamo ai cosiddetti “miglioramenti” che sarebbero soltanto un’ipocrita copertura.

Vogliamo che questo orrore finisca subito. Da anni come donne e femministe lo stiamo denunciando. Chiediamo un’Europa dei diritti umani, dell’accoglienza, della solidarietà, della giustizia sociale, della convivenza. Chiediamo che si consentano ingressi con voli regolari, permessi umanitari, dignitosa accoglienza, speciale protezione per le donne migranti costrette a subire ogni sorta di violenza.

Ribadiamo che non esistono clandestini ma solo persone in cerca d’asilo, per qualsiasi ragione. Condanniamo le politiche di morte contro le persone migranti, politiche che colpiscono al cuore il senso stesso della democrazia anche per noi cittadine e cittadini dei paesi occidentali, colonialisti evidentemente non pentiti. Già lo si sta vedendo nel drammatico rinascere di ideologie razziste e autoritarie in tutta Europa, un tempo considerata la patria dei diritti umani.

Questa tragica deriva sta ridando vita al peggior patriarcato e al peggior neoliberismo, due forze non solo contrarie a un mondo che sia giusto per tutte e tutti, ma soprattutto nemiche delle donne, e questo lo sappiamo molto bene.

Un governo che ignori anche questo appello, l’ultimo di tanti che da anni abbiamo lanciato, avrà la gravissima responsabilità di aver chiuso gli occhi di fronte all’orrore per miserabili ragioni di realpolitik, quella realpolitik che da sempre le istituzioni invocano come alibi per coprire ogni sorta di ingiustizia e di violenza.

Chiediamo la rottura immediata dei patti con chi tortura, stupra e uccide le persone, chiediamo la fine dell’orrore. Invitiamo tutte le donne a farlo. Un gesto di giustizia, di speranza, di fiducia in un altro mondo possibile.


Le Donne in Nero italiane condividono quest'appello della rete femminista No muri No recinti


giovedì 24 ottobre 2019

Stop alla guerra di occupazione della Turchia contro il nord e l’est della Siria – Immediatamente!

Il 9 ottobre 2019 lo Stato turco ha iniziato la sua guerra di invasione e occupazione sul territorio della Siria settentrionale. L’esercito turco sta attaccando tutte le principali città e insediamenti lungo il confine, con attacchi aerei e colpi di mortaio. Secondo le cifre pubblicate da Mezzaluna Rossa Curda (The Kurdish Red Crescent), solo durante i primi cinque giorni di attacchi, sono stati uccisi almeno 46 civili e si contano 139 feriti – tra cui molte donne, bambine e bambini.

Attualmente, l’esercito turco insieme a un cosiddetto “esercito nazionale siriano”, composto da mercenari di diversi gruppi terroristici, sta tentando di estendere la propria invasione su quel territorio. Allo stesso tempo, le cellule dormiente dell’ISIS hanno iniziato nuovi attacchi in tutta la Siria settentrionale. Le forze SDF e YPJ-YPG, che hanno liberato la Siria del Nord-Est dal regime terroristico dell’IS, ora stanno dedicando le loro vite per proteggere le persone da nuove occupazioni e massacri. Quelle donne che hanno liberato migliaia di donne della schiavitù sotto IS sono ora bombardate da un esercito NATO. Milioni di vite, di persone di tutte le diverse comunità etniche e religiose, in questa regione, sono sotto minaccia. Diecimila famiglie sono state sfollate. Oltre ai villaggi popolati principalmente da popolazioni curde e arabe, ci sono stati attacchi mirati a quartieri cristiani. È ovvio che questi attacchi vengono portati avanti con obiettivi di pulizia etnica e cambiamento demografico.

L’occupazione turca e i crimini di guerra ad Afrin, a partire da gennaio 2018, sono stati fino ad oggi condonati dalla comunità internazionale. Così, la Turchia s’impegna per espandere il suo territorio e imporre il suo dominio su ulteriori regioni della Siria settentrionale e orientale, violando il diritto internazionale e la sovranità stessa della Siria. Allo stesso tempo, la Turchia trascura la volontà dei popoli della regione che hanno vissuto insieme pacificamente, sotto l’Amministrazione democratica autonoma. Gli attacchi della Turchia sono diretti contro gli avanzamenti della rivoluzione delle donne nel Rojava, che è stata una fonte di ispirazione per le donne di tutto il mondo. Le donne, che sono state avanguardia nella costruzione di un modello sociale alternativo, per una società democratica ed ecologica basata sulla liberazione delle donne, sono prese di mira dagli attacchi delle squadre assassine jihadiste. Il copresidente del Partito Futuro della Siria, Hevrin Xelef è stata assassinata in un’imboscata il 12 ottobre, mentre era in viaggio per visitare feriti e sfollati nella regione di Til Temir. Nonostante 8 anni di guerra continua in Siria, le regioni dell’amministrazione Autonoma nel Nord-Est della Siria sono riuscite a garantire diritti democratici e rispondere ai bisogni di tutte le persone in questa regione. Centinaia di migliaia di rifugiati di guerra provenienti da diverse regioni della Siria hanno trovato rifugio qui. Senza alcun sostegno degno di nota da parte delle organizzazioni delle Nazioni Unite, questi rifugiati sono stati accolti, protetti e sostenuti dalle strutture dell’Amministrazione Autonoma.

Mentre il governo di Erdogan ha annunciato apertamente questa guerra e i suoi piani di occupazione, la comunità internazionale – compresi gli organi dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) – non ha adottato misure adeguate per impedire che ciò accadesse. Inoltre, potenze egemoniche come la Russia e Gli Stati Uniti hanno incoraggiato l’aggressione della Turchia. I genocidi dell’Impero ottomano contro gli armeni e il popolo siriaco nel 1915 e i massacri contro il popolo curdo a Dersim, Halebje, Nussaybin, Cizire, Afrin … sono ancora nelle nostre menti. Oggi di nuovo, i crimini contro l’umanità sono stati preparati ed eseguiti apertamente, poiché il calcolo dei profitti di guerra conta di più del diritto internazionale, dei valori e diritti umani.

Le donne del Rojava hanno sempre sottolineato:

“Abbiamo difeso la rivoluzione delle donne con i nostri sacrifici. Conduciamo la nostra lotta a nome di tutte le donne nel mondo”.
 La guerra della Turchia contro le donne e i popoli del Nord-Est della Siria è un’aggressione contro tutte noi. Mira a colpire gli avanzamenti e i valori delle nostre lotte per i diritti, la libertà e la giustizia delle donne – ovunque. Con la campagna internazionale Women Defend Rojava (Donne in difesa del Rojava), ci uniamo contro il fascismo, l’occupazione e il patriarcato. Alziamo la nostra voce per il riconoscimento dell’autonomia dell’Amministrazione autonoma nel Nord-Est della Siria, per la pace e la giustizia in Siria.

Per prevenire nuovi genocidi e femminicidi nel 21° secolo, esortiamo il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, tutti gli organismi competenti della comunità internazionale e i governi ad intraprendere azioni urgenti al fine di:

  • Fermare immediatamente l’invasione e l’occupazione della Turchia nel Nord-Est della Siria; 
  • Istituire una No-Fly-Zone per la protezione delle vite delle persone nel Nord-Est della Siria; 
  • Prevenire ulteriori crimini di guerra e fermare la pulizia etnica da parte delle forze dell’esercito turco, dell’ISIS, di El Nusra e di altri gruppi terroristici jihadisti; 
  • Processare tutti i crimini e i criminali di guerra; 
  • Interrompere il commercio di armi con la Turchia; 
  • Attuare sanzioni politiche ed economiche contro la Turchia; 
  • Riconoscere l’Amministrazione autonoma democratica dei popoli del Nord-Est della Siria; 
  • Adottare misure immediate per una soluzione politica della crisi in Siria con la rappresentanza e la partecipazione delle donne e rappresentanti di persone di tutte le diverse comunità nazionali, culturali e religiose in Siria.  

Women Defend Rojava Campaign Committee 15 ottobre, 2019


Per Adesioni

     individui: dal sito https://womendefendrojava.net/ compilando il modulo online scorrendo un po’ la pagina sulla destra


    Organizzazioni: scrivendo all’indirizzo: solidarietadonnekurde@gmail.com

Prime adesioni:

Organizzazioni:
Women‘s Council of North and East Syria; Kongra Star; Council of Women in Syria MJS, Union of Free Women East Kurdistan KJAR, Organisation of Freedom Seeking Women Kurdistan RJAK, East Kurdistan Women’s Association Ronak, Kurdish Women’s Public Relation Office REPAK, Kurdish Women’s Movement in Europe TJK-E; International Representation of Kurdish Women’s Movement IRKWM, Kurdish Women’s Peace Office CENÎ; Kurdish Women’s Student Union JXK; Young Women’s Movement Jinên Ciwan; Êzidî Women’s Freedom Movement TAJÊ; Alevit Democratic Women‘s Movement; Free Women‘s Foundation Rojava (WJAR); Initiative of Democratic Muslim Women; Jineolojî Academy; Palestine Women’s Association Lebanon; Women’s Branch of Syriac Union Party Lebanon; Social and Cultural Association NEWROZ Lebanon; Mujeres Terretorios y Resistancias (Santa Cruz / Bolivia); Southall Black Sisters (UK); Revolutionary Association of the Women of Afghanistan (RAWA); Women’s Strike Poland; Mujeres Libres (CNT / Spain); Union Syndicale Solidaires France; International Labour Network of Solidarity and Struggles; Feminist Assembly of Madrid (Spain); Feministas de Abya Yala (Uruguay); Centro de Intercambios y Servicios Cono Sur CISCSA (Argentina).
Individui:
Mahila Kisan Adhikaar Manch (Forum for Women Farmers‘ Rights, India); Sylvia Marcos (Author, Mexico); Meredith Tax (writer & Emergency Committee for Rojava, USA); Nadje Al-Ali (academician, USA); Collette McAllister (Sinn Féin, Irland); Maria Luiza Duarte Azedo Barbosa (World Women‘s March, Brazil); Dr Radha D’Souza (University of Westminster, UK); Dr Mahvish Ahmad (University of Western Cape, South Africa), Francesca Gargallo Celentani (author and feminist, Mexico); Laura Quagliuolo (editor, Italy); Teresa Cunha (academician, Portugal); Tor Bridges (aunt of Anna Campbell, Producer, UK); Lilian Galan (MPP, Uruguay); Nancy Fraser (professor of philosophy and politics, USA); Dr Mithu Sanyal (author and broadcaster, Germany); Margaret Owen (Widows for Peace through Democracy WPD & Patron of Campaign Peace in Kurdistan, UK); Alba Sotorra Clua (filmmaker, Spain); Rahila Gupta (writer and activist, UK); Dr Mónica G Moreno Figueroa (sociologist, UK); Julie Ward (Member of European Parliament, UK); Prof Sarah Franklin (sociologist, UK); Wendy Lyon (human rights lawyer, Ireland); Dr Zahra Ali (sociologist, USA); Fatemeh Sadeghi (McGill University, Canada/Iran); Dr Sarah Glynn (academician, Scotland); Maryam Ashrafi (social documentary photographer & film-maker, Iran); Dr Hettie Malcomson (academician, UK); Debbie Boockchin (journalist & author, UK); Selay Ghaffar (Solidarity Party of Afghanistan); Dr Marina Sitrin (Binghamton University, USA); Amber Huff (researcher, UK); Christelle Terreblanche (University of Kwazulu-Natal, South Africa); Erella Shadmi (academician, Israel); Molly Crabapple (artist and author, USA); Dr. Soraya Fallah (California State University, USA); Dr. Camilla Power (Radical Anthropology Group, UK); Prof. Flavia Almeda Pita (State University of Feira de Santana Bahia & Incubadora de Economia Popular Soldidaria, Brazil); Houzan Mahmood (writer, UK); Dina al-Kassim (University of British Colombia, Canada), Vilma Rocio Almendra Quiguanas (Indigenous Nasa/Misak, Pueblos en Camino, Colombia); Helina Paul (ecologist, UK); Rane Khanna (filmmaker & lecture, UK); Mechthild Exo (researcher & activist in peace and conflict studies, Germany); Rita Lora Segato (National University of San Martin, Brazil); Prof Emeritus Ana Falu (National University of Cordoba, Argentina); Janet Sarbanes (writer and professor, USA); Charlotte Maria Saenz (academician, USA); Monika Gärtner-Engel (founding member of World Women Conference, Germany); Carla Bergman (writer & film-maker, Canada); Targol Mesbah (academician, USA); Lilián Raquel Galán Pérez (deputy of Parla Sur, Latin America); Sally Jackson (academician, USA); Verónica Mounier (academician, Mexico); 



 

giovedì 11 aprile 2019

70 Anni bastano!





Il 4 aprile la NATO, Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord, 
compie 70 anni.





La NATO è stata fondata come alleanza difensiva dei paesi che ne facevano parte, ma: 

  • nell’aprile 1999 il Nuovo Concetto Strategico impegna i paesi membri a condurre operazioni militari anche "al di fuori del territorio dell’Alleanza”, per ragioni di sicurezza globale, economica, energetica e migratoria; così si trasforma in alleanza che prevede l’aggressione militare in qualunque parte del mondo; 
  • la nuova strategia è stata messa in atto con le guerre in Jugoslavia, in Afghanistan, in Libia e le azioni di destabilizzazione in Ucraina e in Siria; 
  • l’appartenenza dell’Italia alla NATO ha condizionato e condiziona pesantemente le nostre politiche nazionale ed estera orientandole alla guerra; 
  • la NATO sostiene la necessità di deterrenza nucleare. Nel 2010 (Summit di Lisbona) ribadiva che “...fino a che ci saranno armi nucleari nel mondo, la NATO resterà una Alleanza nucleare”; 
  • in Italia nelle basi di Ghedi e Aviano sono immagazzinati almeno 70 ordigni nucleari, anche se l’Italia ha sottoscritto il Trattato di Non Proliferazione nucleare; per lo stesso motivo il nostro paese non ha aderito al Trattato sulla messa al bando delle armi nucleari, adottato dall’ONU il 7 luglio 2017; 
  • l’Italia destina attualmente 70 milioni al giorno a spese militari; secondo la richiesta fatta dalla NATO di raggiungere almeno il 2% del PIL questa cifra deve salire come minimo a 100 milioni al giorno; 
  • costano le basi USA e NATO e costa la manutenzione necessaria in particolare per le nuove bombe atomiche B61-12, che saranno installate a Ghedi e Aviano. 
Esigiamo che: 
  • non si prosegua l’acquisto degli F35 e si riducano in modo consistente le spese militari; 
  • non si piazzino a Ghedi e Aviano le nuove bombe nucleari B61-12; 
  • non siano collocati in Italia nuovi missili “atomici”;
  • l’Italia firmi e ratifichi il Trattato ONU per l’abolizione degli ordigni nucleari; 
  • si chiudano le basi e le installazioni USA e NATO in Italia e le si riconverta a uso civile

Libertà per Nasrin Sotoudeh

Lettera aperta al Presidente del Parlamento Europeo, Antonio Tajani e all’Alto rappresentante dell'Unione Europea per gli Affari esteri, Federica Mogherini 

Nasrin Sotoudeh, a cui il Parlamento europeo nel 2012 ha conferito il premio Sacharov per la libertà di pensiero, è stata condannata dalla magistratura iraniana a 38 anni di carcere e 148 frustate con l’accusa di spionaggio e altri reati legati alla sicurezza nazionale. 

Reati dei quali si dichiara innocente

E noi le crediamo perché abbiamo condiviso le sue battaglie in difesa dei diritti delle donne, dei dissidenti politici e contro la pena di morte anche a costo della sua stessa libertà personale e crediamo che le accuse mossele siano del tutto pretestuose, volte unicamente a far tacere per sempre la sua voce coraggiosa e libera e a privare così le donne iraniane e gli oppositori politici della loro avvocata. 

Pur avendo già subito un periodo di carcerazione dal 2010 al 2013, Nasrin, una volta tornata in libertà, ha continuato a lottare per l’abolizione della pena di morte e a difendere le donne che rifiutano l’obbligo di indossare il velo. 

Esprimiamo la nostra indignazione di fronte a questa condanna ingiustificata e barbara e chiediamo al Parlamento Europeo e all’Alto rappresentante dell'Unione Europea per gli Affari esteri di intervenire rapidamente per ottenere il rilascio di Nasrin. Noi donne che ovunque nel mondo siamo impegnate ad affermare i nostri diritti, la nostra autodeterminazione e opposizione a regimi patriarcali abbiamo bisogno del suo contributo, del suo coraggio, del suo sorriso. 

A lei e alla sua famiglia esprimiamo tutta la nostra solidarietà e vicinanza.

venerdì 29 giugno 2018

Comunicato Stampa - Cristina Cattafesta

 
Pubblichiamo, con preghiera di massima diffusione, il comunicato stampa lanciato oggi dalla famiglia e dal legale di Cristina Cattafesta, attivista del CISDA trattenuta nel Dipartimento Immigrazione di Gaziantep Turchia dal 26 Giugno.


  
 La famiglia di Cristina Cattafesta e la loro legale Avv. Alessandra Ballerini, esprimono grave preoccupazione per il protrarsi della permanenza presso il Centro di espulsione di Gaziantep, nel sud est della Turchia.

Cristina era in Turchia, in qualità di Osservatrice Internazionale per le elezioni presidenziali e parlamentari insieme a una delegazione C.I.S.D.A. ed è stata fermata il 24 giugno per un controllo. Martedì 26 è stata trasferita nel Dipartimento Immigrazione di Gaziantep per essere rimpatriata.

Speriamo tutti che il suo rientro sia imminente, ma sono passati cinque giorni dal suo fermo e nelle ultime 48 ore, ossia da quando è stata trasferita a Gaziantep, nessuno di noi è più riuscito ad avere contatti con lei perché le è stato sequestrato anche il cellulare.

Cristina è una donna di 62 anni che soffre di problemi di salute ed ha la necessità di fare controlli continui e cure adeguate. Non abbiamo informazioni certe sul suo rientro, né la possibilità di metterci in contatto con lei. Sappiamo che ieri l’avvocato del Consolato Italiano è andato a trovarla e siamo grati per l’impegno della Farnesina con la quale siamo in costante contatto ma esprimiamo seria preoccupazione per il suo stato di salute e chiediamo all’ Ambasciata Italiana, alle Istituzioni Italiane ed Europee il massimo impegno per riportare Cristina Cattafesta in Italia nel più breve tempo possibile.

 La Famiglia di Cristina Cattafesta e l’avv. Alessandra Ballerini

martedì 26 giugno 2018

Cristina Cattafesta Libera Subito!



Pubblichiamo questo comunicato del CISDA di cui Cristina Cattafesta è la Presidente per affermare la nostra vicinanza e il nostro sostegno come Donne in Nero, in questo momento di forte preoccupazione per la sua detenzione prolungata in un centro di espulsione nella località di Gaziantep, in attesa della decisione di Ankara sulla sua sorte. 


Attivista per i diritti umani e contro la guerra , al fianco delle Donne Afghane, con il CISDA ora anche impegnata sulla causa curda, amica da sempre delle Donne in Nero, Cristina è un esempio di impegno internazionale senza sosta. In questo quadro si inserisce la sua accettazione del ruolo di osservatore internazionale nei seggi delle zone curde, in una tornata elettorale presidenziale molto importante e delicata specie per il popolo curdo.

Ora siamo in attesa di sviluppi positivi e che Cristina possa congiungersi al resto della delegazione e ritornare in Italia al più presto. Nel caso in cui la sua detenzione dovesse prolungarsi, siamo a disposizione per qualunque iniziativa si voglia prendere in proposito da parte del CISDA.


26 giugno 2018

Il 21 giugno scorso, una delegazione di sei persone del Coordinamento Italiano a Sostegno delle Donne Afghane (Cisda) è partita alla volta della Turchia, nel sud est del paese, per svolgere il ruolo di Osservatrice Internazionale per le elezioni presidenziali e parlamentari. Il Cisda, da tre anni impegnata a sostegno della causa curda, ha risposto ai numerosi appelli di organizzazioni della società civile e dello stesso partito dell’HDP, che chiedevano la presenza di osservatori internazionali per monitorare un processo elettorale fondamentale per il futuro del paese. 

Domenica 24 giugno nella città di Batman, dove si trovava il seggio cui era stata destinata, Cristina Cattafesta, Presidente del Cisda, è stata fermata per un controllo da parte della polizia turca. Nei giorni precedenti anche altri osservatori erano stati fermati ed espulsi, ma non trattenuti. Il 25 giugno il procedimento contro la nostra compagna si è concluso con una sentenza di espulsione dalla Provincia di Batmam, con conseguente trasferimento nel Dipartimento Immigrazione, dove avrebbe dovuto essere trattenuta non oltre 24 ore. 

Giunge invece oggi la notizia che la Procura di Batman ha trasferito la decisione direttamente ad Ankara. Cristina Cattafesta sarà trasferita in un Centro di espulsione a Gaziantep. I tempi per la sua liberazione sono ad ora imprevedibili, e soggetti alla volontà dei giudici. Cristina Cattafesta è un’attivista che ha scelto di dare il suo sostegno e supporto come osservatrice per un processo elettorale complesso, come quello che si è svolto in Turchia. 

Mantenendo la massima cautela e il riserbo che la situazione richiede, ringraziamo tutti e tutte per le parole di solidarietà e per l’attenzione nei confronti di quanto accaduto. Saremo felici di dare visibilità a tutti i gesti di vicinanza che riceveremo e che danno voce a quella realtà che non abbassa lo sguardo per la giustizia e il rispetto dei diritti umani. 

Vi terremo aggiornati su eventuali iniziative che prenderemo a suo favore. Ci auguriamo che il caso sia chiuso nel più breve tempo possibile e che Cristina possa tornare al più presto in Italia. Libera.