giovedì 11 aprile 2019

70 Anni bastano!





Il 4 aprile la NATO, Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord, 
compie 70 anni.





La NATO è stata fondata come alleanza difensiva dei paesi che ne facevano parte, ma: 

  • nell’aprile 1999 il Nuovo Concetto Strategico impegna i paesi membri a condurre operazioni militari anche "al di fuori del territorio dell’Alleanza”, per ragioni di sicurezza globale, economica, energetica e migratoria; così si trasforma in alleanza che prevede l’aggressione militare in qualunque parte del mondo; 
  • la nuova strategia è stata messa in atto con le guerre in Jugoslavia, in Afghanistan, in Libia e le azioni di destabilizzazione in Ucraina e in Siria; 
  • l’appartenenza dell’Italia alla NATO ha condizionato e condiziona pesantemente le nostre politiche nazionale ed estera orientandole alla guerra; 
  • la NATO sostiene la necessità di deterrenza nucleare. Nel 2010 (Summit di Lisbona) ribadiva che “...fino a che ci saranno armi nucleari nel mondo, la NATO resterà una Alleanza nucleare”; 
  • in Italia nelle basi di Ghedi e Aviano sono immagazzinati almeno 70 ordigni nucleari, anche se l’Italia ha sottoscritto il Trattato di Non Proliferazione nucleare; per lo stesso motivo il nostro paese non ha aderito al Trattato sulla messa al bando delle armi nucleari, adottato dall’ONU il 7 luglio 2017; 
  • l’Italia destina attualmente 70 milioni al giorno a spese militari; secondo la richiesta fatta dalla NATO di raggiungere almeno il 2% del PIL questa cifra deve salire come minimo a 100 milioni al giorno; 
  • costano le basi USA e NATO e costa la manutenzione necessaria in particolare per le nuove bombe atomiche B61-12, che saranno installate a Ghedi e Aviano. 
Esigiamo che: 
  • non si prosegua l’acquisto degli F35 e si riducano in modo consistente le spese militari; 
  • non si piazzino a Ghedi e Aviano le nuove bombe nucleari B61-12; 
  • non siano collocati in Italia nuovi missili “atomici”;
  • l’Italia firmi e ratifichi il Trattato ONU per l’abolizione degli ordigni nucleari; 
  • si chiudano le basi e le installazioni USA e NATO in Italia e le si riconverta a uso civile

Libertà per Nasrin Sotoudeh

Lettera aperta al Presidente del Parlamento Europeo, Antonio Tajani e all’Alto rappresentante dell'Unione Europea per gli Affari esteri, Federica Mogherini 

Nasrin Sotoudeh, a cui il Parlamento europeo nel 2012 ha conferito il premio Sacharov per la libertà di pensiero, è stata condannata dalla magistratura iraniana a 38 anni di carcere e 148 frustate con l’accusa di spionaggio e altri reati legati alla sicurezza nazionale. 

Reati dei quali si dichiara innocente

E noi le crediamo perché abbiamo condiviso le sue battaglie in difesa dei diritti delle donne, dei dissidenti politici e contro la pena di morte anche a costo della sua stessa libertà personale e crediamo che le accuse mossele siano del tutto pretestuose, volte unicamente a far tacere per sempre la sua voce coraggiosa e libera e a privare così le donne iraniane e gli oppositori politici della loro avvocata. 

Pur avendo già subito un periodo di carcerazione dal 2010 al 2013, Nasrin, una volta tornata in libertà, ha continuato a lottare per l’abolizione della pena di morte e a difendere le donne che rifiutano l’obbligo di indossare il velo. 

Esprimiamo la nostra indignazione di fronte a questa condanna ingiustificata e barbara e chiediamo al Parlamento Europeo e all’Alto rappresentante dell'Unione Europea per gli Affari esteri di intervenire rapidamente per ottenere il rilascio di Nasrin. Noi donne che ovunque nel mondo siamo impegnate ad affermare i nostri diritti, la nostra autodeterminazione e opposizione a regimi patriarcali abbiamo bisogno del suo contributo, del suo coraggio, del suo sorriso. 

A lei e alla sua famiglia esprimiamo tutta la nostra solidarietà e vicinanza.

venerdì 29 giugno 2018

Comunicato Stampa - Cristina Cattafesta

 
Pubblichiamo, con preghiera di massima diffusione, il comunicato stampa lanciato oggi dalla famiglia e dal legale di Cristina Cattafesta, attivista del CISDA trattenuta nel Dipartimento Immigrazione di Gaziantep Turchia dal 26 Giugno.


  
 La famiglia di Cristina Cattafesta e la loro legale Avv. Alessandra Ballerini, esprimono grave preoccupazione per il protrarsi della permanenza presso il Centro di espulsione di Gaziantep, nel sud est della Turchia.

Cristina era in Turchia, in qualità di Osservatrice Internazionale per le elezioni presidenziali e parlamentari insieme a una delegazione C.I.S.D.A. ed è stata fermata il 24 giugno per un controllo. Martedì 26 è stata trasferita nel Dipartimento Immigrazione di Gaziantep per essere rimpatriata.

Speriamo tutti che il suo rientro sia imminente, ma sono passati cinque giorni dal suo fermo e nelle ultime 48 ore, ossia da quando è stata trasferita a Gaziantep, nessuno di noi è più riuscito ad avere contatti con lei perché le è stato sequestrato anche il cellulare.

Cristina è una donna di 62 anni che soffre di problemi di salute ed ha la necessità di fare controlli continui e cure adeguate. Non abbiamo informazioni certe sul suo rientro, né la possibilità di metterci in contatto con lei. Sappiamo che ieri l’avvocato del Consolato Italiano è andato a trovarla e siamo grati per l’impegno della Farnesina con la quale siamo in costante contatto ma esprimiamo seria preoccupazione per il suo stato di salute e chiediamo all’ Ambasciata Italiana, alle Istituzioni Italiane ed Europee il massimo impegno per riportare Cristina Cattafesta in Italia nel più breve tempo possibile.

 La Famiglia di Cristina Cattafesta e l’avv. Alessandra Ballerini

martedì 26 giugno 2018

Cristina Cattafesta Libera Subito!



Pubblichiamo questo comunicato del CISDA di cui Cristina Cattafesta è la Presidente per affermare la nostra vicinanza e il nostro sostegno come Donne in Nero, in questo momento di forte preoccupazione per la sua detenzione prolungata in un centro di espulsione nella località di Gaziantep, in attesa della decisione di Ankara sulla sua sorte. 


Attivista per i diritti umani e contro la guerra , al fianco delle Donne Afghane, con il CISDA ora anche impegnata sulla causa curda, amica da sempre delle Donne in Nero, Cristina è un esempio di impegno internazionale senza sosta. In questo quadro si inserisce la sua accettazione del ruolo di osservatore internazionale nei seggi delle zone curde, in una tornata elettorale presidenziale molto importante e delicata specie per il popolo curdo.

Ora siamo in attesa di sviluppi positivi e che Cristina possa congiungersi al resto della delegazione e ritornare in Italia al più presto. Nel caso in cui la sua detenzione dovesse prolungarsi, siamo a disposizione per qualunque iniziativa si voglia prendere in proposito da parte del CISDA.


26 giugno 2018

Il 21 giugno scorso, una delegazione di sei persone del Coordinamento Italiano a Sostegno delle Donne Afghane (Cisda) è partita alla volta della Turchia, nel sud est del paese, per svolgere il ruolo di Osservatrice Internazionale per le elezioni presidenziali e parlamentari. Il Cisda, da tre anni impegnata a sostegno della causa curda, ha risposto ai numerosi appelli di organizzazioni della società civile e dello stesso partito dell’HDP, che chiedevano la presenza di osservatori internazionali per monitorare un processo elettorale fondamentale per il futuro del paese. 

Domenica 24 giugno nella città di Batman, dove si trovava il seggio cui era stata destinata, Cristina Cattafesta, Presidente del Cisda, è stata fermata per un controllo da parte della polizia turca. Nei giorni precedenti anche altri osservatori erano stati fermati ed espulsi, ma non trattenuti. Il 25 giugno il procedimento contro la nostra compagna si è concluso con una sentenza di espulsione dalla Provincia di Batmam, con conseguente trasferimento nel Dipartimento Immigrazione, dove avrebbe dovuto essere trattenuta non oltre 24 ore. 

Giunge invece oggi la notizia che la Procura di Batman ha trasferito la decisione direttamente ad Ankara. Cristina Cattafesta sarà trasferita in un Centro di espulsione a Gaziantep. I tempi per la sua liberazione sono ad ora imprevedibili, e soggetti alla volontà dei giudici. Cristina Cattafesta è un’attivista che ha scelto di dare il suo sostegno e supporto come osservatrice per un processo elettorale complesso, come quello che si è svolto in Turchia. 

Mantenendo la massima cautela e il riserbo che la situazione richiede, ringraziamo tutti e tutte per le parole di solidarietà e per l’attenzione nei confronti di quanto accaduto. Saremo felici di dare visibilità a tutti i gesti di vicinanza che riceveremo e che danno voce a quella realtà che non abbassa lo sguardo per la giustizia e il rispetto dei diritti umani. 

Vi terremo aggiornati su eventuali iniziative che prenderemo a suo favore. Ci auguriamo che il caso sia chiuso nel più breve tempo possibile e che Cristina possa tornare al più presto in Italia. Libera.

sabato 23 dicembre 2017

Una giustizia femminista per rispondere alle molteplici violenze contro le donne


Sono morta il 15 Agosto del 1992.
Sono viva perché ho bisogno di raccontare la verità


 Una testimone del Tribunale delle Donne di Sarajevo



La rete italiana delle Donne in Nero ritiene importante far conoscere la straordinaria importanza del Tribunale delle Donne dei Balcani e aprire anche in Italia una riflessione su un approccio femminista alla giustizia. Per questo è stato lanciato un appello ad altre donne e si sono moltiplicate iniziative in varie città.

Appello ad una riflessione comune

Come Donne in Nero di Padova e come Rete italiana delle Donne in Nero stiamo riflettendo sulla giustizia in un’ottica femminista a partire dall’esperienza del Tribunale delle donne, svoltosi a Sarajevo nel maggio del 2015, e di altre esperienze di tribunali delle donne, anche se articolati in modo diverso e con finalità diverse. (Dopo il primo tribunale delle donne, istituito nel 1992 a Lahore in Pakistan, ne sono stati organizzati quasi 40, ricordiamo quello del 2000 a Tokio per le comfort women, nel 2001 a Città del Capo, nel 2006 a Mumbai e nel 2009 a Bangalore in India, in California nel 2012 sulla situazione delle donne povere, bianche e nere...). 


Nella sessione del Tribunale di Sarajevo, a cui alcune di noi hanno partecipato, sono state presentate le testimonianze delle violenze subite dalle donne a partire dall’inizio delle guerre nei Balcani nel 1991 ad oggi. La necessità di istituire il Tribunale delle donne è stata motivata dalle risposte inefficaci e insufficienti che le donne hanno ricevuto dalle istituzioni, compreso il Tribunale internazionale de L’Aia per la Jugoslavia: infatti le donne che sono riuscite a parlare in tribunale hanno verificato l’assenza di ascolto o, per lo meno, un ascolto malevolo. 

Le testimonianze delle donne hanno evidenziato e condannato il patriarcato locale e il sistema socio-economico sia durante la guerra sia dopo; è emersa infatti una continuità tra violenza durante la guerra e violenza nel dopoguerra, se durante la guerra il corpo della donna è diventato un campo di battaglia, dopo la guerra diventa una merce qualunque senza valore e superfluo nel mercato della privatizzazione. La violenza sulle donne assume dunque il significato di paradigma di ogni altra forma di violenza. 

Dall’esperienza dei tribunali delle donne risulta che, in un’ottica femminista, non è sufficiente individuare i responsabili delle ingiustizie subite, ma è necessario: 

  • un ascolto empatico e solidale con le donne che raccontano le loro esperienze;
  • il riconoscimento delle capacità di resistenza delle donne di fronte alle esperienze di violenza e alle loro conseguenze; 
  • l’individuazione di responsabilità collettive, strutturali, degli stati, dei governi, delle istituzioni a vari livelli, allargando lo sguardo oltre le responsabilità dei singoli mediante una riflessione comune sulla giustizia da un punto di vista femminista. 

L’insufficienza della giustizia penale, che emargina e toglie voce alle vittime, e il riconoscimento dell’ingiustizia, fanno parte dell’approccio femminista alla giustizia: è la testimonianza dell’ingiustizia che deve stare al centro del procedimento, è essa a definire il reato. Ma per attuare questa nuova forma di giustizia è imprescindibile stabilire relazioni tra gruppi e singole diverse, praticare l’ascolto empatico e solidale che pone al centro l’esperienza delle donne senza atteggiamenti giudicanti, la chiamata ad una responsabilità collettiva che produce conoscenza e aumenta iniziative e azioni. 

L’approccio femminista alla giustizia, nell’esperienza della ex-Jugoslavia e di altre regioni, rappresenta una esperienza preziosa, che secondo noi va raccolta e rielaborata di fronte alla violenza che le donne subiscono anche qui da noi in un tempo cosiddetto pacificato (violenza sessuale fuori e dentro la famiglia, prostituzione forzata e riduzione in schiavitù, violenza economica, violenza legata al militarismo…). 

Come Donne in Nero desideriamo riflettere confrontandoci con le esperienze di chi subisce la violenza e con gli studi prodotti dalle femministe, mettendo a disposizione delle persone interessate ad approfondire queste tematiche, le nostre esperienze e i materiali scritti e video di cui disponiamo. 

Ravenna
Schio

Torino
Bologna





















Padova






PER SAPERNE DI PIU’: https://www.facebook.com/giustiziafemminista/

martedì 26 settembre 2017

Anissa Manca ci ha lasciate






La nostra amica, Donna in Nero di Roma,  Anissa se n'è andata e ha lasciato un grande vuoto. Ha lavorato con impegno e amore per i diritti del popolo palestinese. 



Riproduciamo qui un ricordo di Anissa pubblicato su “La nonviolenza è in cammino”.



 E' deceduta Agnese Anissa Manca, che era l'umanita' come dovrebbe essere. La ricordiamo con gratitudine che non si estingue. Riproponiamo due suoi brevi ritratti.


Di formazione sociologica e linguistica. Gia' docente di lingua araba, autrice della Grammatica (teorico-pratica) di arabo letterario moderno in uso nelle Universita' e Scuole di lingue. Ha viaggiato in tutta Europa, in Medio ed Estremo Oriente, in Asia e nelle Americhe. Ha studiato e lavorato in Belgio, Giordania, Palestina, Egitto e Usa. Negli ultimi anni svolgeva lavoro di volontariato in continuazione con la sua esperienza di lavoro in campi profughi palestinesi, a favore bei bambini feriti di Gaza e in vari altri contesti di emarginazione come la popolazione carceraria specie se immigrata.

Agnese Manca, nata a Terralba (Or) nel 1932, ha lasciato la Sardegna nel 1957 da insegnante elementare. Dopo aver conseguito il Diploma di Assistente Sociale presso l'Enssis di Roma nel 1961, si e' trasferita in Belgio poi in Medio Oriente come membro dell'associazione internazionale "Inter-cultural" (Ica-Afi) con sede a Bruxelles. Ha svolto attivita' di studio e di lavoro in Belgio, Giordania, Egitto e Stati Uniti utilizzando sempre la lingua del posto. Dopo due anni di studio intensivo della lingua araba nella cittadina giordana di Aqaba, nel Mar Rosso, ha frequentato per un anno la Facolta' di Sociologia dell'Universita' di Amman ed ha terminato i suoi studi in Egitto, laureandosi nel 1969 presso l'Istituto Superiore di Servizio Sociale del Cairo.

Nel 1974 ha ottenuto il Master of Arts in Sociologia all'Universita' statale dell'Illinois in Chicago dove ha insegnato nello stesso Dipartimento in qualita' di assistente. Ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Lingua e Letteratura Araba e in Dialetti Arabi (1985), presso la Scuola Orientale della Facolta' di Lettere e Filosofia dell'Universita' "La Sapienza" di Roma, con una tesi di ricerca e di approfondimento della lingua araba nelle sue varie sfaccettature dalle origini ai giorni nostri. Ha svolto insegnamento di Lingua Araba e di Sociologia Islamica presso il Pontificio Istituto di Studi Arabi e Islamici (Roma, 1975-80).

Ha avviato il Corso triennale di Arabo Letterario Moderno all'Ismeo (Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente) di Roma dove ha insegnato dal 1980 al 1987. Conclude la sua carriera d'insegnamento, in Italia e all'estero, presso l'Istituto Universitario Orientale di Napoli, nell'anno accademico 1996-97, tenendo un Corso di Lingua e Letteratura Araba nella Facolta' di Lingue e Letterature Straniere.

Lontano dalle cattedre di insegnamento, la sua passione per la lingua e la cultura araba, ormai parti integranti della sua identita' originaria, non ha perso il suo smalto. In tutti questi anni, infatti, i contatti col mondo arabo e non solo, attraverso viaggi e progetti di solidarieta', hanno rinvigorito il suo slancio iniziale per una condivisione di ideali e di culture. Roma rimaneva la sua dimora ed era qui che continuava la sua azione a favore di un mondo amico e solidale al di la' di ogni confine.

Ciao Anissa, ci mancherai molto.

martedì 23 maggio 2017

Il tribunale delle donne. Un approccio femminista alla giustizia Approfondimento e prospettive.



Le donne in nero hanno organizzato un seminario a Modena dal 6-7 di maggio sul Tribunale delle donne. Una trentina di donne, da Bologna, Varese, Schio, Verona, Torino, Ravenna, Roma, Modena, Fano, Reggio Emilia, Padova, Udine erano presenti.

 

Arriviamo alla spicciolata, chi prima chi , all’Ostello: molto bello e gradevole, gentile il personale; ci sono sale e salette per leggere, per studiare, per prendere il caffè alle macchinette o al bar. Nel grande salone in cui ci riuniremo ci aspetta un bel tavolo di spuntini e bevande (i succhi della pace della cooperativa Insieme!), decorato da manine che riportano alcuni slogan e frasi delle testimoni; sulle pareti foto e descrizioni del Tribunale di Sarajevo, sulla cattedra, oltre a microfoni e schermo per la proiezione, striscione e manina.

 Come da programma, dopo la calda accoglienza, il benvenuto e il canto di Tiziana, La ballata del marinaio di Luigi Tenco, abbiamo assistito insieme alla proiezione del film-documentario Il Tribunale delle Donne, un approccio femminista alla giustizia, prodotto dalle Donne in Nero di Belgrado (ZuC). Anche se probabilmente tutte l’avevamo già visto, ancora una volta ci ha lasciate per un momento senza parole, per l’impatto emotivo e per le sollecitazioni e i ripensamenti che ci suggerisce.


Ci aiuta Miryam Carlino a riprendere il discorso: sta preparando una tesi sui tribunali delle donne; notando le lacune dell’insegnamento scolastico della storia, in particolare quella contemporanea, ha raccolto libri, testimonianze e documenti; ma soprattutto ha viaggiato a Sarajevo nel 2016, dove la sua ospite le ha raccontato come ha vissuto l’assedio da bambina, e a Belgrado l’otto marzo 2017. Ha incontrato le ZuC, altre donne di diversi paesi, con loro è stata in piazza a manifestare e a incontrare i migranti intrappolati a Belgrado, ha discusso e ascoltato.

Ci racconta un po’ di storia dei Tribunali (1966, tribunale dei popoli Russell sul Vietnam), poi nel 1967, due sessioni con esperti e poche testimonianze; dal 1973 i Tribunali permanenti dei popoli, finora 43. Le donne sono ancora per lo più invisibili, solo vittime o oggetti, anche se alcune volte testimoniano. I Tribunali delle donne, organizzati da El Taller (Corinne Kumar): nel 92-94 in Pakistan, nel 2000 a Tokio con le comfort women, nel 2001 a Città del Capo, nel 2006 a Mumbai, a Bangalore nel 2009, in California nel 2012 sulla situazione delle donne povere, bianche e nere.

Di questi tribunali mancano informazioni dettagliate o relazioni. L’esperienza del Tribunale delle donne dei paesi della ex Jugoslavia nasce anche dai limiti dei precedenti tribunali, dalla sfiducia in quelli istituzionali - in particolare il Tribunale dell’Aja - in cui le testimoni sono state ritenute inaffidabili; in quelli dei popoli è stato spesso trascurato l’impatto sociale sulle donne abusate.

Ecco quindi l’importanza del Tribunale delle Donne di Sarajevo, e del film e del libro che ne descrivono il processo di preparazione, i principi, il metodo e lo svolgimento. Ne discutiamo insieme, e tanti sono gli interventi, che cerco di raggruppare per argomento.

 Il processo di preparazione ha avuto necessità di tempi lunghi, più di cinque anni, per definire contenuti, metodi e principi, e di un gran numero di persone - per lo più donne ma non solo - per poter essere portato avanti in tutti i paesi, ora divisi, che facevano parte della Jugoslavia. Insieme hanno provveduto alle necessità delle testimoni e hanno fatto conoscere al pubblico l’iniziativa e il lavoro; ne riconosciamo il grande impegno e le difficoltà incontrate per costruire una rete di solidarietà e responsabilità: tutti i mezzi sono stati utilizzati, l’arte, gli incontri chiusi e protetti e quelli aperti, workshop, proiezioni e comunicazioni. Alcuni aspetti sono stati messi particolarmente in evidenza:

  • La centralità delle testimoni; ognuna, che abbia o no poi parlato a Sarajevo, è stata ascoltata ed è diventata protagonista. I racconti, le difficoltà e le decisioni delle testimoni hanno formato, poco per volta, il contenuto e i metodi adottati nel Tribunale. 
  • Politica dell’ascolto, etica della cura; ogni testimone è stata accompagnata, sostenuta, accudita; per loro sono stati scelti i posti più belli, gli ambienti migliori. 
  • L’allargamento dei contenuti a ogni aspetto della violenza, in tempo di guerra ma anche dopo; dalle testimonianze si sono individuati gli elementi di ingiustizia che le donne hanno raccontato, di ogni tipo, non solo in luoghi e periodi di guerra guerreggiata.
  • Non c’è gerarchia del dolore, tutte le testimonianze sono di pari importanza; ogni ingiustizia è riconosciuta. 
  • C’è - e deve continuare ad esserci - attenzione, cura, rispetto, volontà di ascolto, protezione e accompagnamento delle testimoni; il lavoro del Tribunale continua in incontri e workshop, non si è fermato dopo il grande momento di Sarajevo. 
  • Il superamento della legge penale, il riconoscimento dell’ingiustizia fanno parte dell’approccio femminista alla giustizia: la testimonianza è nuova forma di giustizia e definizione del reato. Non è solo modifica o decostruzione del concetto ufficiale di giustizia, ma una sua reinvenzione per scardinarne l’ordine simbolico. 
  • Il ruolo fondamentale delle attiviste, della rete di relazioni che hanno saputo tessere; diverse testimoni sono a loro volta diventate attiviste; in particolare riconosciamo il ruolo fondamentale delle ZuC, che hanno assunto la responsabilità organizzativa e politica del Tribunale. 
  • Il Tribunale continua le sue attività: l’ultimo incontro con le testimoni è stato il 19-21 maggio, il prossimo sarà a metà giugno.  

Il Tribunale ci interroga: che fare per dare voce a questa esperienza? 

 Innanzi tutto iniziative pubbliche per farla conoscere, informare, perché ci siamo rese conto che se ne sa molto poco. Diversi gruppi di DiN hanno già fatto iniziative di presentazione del libro e proiezione del film; l’interesse c’è ma la disinformazione è molto diffusa, in particolare tra le persone più giovani che delle guerre balcaniche non hanno saputo quasi niente. In queste iniziative è stata importante la presenza di qualcuna che ha raccontato esperienze dirette.

Necessario anche allargare il discorso, dalle situazioni specifiche dei Balcani a noi, qui, oggi:



  • ricollegare i diversi aspetti della violenza riconoscendola come sistemica e patriarcale a partire dai i temi che sono sempre stati nostri e che sono tutti connessi (nazionalismi, militarizzazione, guerre e violenza); poiché i temi che le testimoni hanno individuato nel Tribunale delle donne li ritroviamo qui anche se in forma diversa;
  • a partire dai limiti della giustizia ufficiale, che emargina e toglie voce alle vittime, proporre il modello di giustizia femminista: ne abbiamo bisogno anche qui, per esempio nei centri antiviolenza, dove le donne hanno difficoltà a denunciare, o per le donne migranti; 
  • evidenziare e praticare l’etica della cura e la politica di ascolto
  • ascoltare, raccogliere e valorizzare le storie (“noi scriviamo la storia” dicevano le testimoni a Sarajevo, “archivi di giustizia”); 
  • includere e coinvolgere altri gruppi, specialmente di donne ma non solo. A questo proposito diverse hanno citato NonUnaDiMeno, gruppi locali che sono attivi in questo periodo in molte città; altre hanno già collaborato con le donne dell’ANPI e dell’UDI, con Case delle Donne, con lo SPI, con insegnanti per interventi nelle scuole. 
  • Per nuovi contatti si è parlato di Maschile Plurale, No Muri No Recinti, Toponomastica femminile (M. P. Ercolini), più radicata in sud Italia, Centri Studi universitari, Donne del Mediterraneo in Puglia: tutte situazioni, comunque, con cui si hanno già relazioni e conoscenze, da approfondire. Più discussa la proposta di coinvolgere giuriste o avvocate, che da un lato dovrebbero essere interessate al tema della giustizia, ma dall’altro non lo mettono in discussione se non come possibile modifica, e non per scardinarne l’ordine simbolico. 
Tutto questo necessita però di essere preparato, cominciando o proseguendo un lavoro di approfondimento e riflessione anche tra di noi.

Alcune proposte:


  • Organizzare un Festival delle Donne in Nero, di due o tre giorni, dove dibattere tra di noi, anche con inviti ad altre persone significative, o con altre realtà 
  • Costruire un Tribunale delle Donne per l’Italia per rilevare le ingiustizie, prevaricazioni e violenze sulle donne è qualcosa che sarebbe necessario, ma qui la nostra situazione è di maggiore debolezza, e non potremmo esserne promotrici né assumerci la responsabilità politica e organizzativa svolgendo il ruolo che hanno avuto le ZuC nei Balcani. 
  • Fare delle giornate di studio invitando alla discussione altre realtà femminili e non, per iniziare un ragionamento sulla violenza, che qui esiste ma è affrontata in realtà diverse e frantumate. 
  • Pensare alla possibilità di costruire un progetto di collaborazione con le ZuC per raccogliere, ordinare e mettere a disposizione il materiale raccolto durante i cinque anni del processo di preparazione. 
  • Preparare un documento-proposta da inviare ad altri gruppi, per verificare se c’è interesse ad approfondire insieme questi temi; meglio se un gruppo ristretto di noi lo prepara e poi lo propone a tutte.

Raccomandazioni a noi stesse: 

  • Fondamentale per condividere il lavoro con altre realtà è stabilire le relazioni, senza cui non si fa niente; partiamo da quelle che abbiamo, e cerchiamo di mantenerle, a livello locale, nazionale e internazionale. Riprendiamo gli scambi tra di noi, e anche i viaggi di conoscenza. 
  • Far sapere alle altre le iniziative prese dai vari gruppi o a livello nazionale; in particolare, scrivere anche alle ZuC di questo incontro e delle iniziative locali passate e future, e alle liste in altre lingue. 
  • Dobbiamo, come DiN, darci una sistemata dal punto di vista del lavoro pratico e organizzativo. 
  • Nelle iniziative scegliere l’approccio che più si adatta alle diverse realtà
  • Colleghiamo i settori di cui ci occupiamo (lavoro, migranti, scuola, neoliberismo) per far emergere l’ingiustizia in tutte le sue forme. 
  • Attenzione! Il libro sul Tribunale, tradotto dalle DiN di Udine, sta finendo: è necessaria una ristampa, che sia condivisa da tutte.