lunedì 17 giugno 2013

Riconciliazione: La pace possibile fermando le interferenze straniere

Dopo una visita di 10 giorni in Libano e in Siria, a capo di una delegazione di 16 persone provenienti da 8 paesi, invitata dal Movimento Mussalaha per la Riconciliazione, sono ritornata con la speranza che la pace sia possibile in Siria, a condizione che tutte le interferenze straniere vengano fermate e ai Siriani sia concesso risolvere i loro problemi in base al diritto all’autodeterminazione.

Mairead Maguire, Premio Nobel per la Pace

Purtroppo, questa speranza sta svanendo con l'annuncio che gli Stati Uniti forniranno armi direttamente all'"opposizione siriana" - e sicuramente i suoi alleati europei, tra cui l'Italia seguiranno.

L'affermazione della Casa Bianca che questa escalation militare è la risposta degli Stati Uniti alla violazione delle norme internazionali per l'uso da parte del governo siriano di armi chimiche è un insulto alla nostra intelligenza.

La spinta verso un intervento diretto non ha nulla a che fare con il desiderio di proteggere la vita umana in Siria. Gli Stati Uniti e le altre potenze esterne non possono essere visti come mediatori onesti. Dietro la facciata di preoccupazione umanitaria, vediamo i soliti interessi economici e strategici. Ad esempio, un nuovo gasdotto è previsto per portare il gas iraniano in Siria, e, eventualmente, ai mercati europei. Questo non corrisponde agli interessi degli Stati Uniti e dei loro alleati. Così, il popolo della Siria saranno sottoposti ad una guerra di rapina che per quanto possa rovesciare Assad, non porterà loro la libertà o l'autodeterminazione.

Dopo l'intervento libico, gli Stati Uniti ed i suoi alleati, ovviamente, credevano di poter facilmente perseguire una simile strategia di dirottare le proteste popolari e di fomentare una guerra civile settaria per rovesciare Assad, per poi installare un governo fantoccio. Che proprio non è accaduto e il motivo fondamentale non è una mancanza di armi - Qatar, Arabia Saudita e Turchia hanno ricevuto il sostegno segreto di Washington nel inviare armi agli elementi islamici più virulenti del movimento ribelle, mentre la Russia e l'Iran hanno forniti armi al governo siriano - ma piuttosto il fatto che la maggioranza della popolazione, per quanto  possa essere ostile a Assad, risentono l'interferenze straniera e i jihadisti stranieri ancora di più, come testimoniato dalla relazione di Mairead Maguire di cui pubblichiamo qui il sommario e le conclusione. Clicca qui per la relazione completa.



Sommario


Seguendo vari report nei media mainstream e le testimonianze da noi raccolte, posso affermare che lo Stato Siriano e la sua popolazione sono sottoposti a una guerra per procura condotta da paesi stranieri e direttamente finanziata e sostenuta principalmente dal Qatarche ha imposto il suo punto di vista alla Lega Araba. La Turchia, una parte dell’opposizione Libanese e alcune autorità Giordane offrono un rifugio sicuro a una varietà di gruppi Jihadisti ciascuno con una propria agenda, assoldati da molti paesi. Bande di Jihadisti armati e finanziati da paesi stranieri invadono la Siria attraverso Turchia, Giordania e le porose frontiere del Libano, con l’obiettivo di destabilizzare la Siria. Si stimano 50.000 combattenti Jihadisti. Queste squadre di morte stanno sistematicamente distruggendo le infrastrutture dello Stato Siriano (elettricità, petrolio, gas, forniture d’acqua, piloni di alta tensione, ospedali, scuole, edifici pubblici, siti culturali storici e perfino santuari religiosi). Il paese è sommerso da cecchini, bombaroli, agitatori, banditi. Usano l’aggressione e le regole della Sharia e rubano la libertà e la dignità della popolazione siriana.

Torturano e uccidono chi rifiuta di unirsi a loro. Hanno strane credenze religiose che li fanno sentire a proprio agio nel perpetrare azioni crudeli. E’ documentato che molti di tali terroristi sono sotto l’effetto di stimolanti come il Captagon. La mancanza di sicurezza conduce al terribile fenomeno dei rapimenti, a scopo di estorsione o pressione politica. Migliaia di innocenti sono spariti, fra loro anche due vescovi, Youhanna Ibrahim e Paul Yazigi, molti preti e Imam.

Le sanzioni economiche dell’ONU e dell’UE, così come il severo embargo stanno spingendo la Siria sull’orlo del collasso economico. Sfortunatamente la rete dei media internazionali sta ignorando queste realtà e tende a demonizzare, spesso a mentire, destabilizzando il paese e alimentando violenza e contraddizioni.

Conclusioni

Durante la nostra visita in Siria la nostra delegazione è stata ricevuta con grande gentilezza da ciascuno abbiamo testimoniato che il popolo Siriano ha sofferto profondamente e continua a soffrire. L’intera popolazione di 23 milioni di abitanti sono sotto la continua minaccia di infiltrazioni da parte di terroristi stranieri.. Molti sono ancora inebetiti dagli orrori e dalla repentinità di tutta questa violenza e sono preoccupati che il loro paese sia attaccato e venga diviso da forze esterne , e sono tutti coscienti che forze geopolitiche lavorano per destabilizzare la Siria, per controllarla politicamente, oltre che per il suo petrolio e le sue risorse. Un leader Druso ci ha detto ’se gli occidentali vogliono il nostro petrolio – sia il Libano che la Siria hanno riserve – lasciateci negoziare, ma non distruggete il nostro paese’.

In Siria è viva la memoria della distruzione dell’Iraq da parte delle forze Usa/Nato, compresi il milione e mezzo di profughi iracheni, molti Cristiani, ai quali è stato dato rifugio in Siria dal Governo Siriano.

La maggiore speranza deriva da Mussalaha, un movimento non politico che attraversa tutti i settori della società Siriana, ha gruppi che lavorano in molte parti della Siria e sta conducendo un dialogo per costruire pace e riconciliazione. Mussalaha media fra gruppi armati e forze di sicurezza, aiuta a dare sollievo a molte persone che sono state rapite, mette insieme le parti in conflitto per trovare soluzioni pratiche. E’ il movimento che ci ha ospitato, sotto la guida di Madre Agnes Mariam, Superiora del monastero di San Giacomo, sostenuta dal Patriarca Gregorio III Laham, capo della gerarchia cattolica della Siria.

Questo grande movimento della comunità civile, costruendo dal basso un processo di pace e Riconciliazione Nazionale, se gli verrà dato spazio, tempo e non-interferenza dall’esterno, potrà aiutare a portare la pace in Siria. Riconoscono che ci deve essere una soluzione politica inclusiva di tutto e non condizionata, sia pure con compromessi, e hanno fiducia che ciò stia avvenendo a molti livelli della società e che sial’unica via per una pace Siriana.

Sostengo questo processo di riconciliazione nazionale che, com credono molit siriani , è l'unico modo di portare la pace in Siria e nell’intero Medio Oriente. Io stesso sono impegnata in questo processo pacifico e spero che la Comunità Internazionale e i leader religiosi e politici, nonché ogni persona di buona volontà aiuteranno la Siria a superare la violenza e pregiudizio e di ancorarla in una nuova era di pace sociale e prosperità. Questa culla della civiltà, di cui la Siria occupa il cuore è un enorme patrimonio spirituale per l'umanità. Sforziamoci di stabilire una zona di “non guerra” e proclamarla un'oasi di pace per la famiglia umana.

lunedì 10 giugno 2013

Appello alle Autorità a non partecipare all’inaugurazione della base USA Dal Molin di Vicenza


Come atto di rispetto alla città chiediamo a tutte le autorità locali di non partecipare all’eventuale inaugurazione della nuova base Usa al Dal Molin



E' questa la richiesta che gruppi, associazioni e comitati vicentini rivolgono alle autorità locali attraverso una raccolta firme che durerà fino a fine giugno.

Clicca qui per firmare.

Scarica il modulo e raccogli le firme tra vicini, amici e parenti. Riconsegna il modulo compilato al banchetto che sarà presente a FestAmbiente

L’inaugurazione della nuova base USA Dal Molin è un atto che gli statunitensi vogliono riproporre come gesto di legittimazione; intenzione che il 4 maggio scorso gran parte della comunità vicentina ha dimostrato di voler contrastare.

L’opposizione dei vicentini ha già impedito la consegna agli Usa dell’intera area Dal Molin ottenendo la smilitarizzazione di un’area di 650.000 mq che è stata destinata a Parco della Pace ed ha contribuito al congelamento dell’ampliamento di Site Pluto.

Questa cerimonia non cancellerà di sicuro la volontà dei vicentini di continuare la mobilitazione anche perché la base militare che si vuole inaugurare a Vicenza:
  1. E’ in contrasto con l’art. 11 della Costituzione perché è finalizzata ad operazioni di guerra preventiva e pertanto NON “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.
  2. E’ in contrasto con l’Accordo Bilaterale Italia Usa (BIA) del 1954 nel quale all’art. 2 “Il Governo degli Stati Uniti si impegna ad utilizzare le installazioni concordate esclusivamente al fine di eseguire incarichi NATO”, mentre “gli Stati Uniti hanno tradizionalmente interpretato in modo molto estensivo queste disposizioni anche per operazioni non NATO come in Iraq o nelle missioni umanitarie in Africa”.
  3. E’ stata realizzata impedendo la Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) perché questa ne avrebbe compromesso la sua realizzazione giustificandola come “un riuso, con qualche espansione, della sola area ad ovest” mentre in realtà sono stati demoliti oltre l’85% degli edifici preesistenti edificando sino a 800.000 metri cubi totali.
  4. E’ stata costruita solo a poco più di un km dalla Basilica Palladiana contro la Convenzione Unesco che impone agli stati firmatari “il dovere di assicurare la protezione e la conservazione del patrimonio culturale e naturale situato nel proprio territorio”.
  5. E’ stata giustificata come “ampliamento della Caserma Ederle” che si trova a oltre 6 km di distanza.
  6. Non rispetta nemmeno la condizione autorizzativa originaria che subordinava la sua realizzazione “a condizione che fosse prevista la collocazione dell’accesso all’area dell’insediamento nella parte nord dell’insediamento stesso”, mentre per ora avrà un unico accesso dalla trafficatissima viabilità cittadina anche per i convogli militari ed è priva anche delle due uscite d’emergenza prescritte dall’atto di concessione.
  7. Non rispetta le prescrizioni VINCA (Valutazione di Incidenza Ambientale), ad esempio per quanto riguarda gli impianti di depurazione e degli scarichi delle acque nel Bacchiglione.
  8. Ha distrutto i drenaggi dell’area di oltre 650.000 m.q. ad est della base trasformandolo in un acquitrino paludoso mettendone a rischio la sua utilizzazione a Parco della Pace.
Riteniamo che la eventuale presenza di Autorità italiane all’inaugurazione della nuova base USA Dal Molin rappresenterebbe un’ulteriore ferita ad una città già troppo pesantemente oltraggiata.

Come atto di rispetto alla città chiediamo a tutte le Autorità (politiche, amministrative, morali, religiose, culturali, ambientaliste, educative, ecc.) e ai cittadini di non partecipare alla eventuale inaugurazione della base USA Dal Molin e, come richiesto concordemente da tutta la città, di conservare il nome originario “Dal Molin”.

Rinnoviamo il nostro fermo impegno per ottenere

  • la desecretazion degli accordi bilaterali Italia USA del 1954
  • la progressiva smilitarizzazione dei territori in Italia, dal Dal Molin di Vicenza al MUOS di Niscemi, e la loro riconversione ad usi civili;
  • la riduzione di spese militari come ad es. per gli inutili F35 destinando tali risorse a fini civili.
La petizione sulla quale Beati i costruttori di pace - Coordinamento dei Comitati - Cristiani per la pace- Gruppo Emergency Vicenza - Gruppo donne del Presidio No Dal Molin - Femminile Plurale - Forum per la Pace Monticello Conte Otto – Pax Christi Vicenza - Presidio No Dal Molin - Sinistra Ecologia e Libertà - Vicenza Libera No Dal Molin hanno lanciato una raccolta firme ricorda che, grazie alla mobilitazione della comunità locale, Vicenza ha ottenuto la smilitarizzazione di un’area di 650.000 destinata a Parco della Pace e invita i cittadini a continuare questo percorso.

Clicca qui per firmare.

sabato 1 giugno 2013

La Repubblica Siamo Noi


Perché e come ricordare il 2 giugno?

 
Per noi, è la Festa della Repubblica e l'avvio dell'Assemblea Costituente.

Soltanto nel 1946 le donne avevano potuto partecipare al voto per la prima volta e anche con il loro contributo l'esito del referendum del 2 giugno era stato a favore della Repubblica.

Alle spalle c'era stato il 25 aprile 1945, la Liberazione, e l'uscita dalla Guerra.

Le donne avevano partecipato alla Resistenza, e il voto ne riconosceva finalmente la piena cittadinanza. C'era entusiasmo per una prospettiva di pace, di democrazia, di diritti sociali, di uguaglianza, pur nelle difficoltà della ricostruzione.


Da troppi anni, invece, per le istituzioni, il 2 giugno è diventato il giorno dell'esibizione e dell'esaltazione delle Forze Armate, facendo prevalere una immagine militarista di questa Repubblica, che era nata dall'impegno di tante donne e tanti uomini perché alle guerre, massacri e distruzioni venisse detto “Mai più”.

 
Il carattere militarista non è purtroppo soltanto simbolico, come nelle celebrazioni, ma è una realtà concreta molto presente sul nostro territorio:
  • In Italia ci sono 111 basi militari USA e NATO.
  • In Italia ci sono 70 testate nucleari, nelle basi USA di Aviano e Ghedi.
  • In Italia ci sono 30.000 militari USA.
  • In Italia la spesa militare è di 70 milioni di euro al giorno.
  • L'Italia partecipa a 24 operazioni militari in 18 paesi del mondo.
Sul territorio però è diffusa anche la volontà di resistenza: a Niscemi, in Sicilia, l'intero paese rifiuta l'installazione del MUOS, un sistema di comunicazioni satellitari ad altissima frequenza gestito dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Il MUOS dovrebbe integrare forze navali, aeree e terrestri in movimento in qualsiasi parte del mondo. Le antenne, installate a terra, comporterebbero emissioni elettromagnetiche fortissime e molto pericolose per la popolazione.

Un altro caso è quello dei movimenti contro l'acquisto dei cacciabombardieri F 35, aerei previsti anche per trasportare ordigni nucleari e così costosi che molti paesi – ma non l'Italia – hanno rinunciato al loro acquisto. Per di più i costi continuano a crescere così come crescono le inadeguatezze tecniche di cui si stanno rendendo conto gli stessi Stati Uniti.
 
 
Potremmo continuare l'elenco; in molte e molti vogliamo un paese che sappia affrontare i conflitti, interni e internazionali, senza ricorrere all’uso della forza; un paese che investa non nelle armi e nella guerra, ma nella cultura, la scuola, la salute, l’occupazione.
 
Il 2 giugno è la nostra festa,
la festa delle donne e degli uomini che si riconoscono nella Costituzione,
che sancisce i diritti di tutte e di tutti, il diritto al lavoro, all’istruzione, alla salute…,
e il ripudio della guerra.

Ribadiamo la pace come bene comune e valore fondante e fondamentale della Repubblica

Fuori la Guerra dalla Storia


venerdì 17 maggio 2013

Guerra, Pace, e Nonviolenza: Discorsi Fondamentali del Femminismo


Dopo Paestum, una proposta di dialogo

Perché vi scriviamo

A inizio aprile la rete nazionale delle Donne in Nero si è incontrata a Roma e il primo tema di cui abbiamo discusso è stato “Pace/guerra da un punto di vista femminista”, questione che è al centro di tutta la nostra storia, delle nostre riflessioni e delle nostre pratiche, ma che ci si ripropone sotto diverse luci a seconda degli aspetti da cui volta per volta ci sentiamo più immediatamente interrogate.

Nel caso del dibattito romano, la decisione di inserirla nel programma dei lavori è maturata a partire dall’anno scorso, grazie al convegno di Paestum e alla vivacità dei confronti che si sono accesi prima, durante, dopo l’incontro e che continuano tuttora. Molte di noi sono state coinvolte nelle riunioni tenutesi in varie città durante il percorso di preparazione, molte hanno partecipato al convegno, molte ne hanno discusso nelle riunioni successive.

C’è stata chi – non potendo andare a Paestum – ha segnalato ad altre, che invece andavano, la mancanza totale nel documento preparatorio di qualsiasi accenno al tema della guerra; c’è stata chi è andata e avrebbe voluto introdurlo, almeno nei lavori di gruppo, e non ne ha trovato lo spazio; ma ci sono anche stati casi in cui nelle discussioni preparatorie siamo state sollecitate ad occuparcene noi, quasi si trattasse di una competenza specialistica e ce ne venisse affidata la delega.

Ci sono parse difficoltà inquietanti e abbiamo provato il desiderio di chiarire – prima di tutto tra di noi, ma anche nelle relazioni con altre - che cosa significhi per noi il rapporto tra femminismo e antimilitarismo. Negli scambi al nostro interno si è sviluppato un confronto complesso, che ha indotto ad approfondimenti significativi attorno a nodi su cui si era magari data per condivisa una certa posizione e si scopriva invece che le sensibilità e gli orientamenti differivano, sin dalla individuazione di quale sia l’aspetto che ciascuna sente più incalzante rispetto a pace e guerra e sin dalla scelta delle parole per esprimere i diversi sguardi: antimilitarismo femminista? femminismo e guerra? donne e guerra? le donne soldato ci riguardano? e ci riguardano le violenze maschili da cui tanto spesso sono colpite?

Per mesi ci siamo scambiate messaggi, a Roma ne abbiamo ragionato insieme per alcune ore e abbiamo concordato di scrivervi, per proporre un confronto che riteniamo possa interessare il dibattito del “dopo Paestum”. Ci è anzi difficile rivolgerci a “voi” come se foste altre da “noi”, perché l’orizzonte dei femminismi ci accomuna; desideriamo piuttosto accennarvi le ragioni che a nostro parere rendono irrinunciabile – e necessario per tutte, proprio in quanto femministe – misurarci con guerre, armi, militarismi e soprattutto culture che hanno interiorizzato e continuano a riproporre tutto ciò come una dimensione immutabile dell’esistente.

Quindi, grazie per avere promosso e condotto l’iniziativa di Paestum, che ha ridato a tutte una grande vitalità, nell’incontro tra donne differenti per età, storia di vita, interessi; e grazie per mantenere aperti gli scambi virtuali e reali, nei confronti che avvengono in rete e nelle riunioni organizzate in varie città. Questo che vi proponiamo è appunto un contributo, attorno a una questione che riteniamo ci riguardi tutte e su cui perciò vorremmo che altre si esprimessero.
“Pace/guerra da un punto di vista femminista”
Dalla relazione che è stata fatta sull’incontro di Roma, riportiamo la parte relativa alla discussione su questo tema; costruita per punti, fornisce una sintesi che attraversa i vari interventi.

Femminismo pacifista: tema delegato a noi DIN?
L'incontro di Paestum ha coinvolto parecchie di noi: negli incontri preparatori in diverse città, nella partecipazione, negli incontri successivi.

A Torino, avendo notato l'assenza assordante del tema della guerra siamo state sollecitate a occuparcene noi, DIN: una sorta di delega alle addette ai lavori che ci ha fatto pensare. Abbiamo quindi proposto alle altre donne della Casa delle Donne, in cui si erano svolte le discussioni su Paestum, di parlarne insieme. Ecco alcuni spunti dagli interventi delle nostre amiche: elaborare su questo tema ci provoca dolore; è una cosa troppo grossa, non ce la faccio; mi sento estranea...

Anche diverse donne che partecipano con noi alle uscite si sentono di supporto; condividere è un'altra cosa, quando la pratica e le parole crescono insieme.

Eppure ci sembra che la decostruzione del patriarcato sia radice del femminismo; come non sentire come fondante la questione della guerra? La cultura patriarcale così diffusa pervade anche molte donne? Ci si rassegna all'esistente? Cosa è cambiato?

Cosa è cambiato?
Partiamo da noi, come sempre. Dalla nostra storia, dalle pratiche di relazione, dai nostri desideri, dai nostri percorsi di libertà femminile intrecciati alle pratiche di relazione, sostegno, denuncia, controinformazione; dai valori di pace come bene comune, dignità, decostruzione del nemico, nonviolenza; con lo scopo di attivarci permanentemente per elementi di pace, nella tutela dell'ambiente come nella denuncia delle spese militari, nella ricerca della nostra specificità nella politica come nel contrasto del femminicidio; nel nostro paese in crisi e sofferente, diventato ormai un “luogo difficile”.

Parliamo anche delle nostre difficoltà: siamo stanche, stiamo invecchiando, i nostri gruppi si assottigliano e non c'è ricambio di donne giovani; certo, siamo riconosciute e apprezzate nei nostri ambiti, ma come icone.
I molti femminismi, ancora attivi, non mettono in relazione la guerra con la violenza contro le donne, di cui molte si occupano; le giovani hanno modalità e ambiti di attivismo diversi e spesso misti; la partecipazione alle nostre iniziative sulle guerre rimane sporadica, a volte scarsa, spesso sentiamo come non incisive le nostre attività.

Cultura di guerra 
Ci guardiamo intorno, nel nostro paese e non solo, per riconoscere le forme / le maschere che patriarcato e militarismo hanno assunto, avvolgendoci in una pervasiva cultura di violenza e di guerra, diventata ovvia e quasi invisibile.
  • I conflitti si risolvono con la forza; la guerra è il punto massimo dei conflitti; la legge del più forte è quella vincente; chi vince ha sempre ragione.
  • La militarizzazione e le forme militari sono presenti in ogni ambito: legale (pensiamo alla militarizzazione del territorio de l'Aquila, e alle discariche nel napoletano, e alla Valle di Susa...) o illegale, come la struttura della camorra; non si tratta solo dell'esercito.
  • L'uso della forza e della violenza è tollerato dalle istituzioni: dalla violenza domestica, che ben poco viene contrastata, a quella delle forze dell'ordine, spesso impunita.
  • La cultura dominante è una cultura di guerra.
  • La degenerazione dei rapporti di convivenza è tangibile: siamo un paese in guerra, ma alla guerra si danno nomi che la negano - “missioni di pace”, “interventi umanitari”. E tutto si giustifica in nome della “sicurezza”.
  • La denuncia dei costi degli F35 e dei vari sprechi militari ci riesce utile per stabilire una relazione più immediata con chi ci incontra, ma noi non ce ne sentiamo soddisfatte, la sentiamo come una riduzione un po' strumentale.
  • Le conseguenze della guerra sono taciute o negate, dall'inquinamento del territorio ai morti per uranio impoverito, fino alla mostruosa quantità di soldi sprecati.
  • La crisi è a sua volta conseguenza e forma della guerra: guerra economica, contro i/le deboli, gestita con la violenza dei dictat economici e della repressione del dissenso, come in Grecia.
Noi che non fummo a Paestum – e noi che ci fummo
Se alcune tra noi hanno partecipato al convegno dello scorso ottobre e molte no, tutte ci riconosciamo nel partire da sé come femministe che ne è stata l’anima, nell’affermazione che l’esperienza personale “è già politica” (come è stato scritto dalle promotrici dell’incontro), nel vivere quella femminista come una “rivoluzione necessaria”.

In questo senso il nostro desiderio di essere partecipi di una simile “sfida” non dipende dall’essere state a Paestum oppure no, ma dalla tensione a fare sì che anche attorno al nodo che ci appare cruciale – confrontarci da femministe con l’intreccio tra militarismo e patriarcato – venga investita quell’attenzione e quella volontà di esercitare “una spinta trasformativa” che sono state dichiarate come “voglia di esserci e di contare” per produrre una “modificazione visibile del lavoro, dell’economia, e più in generale del patto sociale”.

Come femministe nonviolente e pacifiste, riteniamo che alla base del “patto sociale” ci sia innanzi tutto la costruzione storica dei modi di essere donne e uomini che, pur se in forme diverse nello spazio e nel tempo, si impernia ovunque sulla gerarchizzazione delle une come subordinate agli altri, sulla affermazione di una virilità aggressiva che legittima socialmente la violenza contro le donne, che trasforma l’altra/o in nemico, che porta a praticare e percepire come necessario e giusto l’ordine materiale e mentale della guerra.

Ѐ questo il ‘retaggio del dominio’ che alimenta tuttora le ingiustizie nei rapporti di lavoro come in quelli economici e cui si rifà chi ne detiene il potere per decidere come affrontare l’attuale crisi del sistema a livello mondiale, con quali priorità e a vantaggio di chi. Riconoscersi come fondate sulla relazione con l’altra/o è invece il punto di origine del femminismo e in questa prospettiva uscire dalla legge del più forte significa guardare alla nonviolenza come a un processo da mettere in atto per smarcarci dal patriarcato.

Una delle formulazioni che meglio hanno espresso quale sia il punto di partenza e l’orizzonte delle Donne in Nero è “smilitarizzare le menti”, frase coniata a Belgrado e largamente ripresa a livello internazionale. Saperlo pensare e praticare nel pieno delle guerre balcaniche è stato tanto coraggioso quanto fondamentale per resistere alla pressione divisiva dei nazionalismi – densi di fascismo nella rivendicazione della patria e dell’onore guerresco e proprio perciò sorretti dalle più abbiette pulsioni ad umiliare il nemico nel corpo delle ‘sue donne’, ma anche ad aggredire come traditrici le ‘proprie donne’ se non si immedesimavano in quella esaltazione bellicosa.

Nell’incontro di Roma c’è chi ha parlato di come la crisi – o meglio, il modo in cui viene presentata e gestita negli attuali rapporti di potere di questo paese – restringa i nostri spazi di agibilità politica, sotto la cappa del TINA (There is no alternative), da un lato e della rassegnazione ad esso, dall’altro. Ma è anche stata evocata la positività del filo di intelligenza che i femminismi hanno variamente sviluppato lungo decenni di sovvertimento delle culture e delle strutture.

Vediamo l’orrore delle guerre che continuano a devastare vite e territori, però sappiamo che ha senso portare il nostro granello, per quanto piccolo, a incepparne i meccanismi e ci pare che ciascuna possa contribuire alla smilitarizzazione delle menti nella sua vita quotidiana e nelle sue relazioni personali così come nello spazio pubblico.

Su tutto questo, e su tanto altro, vorremmo che sentissero il desiderio di confrontarsi con noi altre che a Paestum e nel dopo Paestum hanno privilegiato priorità differenti dalla nostra. Ci sentiamo comprese nella prospettiva delineata come “Primum vivere”; la proposta che facciamo è di intrecciarla con la citazione da Christa Wolf:
“Tra uccidere e morire c’è una terza via, vivere”,

in cui tante femministe hanno riconosciuto le radici del loro rifiuto delle guerre e delle logiche di guerra, perché – con Cassandra – lì stanno le basi della violenza del patriarcato.
Maggio 2013 La rete nazionale delle Donne in Nero

mercoledì 15 maggio 2013

La Nakba Cortesia di Hyundai

Ogni essere umano avrà il diritto di essere protetto dal trasferimento forzato dalla propria abitazione o luogo abituale di residenza.  Il divieto del trasferimento arbitrario include il trasferimento qualora esso si basi su politiche di apartheid, "pulizia etnica" o pratiche simili volte a/o che risultano nell'alterazione della composizione etnica, religiosa o razziale delle popolazioni coinvolte.

Principi Guida sugli Sfollati, Commission dei Diritti Umani delle Nazioni Unite

Continuiamo con la campagna su Internet della Coalizione delle Donne per la pace, per commemorare la Nakba facendo luce sulla complicità di imprese internazionali nella distruzione di beni palestinesi.

Oggi, Hyundai

Bulldozer di Hyundai sono stati utilizzati durante la demolizione di case palestinesi in Gerusalemme Est occupata.





Attualmente, circa 300.000 palestinesi vivono a Gerusalemme Est. Subito dopo l'occupazione nel giugno del 1967 l'occupazione, Israele illegalmente annesso' la zona. Da allora i vari governi municipali di Gerusalemme, insieme con il Ministero dell'Interno, hanno applicato politiche che mirano, direttamente e indirettamente, a mantenere una maggioranza ebraica nella città di Gerusalemme.

Uno dei principali metodi di controllo della crescita della popolazione palestinese a Gerusalemme Est è tramite l'imposizione di restrizioni sulla progettazione e costruzione nel settore palestinese. Solo nel 13 per cento della superficie totale a Gerusalemme Est è permesso costruire ai palestinese.

Nessun nuovo quartiere palestinese è stato creato dal 1967 nonostante la forte crescita della popolazione palestinese. I palestinesi non hanno altra scelta se non di costruire 'illegalmente', perché i permessi sono quasi impossibili da ottenere.

La Nakba è spesso discusso come un fenomeno storico limitato che si è verificato nel 1948, che ha prodotto centinaia di migliaia di rifugiati e sfollati. Ma i palestinesi continuano a essere sfollati oggi. Uno dei veicoli principali per il loro spostamento è la politica israeliana di demolizione delle case.

Demolizioni sono violazioni del diritto internazionale e portano ad un significativo deterioramento delle condizioni di vita di intere comunità. La demolizione di una casa non solo distrugge una struttura fisica, ma ha numerose altre conseguenze: si abbatte la struttura della famiglia, aumenta la povertà e la vulnerabilità, e, infine, sposta una famiglia dall'ambiente che le dà coesione e sostegno. Come risultato di demolizioni, un gran numero di palestinesi devono affrontare instabilità a lungo termine, così come l'accesso limitato a servizi di base come l'istruzione e assistenza sanitaria.

Ditelo a Hyundai di smettere di sostenere tali violazioni:

martedì 14 maggio 2013

La Nakba Cortesia di JCB

È vietato alla potenza occupante di distruggere beni mobili o immobili appartenenti individualmente o collettivamente a persone private, allo Stato o a enti pubblici, a organizzazioni sociali o a cooperative
Articolo 53 Quarta Convenzione di Ginevra


Continuiamo con la campagna su Internet della Coalizione delle Donne per la pace, per commemorare la Nakba facendo luce sulla complicità di imprese internazionali nella distruzione di beni palestinesi.

Oggi, JCB
  • Bulldozer di JCB sono stati utilizzati durante la demolizione di case nei villaggi palestinesi nelle colline a sud di Hebron, in Cisgiordania e nella Gerusalemme Est occupata.
  • Camion dell'azienda sono utilizzati nella costruzione di insediamenti e posti di blocco come Alfei Menashe e Zufin e Qalandia checkpoint.
  • Escavatori di JCB e altre attrezzature sono utilizzati per la costruzione della linea ferroviaria A1 tra Tel Aviv e Gerusalemme, che è in parte costruito in territorio palestinese.
Le Colline a Sud di Hebron

La regione delle colline a sud di Hebron è in zona C della Cisgiordania, sotto il pieno controllo israeliano. La politica di Israele ci minaccia la sopravvivenza di una trentina di villaggi palestinesi. Nella regione, conosciuta anche come Masafer Yatta, vivono circa 4.000 persone la maggior parte dei quali contadini e pastori.
La politica dell'Amministrazione Civile è quello di impedire la costruzione in quasi tutti i villaggi palestinesi della zona. Un modo di fare questo è di non preparare piani generali che consentano la legalizzazione delle costruzioni esistenti, nonché lo sviluppo futuro.
L'Amministrazione Civile emette ordini di demolizione per le case, le scuole, cliniche mediche, cisterne e impianti di energia su base regolare.    

Silwan, Gerusalemme Est
Il 13 febbraio 2012, quando i residenti di Silwan si svegliarono, videro un bulldozer JCB demolendo l'unico parco giochi per i bambini nella loro città.
Il parco giochi e campo sportivo presso il centro creativo Madaa è stato utilizzato come un campo da calcio e parco giochi per i bambini locali.
La demolizione è stata effettuata illegalmente su gli ordini del comune di Gerusalemme, senza preavviso e senza un ordine di demolizione.
Silwan è una delle zone più povere di Gerusalemme Est, con una cronica mancanza di scuole e aree pubbliche. Il parco giochi era un luogo dove i giovani palestinesi potevano andare per evitare molestie da parte dei coloni israeliani e della polizia per le strade.
Poche ore dopo la demolizione, i ragazzi si sono riuniti per una partita di calcio sulle macerie del loro campo sportivo.



Ditelo a JCB di smettere di sostenere le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale in Palestina.
Esempio di un messaggio

I am approaching you due to the involvement of Volvo in the Israeli occupation, and in house demolitions.

I am addressing you, as an activist/organization partaking in the struggle to bring the Israeli occupation to an end. I would like to give you some information on the matter, and also, to express my concern regarding your involvement in the ongoing expulsion of Palestinian residents from their homes and lands – A process which had begun in the 1948 Nakba, and has been continually going on in the day to day policies of occupation and land theft

The involvement of hundreds of big companies and corporations in the occupation, profiting from its sustenance, is directly responsible to its ongoing maintenance and persistence.

For further information regarding the involvement of companies in the Israeli occupation, and the various forms in which the occupation regime is increasingly feeding on economic and business interests, please approach the Who Profits project of Coalition of Women for Peace. http://www.whoprofits.org/

lunedì 13 maggio 2013

La Nakba Cortesia di Volvo

Le imprese commerciali devono rispettare i diritti umani. Ciò significa che essi dovrebbero evitare di violare i diritti umani e porre rimedio agli impatti negativi sui diritti umani in cui sono coinvolti.
Principi Guida su Imprese e Diritti Umani, Commission dei Diritti Umani delle Nazioni Unite

Continuiamo con la campagna su Internet della Coalizione delle Donne per la pace, per commemorare la Nakba facendo luce sulla complicità di imprese internazionali nella distruzione di case palestinesi.

Oggi, Volvo.

Volvo è membro del Global Compact, un importante iniziativa per la responsabilità sociale delle imprese, che affronta il tema degli affari e i diritti umani. I primi due suoi dieci principi sono:

Le imprese dovrebbero sostenere e rispettare la protezione dei diritti umani proclamati a livello internazionale,
e
assicurarsi che essi non siano complici negli abusi dei diritti umani.

Bulldozer e camion prodotti da società controllate del Gruppo Volvo: Volvo Construction Equipment e Volvo Trucks sono stati utilizzati nella demolizione di case nei quartieri palestinesi di Gerusalemme Est e nei quartieri palestinesi della città di Lod (Al Lid), all'interno di Israele.


La tecnologia Volvo della società è stata utilizzata anche per la costruzione di posti di blocco militari e insediamenti israeliani in Cisgiordania.

Lod |Al Lid

Lod è una città mista entro i confini di Israele, stabiliti nel 1948. Mentre le cifre ufficiali non sono facilmente disponibili, oltre il 70% delle case palestinesi a Lod e la vicina città di Ramle non hanno status giuridico, secondo Shatil, una ONG israeliana.

Centinaia di case a Lod sono sotto ordini di demolizione immediata, praticamente tutti in quartieri palestinesi. Inoltre, circa 1.600 unità abitative in Lod sono attualmente indicate come "illegali", e quindi soggetti a ordini di demolizione, perché, secondo le autorità israeliane, mancano i permessi di costruzione adeguate.

Ma secondo i residenti palestinesi le autorità di pianificazione hanno ripetutamente respinto le loro richieste per permessi di costruzione. Ma le stessa autorità hanno recentemente approvato i piani per un campus di sette ettari per una scuola religiosa ebraica immediatamente accanto a una zona demolita.

Ditelo a Volvo di smettere di sostenere le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale in Palestina.


Esempio di un messaggio

I am approaching you due to the involvement of Volvo in the Israeli occupation, and in house demolitions.

I am addressing you, as an activist/organization partaking in the struggle to bring the Israeli occupation to an end. I would like to give you some information on the matter, and also, to express my concern regarding your involvement in the ongoing expulsion of Palestinian residents from their homes and lands – A process which had begun in the 1948 Nakba, and has been continually going on in the day to day policies of occupation and land theft.

The involvement of hundreds of big companies and corporations in the occupation, profiting from its sustenance, is directly responsible to its ongoing maintenance and persistence.

For further information regarding the involvement of companies in the Israeli occupation, and the various forms in which the occupation regime is increasingly feeding on economic and business interests, please approach the Who Profits project of Coalition of Women for Peace. http://www.whoprofits.org/