domenica 7 agosto 2016

Anniversari vergognosi


Il 6 e il 9 agosto di 71 anni fa le città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki furono distrutte dalle prime bombe atomiche della storia. 

106.000 persone morirono immediatamente e altre 89.000 quasi subito per le ferite mortali ricevute. Innumerevoli, negli anni successivi, le persone che si ammalarono; inguaribile la ferita della terra.




Incredibilmente - quella non fu la fine ma solo l’inizio della corsa agli armamenti nucleari. Oggi si contano nel mondo circa 15.700 bombe nucleari di cui: 7500 russe, 7200 statunitensi, 200 francesi, 250 cinesi, 215 britanniche, 80 israeliane, 100-120 pakistane, 90-110 indiane, 5-10 coreane. Di queste almeno 10.000 sono pronte all’uso; ed è sempre più probabile che una guerra nucleare possa iniziare “per sbaglio”.

Gli Usa mantengono 180 bombe nucleari nelle loro basi in Europa. 70 di queste sono in Italia (50 ad Aviano e 20 a Ghedi-Torre) e saranno presto sostituite con altre più “moderne” e in grado di colpire a distanza. In tal modo diventa più probabile il lancio di un attacco nucleare dal nostro paese, che viene quindi esposto a una possibile rappresaglia nucleare.

Ospitando queste bombe l’Italia viola il Trattato di non-proliferazione nucleare, firmato nel 1969 e ratificato nel 1975, che all’Art. 2 stabilisce: «Ciascuno degli Stati militarmente non nucleari, che sia Parte del Trattato, si impegna a non ricevere da chicchessia armi nucleari o altri congegni nucleari esplosivi, né il controllo su tali armi e congegni esplosivi, direttamente o indirettamente».

Vogliamo che l’Italia cessi di violare il Trattato di non-proliferazione e chieda agli Stati Uniti di rimuovere immediatamente qualsiasi arma nucleare dal territorio italiano e di rinunciare a installarvi le nuove bombe.

Ogni anniversario che passa senza un bando totale delle armi nucleari è una vergogna per tutti noi. È vergognoso che i governi possono guardare quella distruzione e si dichiarano disposti a ripeterla. È vergognoso quando c'è tanta povertà nel mondo che tanto denaro e  tanto ingegno umano vengono sprecati su queste armi.



Non possiamo dimenticare Hiroshima e Nagasaki e i loro morti. Non smettiamo di denunciare l’orrore della guerra. Per un mondo libero dalla paura, dall’odio e dalle armi nucleari cominciamo da qui, cominciamo da noi, cominciamo subito.


Anniversari vergognosi


Il 6 e il 9 agosto di 71 anni fa le città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki furono distrutte dalle prime bombe atomiche della storia. 

106.000 persone morirono immediatamente e altre 89.000 quasi subito per le ferite mortali ricevute. Innumerevoli, negli anni successivi, le persone che si ammalarono; inguaribile la ferita della terra.





Incredibilmente - quella non fu la fine ma solo l’inizio della corsa agli armamenti nucleari. Oggi si contano nel mondo circa 15.700 bombe nucleari di cui: 7500 russe, 7200 statunitensi, 200 francesi, 250 cinesi, 215 britanniche, 80 israeliane, 100-120 pakistane, 90-110 indiane, 5-10 coreane. Di queste almeno 10.000 sono pronte all’uso; ed è sempre più probabile che una guerra nucleare possa iniziare “per sbaglio”.

Gli Usa mantengono 180 bombe nucleari nelle loro basi in Europa. 70 di queste sono in Italia (50 ad Aviano e 20 a Ghedi-Torre) e saranno presto sostituite con altre più “moderne” e in grado di colpire a distanza. In tal modo diventa più probabile il lancio di un attacco nucleare dal nostro paese, che viene quindi esposto a una possibile rappresaglia nucleare.

Ospitando queste bombe l’Italia viola il Trattato di non-proliferazione nucleare, firmato nel 1969 e ratificato nel 1975, che all’Art. 2 stabilisce: «Ciascuno degli Stati militarmente non nucleari, che sia Parte del Trattato, si impegna a non ricevere da chicchessia armi nucleari o altri congegni nucleari esplosivi, né il controllo su tali armi e congegni esplosivi, direttamente o indirettamente».

Vogliamo che l’Italia cessi di violare il Trattato di non-proliferazione e chieda agli Stati Uniti di rimuovere immediatamente qualsiasi arma nucleare dal territorio italiano e di rinunciare a installarvi le nuove bombe.

Ogni anniversario che passa senza un bando totale delle armi nucleari è una vergogna per tutti noi. È vergognoso che i governi possono guardare quella distruzione e si dichiarano disposti a ripeterla. È vergognoso quando c'è tanta povertà nel mondo che tanto denaro e  tanto ingegno umano vengono sprecati su queste armi.

Non possiamo dimenticare Hiroshima e Nagasaki e i loro morti. Non smettiamo di denunciare l’orrore della guerra. Per un mondo libero dalla paura, dall’odio e dalle armi nucleari cominciamo da qui, cominciamo da noi, cominciamo subito.


domenica 19 giugno 2016

Per un’Europa dell’accoglienza e dell’ospitalità

 
La giornata del 19 giugno è stata istituita dall'ONU nel 2015 come Giornata Internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne nei conflitti.
 

Sempre più numeroso si sta facendo il flusso migratorio delle donne sia dalla Siria che dai Paesi Africani. Il percorso che fanno queste donne per fuggire dalle situazioni invivibili nei loro paesi (sui cui rovinosi conflitti i governi occidentali hanno non poche responsabilità) è caratterizzato da un susseguirsi di violenze ed abusi. 

Ci siamo mai chiesti/e come mai sono così numerose le donne incinte che sbarcano sulle nostre coste? Il loro doloroso itinerario può durare molti mesi ed esse sono nelle mani di chi le tiene rinchiuse nei centri di raccolta. 


E quando arrivano in Europa che cosa le aspetta? Esse sono spesso costrette all'interno dei centri di accoglienza (in realtà campi di detenzione) ad affrontare molestie, ricatti, sfruttamento, senza poter ricorrere alla giustizia ed avere protezione e riconoscimento dei loro bisogni. 


Tenendo conto della particolare sensibilità della situazione di una donna che richiede sicurezza (e si ritrova invece in una promiscuità obbligata), nonché riconoscimento delle esigenze di donne e madri di bambini piccoli, noi Donne in Nero, in sintonia con la "Rete femminista no muri no recinti", vogliamo sensibilizzare sulla necessità che sia riconosciuta alle Associazioni di donne la possibilità di monitorare all'interno dei Centri di raccolta: quale accoglienza di genere viene riservata alle donne profughe o immigrate? Solo così sarà possibile instaurare le condizioni in cui siano pienamente rispettati i loro diritti, solo così si potrà parlare di accoglienza vera per loro e i/le loro bambini/e.

20 giugno 2016 Giornata mondiale della Rifugiata e del Rifugiato Indetta dall'Assemblea delle Nazioni Unite nel 2001, a 50 anni dalla stipulazione della convenzione sui profughi

Attraversare i confini per un’Europa senza fili spinati, muri, lager

Non in nostro nome: 

  • Le guerre sostenute o combattute dall’Europa e dall'Occidente che generano morte, distruzione e costringono alla fuga centinaia di migliaia di persone;
  • Le chiusure delle frontiere, il trattamento inumano delle persone che cercano salvezza e futuro nei nostri paesi;
  • Le politiche, gli accordi, e le decisioni vergognose, nazionali o europee che siano: accordo con la Turchia ed ora anche con Libia e altri paesi africani, rimpatri forzati, cernite tra profughi, uso della repressione, affarismo "umanitario", mafie tollerate, in palese violazione della Dichiarazione Universale dei diritti umani;
  • L'ignoranza e indifferenza rispetto alle rispetto alle disparità delle condizioni e dei vissuti di donne e uomini in queste situazioni, benché proprio sulle donne si regga la cura e il sostegno delle persone più fragili;
  • La distinzione tra riufiati, profughi da guerre e migranti "economici" o ambientali - una forzatura insensata in quanto guerre, persecuzioni, crisi economica globale e disastri ambientali sono cause ormai collegate e tolgono la possibilità di sopravvivenza a intere popolazioni.
Vogliamo anche denunciare la responsibilità di media e politici nel diffondere disinformazione, allarmismi ingiustificati su un'invasione che non c'è e sull'aumentato rischio di terrorismo. Si tratta infatti di flussi gestibili, ma amplificati e strumentalizzati dai vari “spacciatori” di paura, a fronte dell' incapacità della classe dirigente di trovare risposte adeguate. 

Nella Giornata mondiale della Rifugiata e del Rifugiato ad un’Europa del filo spinato, dei muri e dei lager, un’Europa arroccata nella paura dell’Altro e del Diverso e nella difesa dei propri interessi,
vogliamo contrapporre
un’Europa dell’accoglienza e dell’ospitalità dove i confini si attraversano per favorire l’incontro tra persone che si riconoscono diverse ma uguali.

lunedì 30 maggio 2016

Lettera dalle Donne in Nero alle autorità italiane e agli e le europarlimentari italiane/i


Signori e Signore, noi, Donne in Nero della rete in Italia, appartenenti alla Rete Internazionale delle
Donne in Nero, osserviamo inorridite e con immenso dolore le politiche sull'immigrazione perseguite dal governo italiano e le misure politiche approvate dall’Unione Europea nei confronti delle persone rifugiate che arrivano nel nostro territorio.

L'atteggiamento e le risposte al dramma in corso hanno generato in noi prima stupore e poi rabbia, indignazione e dolore perché mai avremmo pensato che i nostri rappresentanti nei diversi Parlamenti potessero pensare a provvedimenti così indegni della condizione umana.

Vogliamo ricordare che

  • ciò che spinge queste persone ad abbandonare le loro case sono le guerre e le loro conseguenze;
  • le guerre degli ultimi 26 anni (Iraq, Somalia, ex Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria...) hanno visto la partecipazione, la responsabilità o il sostegno di molti paesi europei, fra cui l'Italia sempre “pronta a fare la sua parte”; 
  • l'Unione Europea continua a incrementare le esportazioni di armi e sistemi militari e il Consiglio UE non ne sta facendo il controllo democratico. Infatti nel 2014 la principale zona geopolitica di esportazione per la UE è stata il Medio Oriente (oltre 31,5 miliardi di licenze). Ciò significa che l'UE sta vendendo grandi quantità di armi nella zona del mondo col maggior numero di conflitti e regimi autoritari. L'Italia è al 4° posto fra i paesi esportatori e nel 2015 registra un clamoroso incremento del 186% rispetto al 2014 . 

Di fronte a questi fatti sono tante le domande di cui sentiamo l'urgenza:


  • come definire il fatto che il 70% del denaro impiegato per i profughi è destinato a misure dissuasive e ai respingimenti e solo il restante 30% ad aiuti umanitari? 
  • come conciliare un'Europa regione ricca e civile nel mondo con un'Europa così avara al momento dell'accoglienza e della distribuzione dei profughi? 
  • come giustificare le decisioni vergognose, nazionali o europee, di chiusura delle frontiere, rimpatri forzati, classificazioni arbitrarie dei profughi, istituzione di Hot Spot (addirittura galleggianti, come proposto dal Ministro Alfano), accordo UE-Turchia, in violazione senza precedenti del diritto europeo alla protezione internazionale dei rifugiati e della Convenzione di Ginevra? 
  • come sopportare il cinismo dell'Europa che con la chiusura della rotta balcanica e la mancata modifica del Trattato di Dublino scarica il flusso dei migranti su Grecia e Italia? 
  • c’è qualche traccia di etica in qualcuna di queste misure? 

Avete pensato in qualche momento come le vostre misure si ripercuoteranno su persone che cercano solo un luogo per vivere degnamente?

NON IN NOSTRO NOME!!! 

Vogliamo anche denunciare la responsabilità di media e politici nel diffondere disinformazione, allarmismi ingiustificati su un'invasione che non c'è e sull'aumentato rischio di terrorismo.

Secondo i rapporti delle Nazioni Unite i flussi migratori in Europa dal 2000 al 2010 sono stati di 1,2 milioni di persone per anno, 0,2% su 500 milioni di abitanti. Questa cifra si è poi drasticamente ridotta a 400.000 ingressi all'anno dal 2010 al 2015 a causa della recessione. Solo l'anno scorso c'è stato il picco di un milione di ingressi in Germania. In Italia il flusso degli arrivi nel 2016 è in linea con i dati del 2015. Si tratta quindi di flussi gestibili, ma che vengono amplificati e strumentalizzati da partiti xenofobi e “spacciatori” di paura, a fronte dell' incapacità della classe dirigente di trovare risposte adeguate.

Il dato che invece viene ignorato è l'aumento delle donne nel flusso migratorio, in particolare dalla Siria. Poiché guerre e conflitti continuano a imperversare in molte parti del mondo la situazione delle donne diventa più vulnerabile: oppressione patriarcale, violenza domestica, abusi sessuali e impoverimento sono in aumento. Spesso le donne rifugiate provengono da storie di violenza e abusi e durante il percorso sono costrette ad affrontare altre violenze, molestie, ricatti, sfruttamento economico da parte di altri rifugiati, trafficanti, polizia, senza possibilità di ricorrere alla giustizia e avere protezione. Gli stati europei, Italia compresa, non forniscono standard minimi di protezione: rifugi separati, interpreti femminili, informazioni sui loro diritti, assistenza sanitaria e psicologica.

Signore e Signori, noi Donne in Nero, chiediamo che:

  • Venga data priorità urgentemente a un'accoglienza degna ai rifugiati e alle rifugiate. 
  • Venga posta fine alla distinzione fra migranti economici e profughi, una forzatura insensata in quanto guerre, persecuzioni, crisi economica globale e disastri ambientali sono cause ormai collegate e tolgono la possibilità di sopravvivenza a intere popolazioni. • Venga estesa l'esperienza dei corridoi umanitari del progetto Mediterranean Hope che permette viaggi legali e sicuri e l'azzeramento dei traffico di esseri umani. • Venga riconosciuto il diritto d'asilo a disertori, obiettori di coscienza alle guerre e a quanti fuggono dai reclutamenti forzati, in particolare ai minori. 
  • Venga annullato l'accordo UE-Turchia e si rinunci ad accordi simili con paesi non sicuri come Libia e Egitto, violatori di diritti umani. • Venga ripristinato il rispetto delle norme internazionali sui Diritti Umani, compresa la Convenzione di Istanbul del 2011 sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne, per impedire l'impunità dei colpevoli e garantire i diritti delle donne. 
  • Vengano coinvolte le organizzazioni femminili e le donne rifugiate nei tavoli di pace e negoziati. 
  • Vengano sviluppate politiche e azioni adeguate per contrastare il razzismo, la xenofobia, il sessismo, sfruttamento dei più deboli e i rinascenti nazionalismi. 
  • Vengano archiviate risposte militariste e securitarie nei confronti dei flussi migratori ma anche del dissenso sociale nelle società impoverite dei paesi europei. 
  • Venga finalmente perseguita la riduzione della produzione di armi e il loro commercio almeno nei paesi in conflitto. 
  • Venga chiuso il sistema degli Hot Spot, veri luoghi di detenzione e produzione di illegalità, abusi e diritti negati, come dimostra il rapporto Oxfam presentato pochi giorni fa. 


  • SÍ IN NOSTRO NOME!!! 

    Al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella

    Al Capo del Governo Matteo Renzi

    Al Presidente del Senato Pietro Grasso
    Alla Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini

    Al Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni
    Al Ministro dell’Interno Angelino Alfano

    Al Presidente del Gruppo Area Popolare (NCD-UDC) del Senato, Renato Schifani
    Al Presidente del Gruppo Forza Italia-Il Popolo della Libertà del Senato, Paolo Romani
    Al Presidente del Gruppo Movimento 5 Stelle del Senato, Stefano Lucidi
    Al Presidente del Gruppo Partito Democratico del Senato, Luigi Zanda
    Al Presidente del Gruppo Misto del Senato, Loredana De Petris

    Al Presidente del Gruppo Area Popolare (NCD-UDC) della Camera dei Deputati, Maurizio Lupi
    Al Presidente del Gruppo Forza Italia-Il Popolo della Libertà della Camera dei Deputati, Renato Brunetta
    Al Presidente del Gruppo Movimento 5 Stelle della Camera dei Deputati, Federico D’Incà
    Al Presidente del Gruppo Partito democratico della Camera dei Deputati, Ettore Rosato
    Al Presidente del Gruppo Sinistra Italiana-Sinistra Ecologia Libertà della Camera dei Deputati, Arturo Scotto

    Alle e agli Europarlamentari:>
    >
    Isabella Adinolfi, Marco
Affronte, Laura Agea, Daniela Aiuto, Tiziana Beghin, David Borrelli, Fabio Massimo Castaldo, Ignazio Corrao, Rosa D’Amato, Eleonora Evi, Laura Ferrara, Giulia Moi, Piernicola Pedicini, Dario Tamburrano, Marco Valli, Marco Zanni, Marco Zullo - Movimento 5 Stelle>

    Brando Benifei, Goffredo Maria Bettini, Simona Bonafè, Mercedes Bresso, Renata Briano, Nicola Caputo, Caterina Chinnici, Silvia Costa, Andrea Cozzolino, Nicola Danti, Paolo De Castro, Isabella De Monte, Enrico Gasbarra, Elena Gentile, Michela Giuffrida, Roberto Gualtieri, Cécile Kashetu Kyenge, Luigi Morgano, Alessia Maria Mosca, Pier Antonio Panzeri, Massimo Paolucci, Pina Picerno, Gianni Pittella, David Maria Sassoli, Renato Soru, Patrizia Toia, Daniele Viotti, Flavio Zanonato, Damiano Zoffoli - Partito Democratico>

    Sergio Gaetano Cofferati, Elly Schlein

    Eleonora Forenza, Curzio Maltese - Lista Tsipras-L’Altra Europa

    Barbara Spinelli - Indipendente

    domenica 1 novembre 2015

    Non ci arrenderemo alla disperazione

      Questo è il titolo di una manifestazione – tra le tante di questo mese – che si è svolta a Gerusalemme il 17 ottobre 2015, in cui ebrei ed arabi sono scesi in strada insieme per un futuro comune. E’ una volontà di resistere che viene di lontano; già nel 2000, all’inizio della Seconda intifada, donne palestinesi e israeliane si erano unite all’insegna dello slogan We refuse to be enemies (Ci rifiutiamo di essere nemiche).
    Arabi ed Ebrei rifiutano di essere nemici: Vogliamo vivere in sicurezza. Senza occupazione e senza uccidere.
     Sappiamo fin troppo bene che solo una soluzione equa del conflitto può fermare la violenza e l'odio, 
    costruire una realtà diversa e garantire la sicurezza. 

    Oggi una nuova generazione è scesa per le strade ribellandosi all'ingiustizia e alle umiliazioni, all’oppressione dell’occupazione, all'espropriazione violenta di terre, alle demolizioni di case, alle misure razziste messe in atto dal Governo israeliano nei confronti dei palestinesi anche se cittadini di Israele. Inoltre l'espansione degli insediamenti coloniali illegali in Cisgiordania, in particolare a Gerusalemme, ha confinato i palestinesi in bantustan sempre più ridotti.

    La risposta del governo israeliano è una feroce repressione basata su un uso schiacciante della forza militare e sempre più numerose uccisioni per reprimere le proteste popolari. Il linciaggio di giovani uomini e donne semplicemente perché "sembrano arabi" è in aumento.

    La disumanizzazione del popolo palestinese è tale da lasciare impuniti anche crimini orrendi come quello di cui è stata vittima la famiglia Dawabsha nel villaggio cisgiordano di Kfar Douma: sembra quasi incredibile che gli efficientissimi servizi segreti e l'esercito israeliano non abbiano ancora catturato gli estremisti ebrei che due mesi fa diedero fuoco alla casa della famiglia,. Quel rogo carbonizzò il piccolo Ali, di 18 mesi, e nelle settimane successive morì anche il padre, Saad, e la madre, Riham; da allora, resta in ospedale l’unico sopravvissuto, il primo figlio, Ahmad, di 4 anni. I medici sperano di salvarlo, ma in ogni caso la sua vita resterà segnata fisicamente dalle conseguenze di ustioni gravissime (sul 60% del corpo) e psicologicamente dalla perdita di tutti i familiari più stretti.

    Rispetto alle pretese del governo di Israele di “normalizzare” l’ingiustizia intollerabile dell’oppressione e della repressione, la rivolta palestinese non è un’anomalia, ma “una lotta di lungo respiro che non si fa illusioni”, come ha affermato di recente lo scrittore libanese Elias Khoury,. “Si tratta di un popolo che resiste per difendere la propria esistenza” e in questo senso occorre guardare oltre la “disperazione” per riconoscere piuttosto la “rabbia e tenacia (sumud in arabo)” con cui si battono donne e uomini palestinesi.

    I mezzi di comunicazione italiani scoprono la violenza in Palestina solo quando esplode l’esasperazione dei palestinesi. Noi, Donne in Nero, siamo invece consapevoli che da anni dura l’oppressione dell’occupazione israeliana e che quanto sta succedendo è la conseguenza delle continue violenze che segnano la vita quotidiana dei palestinesi a Gerusalemme, nei Territori Occupati e nella Striscia di Gaza.

    Tutti coloro che nel mondo amano la pace sono chiamati innanzitutto ad impegnarsi per porre fine alla complicità dei rispettivi Stati, così come delle imprese, delle istituzioni, nel mantenere il regime israeliano di occupazione, colonialismo e apartheid.

    giovedì 22 ottobre 2015

    La guerra comincia qui

     
    Anche le donne in nero con tante altre e altri si oppongono alle esercitazioni di TRIDENT JUNCTURE 2015 ed alle spinte verso un nuovo scontro mondiale

    Siamo tutte e tutti colpiti dalla guerra. Alcuni di noi dalla violenza diretta all'interno dei paesi europei e alle frontiere della fortezza Europa; tutti noi come complici, anche se riluttanti, nella militarizzazione delle nostre società e nelle guerre lontane combattute nel nostro nome. Guerra e militarizzazione iniziano da qui: reclutamento, formazione, esercitazioni militari. Armi vengono prodotte, infrastruttura viene militarizzata, i media e il sistema educativo normalizzano la guerra e promuovono i valori militari che diventano una parte della vita quotidiana

    Da anni noi donne in nero ci occupiamo di conflitti armati e guerre a partire dalla relazione con le donne dei luoghi dei conflitti, da tempo insieme a loro abbiamo individuato nella NATO una vocazione militare sempre più accentuata, che è passata da una strategia di difesa ad una di interventi militari, con l’intento di dominare aree sempre più vaste e il miraggio di vantaggi economici e finanziari per i paesi membri, fra i più ricchi del mondo.

    La NATO è sempre più propensa alla guerra, in grado di entrare in azione in paesi a noi vicini e ovunque nel mondo.

    Dal 3 ottobre fino al 6 novembre si svolgerà in Italia, Spagna e Portogallo la «Trident Juncture 2015» (TJ15), definita dallo U.S. Army Europe «la più grande esercitazione Nato dalla caduta del Muro di Berlino». Con 36 mila uomini, oltre 60 navi e 200 aerei da guerra di 33 paesi (28 Nato più 5 alleati), questa esercitazione servirà a testare la forza di rapido intervento - Nato Response Force (NRF) - (circa 40mila effettivi) e soprattutto il suo corpo d’élite (5mila effettivi), la Very High Readiness Joint Task Force (VJTF), enfaticamente soprannominata “Spearhead” (punta di lancia), in grado di essere schierata in meno di 48 ore per rispondere “alle sfide alla sicurezza sui nostri fianchi meridionale e orientale”. In altre parole ad intervenire rapidamente, portando la “guerra preventiva”, ovunque si ritengono minacciati gli interessi occidentali estendendo, quindi, l’azione della Nato ad ogni angolo del mondo.

    Parteciperanno all’esercitazione, oltre ad alcune tra le maggiori organizzazioni internazionali e governative, anche varie associazioni cosiddette umanitarie e diverse ONG, a dimostrazione della funzione collaterale alle politiche interventiste delle grandi potenze che molte di esse svolgono. Soprattutto vi parteciperanno le industrie militari di 15 paesi pronte a fare altri profitti fornendo le nuove armi di cui la Nato avrà bisogno.

    Si legittimano tante guerre in Medio Oriente e Africa con la lotta al terrorismo e al traffico di esseri umani. Le guerre, che devastano, sfruttano terre e popolazioni, sono le vere cause scatenanti dell’enorme afflusso di migranti.

    L'Europa è così effettivamente minacciata militarmente da altri paesi tanto da giustificare spese militari crescenti in una situazione di gravissima crisi economica e sociale per cittadine e cittadini?

    Interroghiamoci sui pericoli che questo progetto di rafforzamento militare rappresenta, non solo per un futuro di relazioni pacifiche fra i popoli, ma anche rispetto ad una autonomia economica e politica non solo dell'Europa.

    Nel nostro paese le spese militari per la NATO sono crescenti a fronte di una grave riduzione delle spese per i beni e i servizi primari necessari, incidendo anzitutto sulla vita delle donne. In un paese di catastrofi, terremoti e allagamenti come l’Italia si continua con un progetto di militarizzazione.

    Con le basi e le presenze militari aumentano lo sfruttamento sessuale e la violenza contro le donne. Ad esempio le guerre nei Balcani e in Africa hanno prodotto una enorme industria del sesso e traffico di donne. Corpi di donne sono considerati bottino di guerra e campi di battaglia. Sono donne la maggioranza delle vittime civili, le rifugiate e le sfollate che soffrono lutti inenarrabili. Migliaia sono prive di mezzi di sopravvivenza come in Afghanistan, in Iraq, in Siria, dove oltre allo spreco di risorse per guerre pretestuose con il perdurare di conflitti interni aumentano le divisione nelle popolazioni.

    Il linguaggio delle “alleanze” e dei “blocchi” esprime una logica patriarcale orientata alla guerra.

    Le installazioni militari della NATO nei nostri paesi danneggiano la vita quotidiana. Le donne rifiutano di essere confinate nel ruolo di vittime, ma hanno e possono, ancor più, avere un compito rilevante nella prevenzione dei conflitti, nella riconciliazione e nella costruzione della pace.


    Fuori la guerra dalla storia!

    mercoledì 14 ottobre 2015

    Sempre più giorni della tragedia

     
    Lampedusa 3 ottobre 2013 strage in mare con 366 morti e circa venti dispersi....... Quante altre stragi e quanti morti da allora ?

    La morte incombe sulle nostre spiagge, mentre migliaia di famiglie fuggono dalle guerre in Medio Oriente, Asia e Africa, si ammassano nei nostri porti, nelle stazioni alla ricerca di sicurezza e libertà. Quali le cause? La principale è che fuggono dalle guerre provocate dalle potenze mondiali combattute “per procura”, fornendo armi a diverse organizzazioni e gruppi armati (è così che sono nate e cresciute Al Qaeda e ISIS).

     


    Ma anche dalle guerre della Nato, che nata con il Trattato Atlantico del 1949 come alleanza difensiva contro i paesi del blocco sovietico avrebbe dovuto scomparire con il crollo dell'URSS nel 1990. Invece si è trasformata, ingrandita con sempre più paesi membri ed è passata, nel 1999, da alleanza militare difensiva a offensiva per "difendere gli interessi economici dei paesi membri ovunque minacciati”. In altre parole per il controllo delle fonti energetiche e delle materie prime in quei paesi. Quando non è la guerra o la fuga da paesi che calpestano i Diritti Umani, l'esodo è provocato dalla fame dalla sete dalla desertificazione dei territori per le politiche di rapina delle multinazionali.

    Perché in nome della globalizzazione si chiedono e attuano leggi per la libera circolazione di prodotti e risorse, mentre si innalzano barriere e fili spinati per la circolazione delle persone ?

    Che fuggano dalle guerre o dalla povertà i migranti sono tutti profughi

    Le  armi producono guerre, non le fermano 

    Anche se le chiamano Missioni di Pace sono sempre guerre e producono morti e distruzione, togliendo ogni possibilità futura di una vita e civiltà diverse.


    Prima vendiamo le armi 
     l’Unione Europea esporta ufficialmente armi per circa 40 miliardi di Euro l’anno. L’Italia è al 4° posto in Europa fra gli esportatori, con 4,2 miliardi (senza contare i traffici illeciti.) I clienti principali sono i paesi del Medio Oriente (Arabia Saudita, Israele… ) e del nord Africa (Algeria, Libia, Egitto…)


    Poi succedono le guerre 
    La guerra sta sconvolgendo oggi moltissimi paesi del Medio Oriente (Iraq, Siria, Yemen, Palestina…), dell’Africa (Libia, Mali, Nigeria, Congo, Sudan, Somalia…), in Asia da decenni l’Afghanistan, in Europa Ucraina e Cecenia


    Dopo ci sono i profughi 
    I conflitti irrisolti e le guerre hanno prodotto ad oggi, oltre 4 milioni di profughi palestinesi, circa 200.000 saharawi accampati nel deserto algerino, 9 milioni di siriani tra sfollati e profughi, 2 milioni di iracheni sfollati. Il flusso di uomini e donne dall’Afghanistan e dall’inferno della Libia, le persone in fuga dalla Somalia, dall'Eritrea, dal Sudan e da altri paesi africani, da anni è continuo.

    L’Europa nasce o muore nel Mediterraneo. Salvare vite umane, proteggere le persone, non i confini!

    Si aprano subito corridoi umanitari e vie d’accesso legali al territorio europeo, unico modo realistico per evitare i viaggi della morte e combattere gli scafisti. L'Europa deve costruire una risposta di pace, di convivenza, di democrazia, di benessere sociale ed economico, ispirandosi al principio di solidarietà e abbandonando le politiche della sicurezza, dell'austerità, degli accordi commerciali neoliberisti. L'Europa deve investire sul lavoro dignitoso, sulla giustizia sociale, sulla democrazia e sulla sovranità dei popoli.

    Si utilizzino per i finanziamenti a queste politiche le risorse destinate agli armamenti. Finanziamo la speranza di vita non la morte!