domenica 1 novembre 2015

Non ci arrenderemo alla disperazione

  Questo è il titolo di una manifestazione – tra le tante di questo mese – che si è svolta a Gerusalemme il 17 ottobre 2015, in cui ebrei ed arabi sono scesi in strada insieme per un futuro comune. E’ una volontà di resistere che viene di lontano; già nel 2000, all’inizio della Seconda intifada, donne palestinesi e israeliane si erano unite all’insegna dello slogan We refuse to be enemies (Ci rifiutiamo di essere nemiche).
Arabi ed Ebrei rifiutano di essere nemici: Vogliamo vivere in sicurezza. Senza occupazione e senza uccidere.
 Sappiamo fin troppo bene che solo una soluzione equa del conflitto può fermare la violenza e l'odio, 
costruire una realtà diversa e garantire la sicurezza. 

Oggi una nuova generazione è scesa per le strade ribellandosi all'ingiustizia e alle umiliazioni, all’oppressione dell’occupazione, all'espropriazione violenta di terre, alle demolizioni di case, alle misure razziste messe in atto dal Governo israeliano nei confronti dei palestinesi anche se cittadini di Israele. Inoltre l'espansione degli insediamenti coloniali illegali in Cisgiordania, in particolare a Gerusalemme, ha confinato i palestinesi in bantustan sempre più ridotti.

La risposta del governo israeliano è una feroce repressione basata su un uso schiacciante della forza militare e sempre più numerose uccisioni per reprimere le proteste popolari. Il linciaggio di giovani uomini e donne semplicemente perché "sembrano arabi" è in aumento.

La disumanizzazione del popolo palestinese è tale da lasciare impuniti anche crimini orrendi come quello di cui è stata vittima la famiglia Dawabsha nel villaggio cisgiordano di Kfar Douma: sembra quasi incredibile che gli efficientissimi servizi segreti e l'esercito israeliano non abbiano ancora catturato gli estremisti ebrei che due mesi fa diedero fuoco alla casa della famiglia,. Quel rogo carbonizzò il piccolo Ali, di 18 mesi, e nelle settimane successive morì anche il padre, Saad, e la madre, Riham; da allora, resta in ospedale l’unico sopravvissuto, il primo figlio, Ahmad, di 4 anni. I medici sperano di salvarlo, ma in ogni caso la sua vita resterà segnata fisicamente dalle conseguenze di ustioni gravissime (sul 60% del corpo) e psicologicamente dalla perdita di tutti i familiari più stretti.

Rispetto alle pretese del governo di Israele di “normalizzare” l’ingiustizia intollerabile dell’oppressione e della repressione, la rivolta palestinese non è un’anomalia, ma “una lotta di lungo respiro che non si fa illusioni”, come ha affermato di recente lo scrittore libanese Elias Khoury,. “Si tratta di un popolo che resiste per difendere la propria esistenza” e in questo senso occorre guardare oltre la “disperazione” per riconoscere piuttosto la “rabbia e tenacia (sumud in arabo)” con cui si battono donne e uomini palestinesi.

I mezzi di comunicazione italiani scoprono la violenza in Palestina solo quando esplode l’esasperazione dei palestinesi. Noi, Donne in Nero, siamo invece consapevoli che da anni dura l’oppressione dell’occupazione israeliana e che quanto sta succedendo è la conseguenza delle continue violenze che segnano la vita quotidiana dei palestinesi a Gerusalemme, nei Territori Occupati e nella Striscia di Gaza.

Tutti coloro che nel mondo amano la pace sono chiamati innanzitutto ad impegnarsi per porre fine alla complicità dei rispettivi Stati, così come delle imprese, delle istituzioni, nel mantenere il regime israeliano di occupazione, colonialismo e apartheid.

giovedì 22 ottobre 2015

La guerra comincia qui

 
Anche le donne in nero con tante altre e altri si oppongono alle esercitazioni di TRIDENT JUNCTURE 2015 ed alle spinte verso un nuovo scontro mondiale

Siamo tutte e tutti colpiti dalla guerra. Alcuni di noi dalla violenza diretta all'interno dei paesi europei e alle frontiere della fortezza Europa; tutti noi come complici, anche se riluttanti, nella militarizzazione delle nostre società e nelle guerre lontane combattute nel nostro nome. Guerra e militarizzazione iniziano da qui: reclutamento, formazione, esercitazioni militari. Armi vengono prodotte, infrastruttura viene militarizzata, i media e il sistema educativo normalizzano la guerra e promuovono i valori militari che diventano una parte della vita quotidiana

Da anni noi donne in nero ci occupiamo di conflitti armati e guerre a partire dalla relazione con le donne dei luoghi dei conflitti, da tempo insieme a loro abbiamo individuato nella NATO una vocazione militare sempre più accentuata, che è passata da una strategia di difesa ad una di interventi militari, con l’intento di dominare aree sempre più vaste e il miraggio di vantaggi economici e finanziari per i paesi membri, fra i più ricchi del mondo.

La NATO è sempre più propensa alla guerra, in grado di entrare in azione in paesi a noi vicini e ovunque nel mondo.

Dal 3 ottobre fino al 6 novembre si svolgerà in Italia, Spagna e Portogallo la «Trident Juncture 2015» (TJ15), definita dallo U.S. Army Europe «la più grande esercitazione Nato dalla caduta del Muro di Berlino». Con 36 mila uomini, oltre 60 navi e 200 aerei da guerra di 33 paesi (28 Nato più 5 alleati), questa esercitazione servirà a testare la forza di rapido intervento - Nato Response Force (NRF) - (circa 40mila effettivi) e soprattutto il suo corpo d’élite (5mila effettivi), la Very High Readiness Joint Task Force (VJTF), enfaticamente soprannominata “Spearhead” (punta di lancia), in grado di essere schierata in meno di 48 ore per rispondere “alle sfide alla sicurezza sui nostri fianchi meridionale e orientale”. In altre parole ad intervenire rapidamente, portando la “guerra preventiva”, ovunque si ritengono minacciati gli interessi occidentali estendendo, quindi, l’azione della Nato ad ogni angolo del mondo.

Parteciperanno all’esercitazione, oltre ad alcune tra le maggiori organizzazioni internazionali e governative, anche varie associazioni cosiddette umanitarie e diverse ONG, a dimostrazione della funzione collaterale alle politiche interventiste delle grandi potenze che molte di esse svolgono. Soprattutto vi parteciperanno le industrie militari di 15 paesi pronte a fare altri profitti fornendo le nuove armi di cui la Nato avrà bisogno.

Si legittimano tante guerre in Medio Oriente e Africa con la lotta al terrorismo e al traffico di esseri umani. Le guerre, che devastano, sfruttano terre e popolazioni, sono le vere cause scatenanti dell’enorme afflusso di migranti.

L'Europa è così effettivamente minacciata militarmente da altri paesi tanto da giustificare spese militari crescenti in una situazione di gravissima crisi economica e sociale per cittadine e cittadini?

Interroghiamoci sui pericoli che questo progetto di rafforzamento militare rappresenta, non solo per un futuro di relazioni pacifiche fra i popoli, ma anche rispetto ad una autonomia economica e politica non solo dell'Europa.

Nel nostro paese le spese militari per la NATO sono crescenti a fronte di una grave riduzione delle spese per i beni e i servizi primari necessari, incidendo anzitutto sulla vita delle donne. In un paese di catastrofi, terremoti e allagamenti come l’Italia si continua con un progetto di militarizzazione.

Con le basi e le presenze militari aumentano lo sfruttamento sessuale e la violenza contro le donne. Ad esempio le guerre nei Balcani e in Africa hanno prodotto una enorme industria del sesso e traffico di donne. Corpi di donne sono considerati bottino di guerra e campi di battaglia. Sono donne la maggioranza delle vittime civili, le rifugiate e le sfollate che soffrono lutti inenarrabili. Migliaia sono prive di mezzi di sopravvivenza come in Afghanistan, in Iraq, in Siria, dove oltre allo spreco di risorse per guerre pretestuose con il perdurare di conflitti interni aumentano le divisione nelle popolazioni.

Il linguaggio delle “alleanze” e dei “blocchi” esprime una logica patriarcale orientata alla guerra.

Le installazioni militari della NATO nei nostri paesi danneggiano la vita quotidiana. Le donne rifiutano di essere confinate nel ruolo di vittime, ma hanno e possono, ancor più, avere un compito rilevante nella prevenzione dei conflitti, nella riconciliazione e nella costruzione della pace.


Fuori la guerra dalla storia!

mercoledì 14 ottobre 2015

Sempre più giorni della tragedia

 
Lampedusa 3 ottobre 2013 strage in mare con 366 morti e circa venti dispersi....... Quante altre stragi e quanti morti da allora ?

La morte incombe sulle nostre spiagge, mentre migliaia di famiglie fuggono dalle guerre in Medio Oriente, Asia e Africa, si ammassano nei nostri porti, nelle stazioni alla ricerca di sicurezza e libertà. Quali le cause? La principale è che fuggono dalle guerre provocate dalle potenze mondiali combattute “per procura”, fornendo armi a diverse organizzazioni e gruppi armati (è così che sono nate e cresciute Al Qaeda e ISIS).

 


Ma anche dalle guerre della Nato, che nata con il Trattato Atlantico del 1949 come alleanza difensiva contro i paesi del blocco sovietico avrebbe dovuto scomparire con il crollo dell'URSS nel 1990. Invece si è trasformata, ingrandita con sempre più paesi membri ed è passata, nel 1999, da alleanza militare difensiva a offensiva per "difendere gli interessi economici dei paesi membri ovunque minacciati”. In altre parole per il controllo delle fonti energetiche e delle materie prime in quei paesi. Quando non è la guerra o la fuga da paesi che calpestano i Diritti Umani, l'esodo è provocato dalla fame dalla sete dalla desertificazione dei territori per le politiche di rapina delle multinazionali.

Perché in nome della globalizzazione si chiedono e attuano leggi per la libera circolazione di prodotti e risorse, mentre si innalzano barriere e fili spinati per la circolazione delle persone ?

Che fuggano dalle guerre o dalla povertà i migranti sono tutti profughi

Le  armi producono guerre, non le fermano 

Anche se le chiamano Missioni di Pace sono sempre guerre e producono morti e distruzione, togliendo ogni possibilità futura di una vita e civiltà diverse.


Prima vendiamo le armi 
 l’Unione Europea esporta ufficialmente armi per circa 40 miliardi di Euro l’anno. L’Italia è al 4° posto in Europa fra gli esportatori, con 4,2 miliardi (senza contare i traffici illeciti.) I clienti principali sono i paesi del Medio Oriente (Arabia Saudita, Israele… ) e del nord Africa (Algeria, Libia, Egitto…)


Poi succedono le guerre 
La guerra sta sconvolgendo oggi moltissimi paesi del Medio Oriente (Iraq, Siria, Yemen, Palestina…), dell’Africa (Libia, Mali, Nigeria, Congo, Sudan, Somalia…), in Asia da decenni l’Afghanistan, in Europa Ucraina e Cecenia


Dopo ci sono i profughi 
I conflitti irrisolti e le guerre hanno prodotto ad oggi, oltre 4 milioni di profughi palestinesi, circa 200.000 saharawi accampati nel deserto algerino, 9 milioni di siriani tra sfollati e profughi, 2 milioni di iracheni sfollati. Il flusso di uomini e donne dall’Afghanistan e dall’inferno della Libia, le persone in fuga dalla Somalia, dall'Eritrea, dal Sudan e da altri paesi africani, da anni è continuo.

L’Europa nasce o muore nel Mediterraneo. Salvare vite umane, proteggere le persone, non i confini!

Si aprano subito corridoi umanitari e vie d’accesso legali al territorio europeo, unico modo realistico per evitare i viaggi della morte e combattere gli scafisti. L'Europa deve costruire una risposta di pace, di convivenza, di democrazia, di benessere sociale ed economico, ispirandosi al principio di solidarietà e abbandonando le politiche della sicurezza, dell'austerità, degli accordi commerciali neoliberisti. L'Europa deve investire sul lavoro dignitoso, sulla giustizia sociale, sulla democrazia e sulla sovranità dei popoli.

Si utilizzino per i finanziamenti a queste politiche le risorse destinate agli armamenti. Finanziamo la speranza di vita non la morte!

mercoledì 16 settembre 2015

Gaza: Famiglie cancellate

Un anno dopo l'inizio dell'offensiva militare israeliana sulla striscia di Gaza, la situazione sul terreno a Gaza è terribile, e le vittime ancora aspettano giustizia. 
Gaza è ancora la più grande prigione a cielo aperto del mondo - sotto assedio, occupato e sottoposto a continui attacchi israeliani. 
Foto di cinque membri della famiglia Al Helu. Undici membri della famiglia sono stati uccisi durante un attacco israeliano contro il quartiere di Shujayea :Jehad Mahmoud, 59; Seham Atta, 57; Mohammed Jehad, 29; Tahrir Jehad, 20; Marialoreta Jehad, 15; Ahmed Jihad, 29; Hedaya Talal, 25; Maram Ahmed, 2; Kareem Ahmed, 5 mesi; Karam Ahmed, 5 mesi;

Più di 2.200 palestinesi a Gaza sono stati uccisi la scorsa estate da attacchi israeliani, la maggior parte civili.
Più di 500 erano bambini.
142 famiglie persero tre o più familiari.
Alcune famiglie sono state totalmente cancellate.
Alcune famiglie persero familiari di tre generazioni - nonni, genitori e nipoti.

Foto di Aseel Mohammed Al Bakri (4), sua madre Ibisam Ibrahim Al Bakri (38) e sua sorella Asmaa (5 mesi), visualizzato tra le rovine della loro casa, Al Shati' campo profughi, Gaza City. Sono stati uccisi da un attacco israeliano contro loro casa il 4 agosto 2014, con altri due familiari

Il progetto #ObliteratedFamilies di Activestills (un collettivo di fotografi documentaristi israeliani e internazionali) mira a far luce su queste famiglie e invita persone di coscienza a chiedere giustizia per le vittime.



Foto della famiglia Jouda visualizzato nel loro giardino, dove essi sono stati colpiti da un missile sparato da un drone israeliano su 24 agosto 2014. La madre Rawia (43);  i suoi figli (da sinistra a destra), Tasneem (14), Raghad (12), Osama (6) e Mohammed Issam Jouda (8). Due bambini e il padre sopravvissero all'attacco.

È intollerabile pensare che i superstiti sono lasciati soli nei rovine con il dolore di perdere i propri cari e nessuna prospettiva di un futuro migliore.



Le fotografie e le informazioni di supporto può essere scaricate dal sito di Activestills. Chiedono alle persone di utilizzare i materiali per rendere visibili nelle loro città le famiglie cancellate di Gaza. E poi di inviare le foto delle loro iniziative ad Activestills e di pubblicarle sui social media con l'hashtag #obliteratedfamilies. 

Foto di Afnan Wesam Shuheebar (8), Jehad Issam Shuheebar (11) e suo fratello Giacomo (8). I tre bambini sono stati uccisi durante un attacco israeliano il 17 luglio 2015, mentre davano da mangiare agli uccelli sul tetto della casa della famiglia.


domenica 30 agosto 2015

L'Assemblea delle donne per la libertà chiama per il supporto internazionale contro i massacri di civili in Turchia


 
L'Assemblea delle donne per la libertà in Turchia ha emesso una chiamata urgente per le donne di tutto il mondo per fermare la guerra nel paese.

 

Da quando i soldati turchi hanno iniziato un assalto sulla città di Silopi, nel Kurdistan del Nord (in Turchia), gli attacchi sono aumentati in tutta la regione – più di recente nella città di Silvan, nella provincia di Diyarbakır.

Una delegazione dell'assemblea delle donne per la libertà ha viaggiato per le città, tentando di osservare la situazione dei civili. Il gruppo ora ha emesso una chiamata urgente per le donne di tutto il mondo ad alzare la voce contro i massacri di civili in Turchia.

La delegazione ha riferito che la comunicazione con la città di Silvan è stata tagliata. I militari hanno chiuso le strade per impedire l'accesso. Rappresentanti parlamentare del partito democratico popolare (HDP) sonofinalmente riusciti ad entrare per osservare, ma anche loro hanno perso contatto. Funzionari locali hanno detto alla delegazione che tutte le operazioni sono gestite direttamente dalla capitale turca ad Ankara e che loro non avevano nessun potere nella situazione.

"Siamo state testimoni dei risultati di questo tipo di isolamento a Silopi, in Varto domenica, e lo stesso sta accadendo a Silvan. Ogni volta che si chiude una città, il popolo curdo che vi abita è abbandonato ad affrontare la minaccia del massacro,", hanno scritto le donne.

“ Chiamiamo tutte le donne ad alzare la voce contro questo tentativo di massacro, nel modo più urgente possibile! ”

domenica 12 luglio 2015

A 20 anni dal genocidio, non dimentichiamo mai Srebrenica

"...Chi ci ha separati o resi infelici per sempre?
Volesse il cielo che tutto si tramutasse in pietra per loro e,
come la pietra, restasse ad ammonimento di questo popolo innocente,
fatto di gente comune, che è uno solo,
perché sono tutti di sangue e di carne.
Prego le rondini e gli uccelli e tutti gli esseri viventi con le ali
di volare fino alla mia città
e che salutino le mie compagne e i compagni di lavoro,
e gli amici, se sono vivi."
Ljubica Trikulja, profuga bosniaca

Srebrenica, Bosnia Erzegovina, 11 luglio 1995: oltre 10.000 maschi tra i 12 e 76 anni vengono catturati, torturati, uccisi e inumati in fosse comuni. Stesso destino hanno alcune giovani donne abusate dalla soldataglia. Le vittime sono bosniaci musulmani, da oltre tre anni assediati dalle forze ultranazionaliste serbo-bosniache agli ordini di Ratko Mladić e dai paramilitari serbi.

L'ipocrisia, il cinismo e l'indifferenza della politica interessata solo al potere, fanno sì che ancora, a Srebrenica, le vittime degli orrori debbano vedersi quotidianamente davanti, impuniti, arroganti, beffardi, minacciosi – spesso trasformati in eroi, molti dei loro carnefici o quelli dei loro cari.

Riflettiamo di come l'Unione europea fissò criteri di natura fiscale per la integrazione dei paesi formata dopo le guerre, Mentre guarda impassibile la recrudescenza della violenza nazionalista e gli attacchi contro gli attivisti per i diritti umani in Serbia.

I sopravvissuti, le donne stuprate, le famiglie delle vittime non trovano giustizia e pace a distanza di venti anni.

Il Tribunale delle Donne (Sarajevo, 7-10 maggio 2015) ha esaminato gli effetti della guerra sulle donne e sulla società - effetti che i tribunali ufficiali non hanno tenuto in conto.

Le guerre nazionalistiche nei Balcani hanno voluto cancellare la memoria condivisa tra le donne. Non ci sono parole adeguate per commentare l'orrore di queste guerre, se non quelle delle donne sopravvissute a cui vogliamo dare voce.

Queste sono alcune scritte esposte nell’atrio del Centro Culturale Bosniaco, sede del Tribunale delle Donne ; le autrici sono testimoni del Tribunale:

  • "Non voglio che nessuno mi commiseri. Sono una donna orgogliosa. Lotto. Mi batterò insieme a voi per far sentire le nostre voci.” (Kada, Srebrenica, Bosnia Erzegovina)
  • Tutte le donne qui hanno una missione. Le donne continuano la missione dell’umanità, della giustizia e dei diritti umani.” (Kada, Srebrenica, Bosnia Erzegovina)
  • Mi chiedo come sono sopravvissuta a tutto questo e sono rimasta normale. E’ difficile, ma andiamo avanti.” (Suvada, Dulici, Bosnia Erzegovina)
  • Oggi mi batto per la pace e la giustizia. Finché vivo mi batterò contro l’odio.” (Majka Mejra, Bihac, Bosnia Erzegovina)
  • Io oggi mi sento orgogliosa di raccontarvi la mia vera storia di come sono vissuta e sopravvissuta…” (Zumra, Srebrenica, Bosnia Erzegovina)
  • Sono rimasta viva per raccontare. Come potranno rispondere dei loro crimini se non parleremo?” (Sehida, Srebrenica, Bosnia Erzegovina)
La memoria del genocidio di Srebrenica. Dichiarare! Dichiarare! Dichiarare!

Le donne in Nero di Belgrado dicono che per cambiare la mentalità di ritenere utile la violenza, si deve sapere che la violenza non è la via d'uscita. Con essa non ci sono vincitori. L'unica soluzione è il dialogo e la negoziazione; insistere che i diritti umani sono indivisibili e universali . Chi sceglie la nonviolenza e il dialogo inizia il percorso e assume la responsabilità di difendere tali diritti

domenica 14 giugno 2015

Bambini palestinesi - senza diritti, senza protezione

Questa settimana due eventi hanno evidenziato ancora una volta il dramma dei bambini palestinesi cui vita e benessere sono alla mercé di un occupante spietato ed istituzioni internazionali vigliacchi e indifferenti.

  • L’esercito israeliano ha chiuso l’indagine sull’uccisione dei quattro bambini palestinesi, morti mentre giocavano a calcio durante il bombardamento aereo su una spiaggia di Gaza il 16 luglio del 2014. La magistratura militare ha stabilito che si è trattato di uno scambio di persona, un errore di identità, e che quindi i responsabili non saranno perseguiti penalmente.
Purtroppo questo non è una sorpresa, piuttosto è una procedura ben consolidata: avviene un'atrocità e un'indagine è istituita, che, alcuni mesi più tardi, assolve gli autori di tutte le colpe.
L'impunità degli israeliani di uccidere, ferire e altrimenti abusare i bambini palestinesi non si limita ai soldati. I coloni israeliani prendono sovente di mira bambini palestinesi, o con tentativi di rapimento o con investimenti deliberati in auto. Nell'ottobre 2014, un colono ha investito due ragazze palestinesi che stavano tornando dalla scuola materna. Inas Shawkat Khalil chi aveva cinque anni è morta qualche giorno dopo delle sue ferite. L'incidente è "sotto indagine", ma nessuno è stato accusato.
Secondo B'tselem, gruppo israeliano per i diritti umani: “Quando gli israeliani recano danno ai palestinesi, le autorità attuano una politica non dichiarata di perdono, di compromesso e di clemenza in punizione. Le forze di sicurezza israeliane hanno fatto ben poco per prevenire la violenza dei coloni o ad arrestare i trasgressori. Molti atti di violenza non sono mai stati indagati; in altri casi, le indagini sono state prolungate e alla fine nessuna azione è stata intrapresa.”
  •  Nonostante numerose segnalazioni da parte di Unicef e da altre organizzazioni per i diritti umani delle Nazioni Unite e anche da parte di ONG palestinesi, israeliane e internazionali, il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon ha omesso Israele dall'elenco degli Stati che sono colpevoli di abuso di bambini.
Questo elenco viene pubblicato in un allegato di una relazione annuale prodotta dall'ONU sui paesi con il maggior numero di uccisioni e abuso dei bambini. L'elenco evidenzia i colpevoli principali (gli Stati e gli insorti) e normalmente include le parti incluse nella relazione. La sezione su Israele e Palestina include quanto segue:


Nel 2014, la situazione della sicurezza si è deteriorata significativamente nello Stato di Palestina con un'altra escalation delle ostilità a Gaza e un significativo aumento delle tensioni in tutta la Cisgiordania, con devastanti impatti per i bambini. Bambini israeliani e palestinesi, continuano ad essere colpiti dalla situazione prevalente di occupazione militare, di conflitto e di chiusura.

Il periodo di riferimento ha visto un drammatico aumento del numero di bambini uccisi e feriti, soprattutto a Gaza. Almeno 561 bambini (557 palestinesi e 4 israeliani) sono stati uccisi e i feriti sono stati 4721 (4249 palestinesi e 22 israeliani).
In Cisgiordania, 13 ragazzi palestinesi dai 11 ai 17 anni sono stati uccisi. Dodici sono stati uccisi dalle forze di sicurezza israeliane durante le dimostrazioni e le operazioni militari di ricerca e di cattura, e un ragazzo è stato ucciso dai coloni. Il 15 maggio, due ragazzi palestinesi, avendo 16 e 17 anni, rispettivamente, sono stati uccisi durante gli scontri con le forze di sicurezza israeliane vicino a checkpoint di Beituniya. I rapporti indicano che i ragazzi non sembrano aver rappresentato una minaccia letale. Il 19 marzo, un ragazzo di 14 anni fu mortalmente colpito dalle forze di sicurezza israeliane, mentre attraversava la barriera della Cisgiordania. In un altro esempio, un ragazzo palestinese di dieci anni fu mortalmente colpito alla schiena dalle forze di sicurezza israeliane nel campo di Al Fawwar.

La relazione menziona anche i 700 bambini da Gerusalemme e il 151 dalla Cisgiordania arrestato da Israele e condannati in tribunali militari. L'ONU aveva anche ottenuto testimonianza giurata da 122 minori precedentemente imprigionati su maltrattamenti come percosse con bastoni, essere preso a calci, bendato e soggetto a minacce di violenza sessuale.

Pur avendo la sezione più lunga nel report di tutti i gruppi, Israele non è incluso nella "lista della vergogna", che è ovviamente la parte del report che riceve più attenzione dei media.

Khaled Quzmar, direttore della sezione palestinese di Defence of Children International, ha detto "Rimuovendo le forze armate di Israele dalla lista della vergogna, il Segretario generale Ban Ki-moon ha fornito tacita approvazione per le forze israeliane a continuare a svolgere le gravi violazioni contro i bambini con l'impunità".