sabato 23 maggio 2015

Nessun controllo sulla legislazione anti-democratica della coalizione di Netanyahu

La coalizione delle donne per la pace è stata un partito ad una petizione contro la legge israeliana antiboicottaggio, lavorando congiuntamente con Adalah e l'Associazione per i Diritti Civili in Israele. Mercoledì 15 aprile la sentenza dell'alta Corte israeliana ha lasciato la legislazione più o meno intatta. L'unica eccezione era di squalificare un elemento, che ha permesso a chiunque di citare in giudizio per boicottaggio relativi danni "senza prove".

Il disegno di legge anti-boicottaggio è uno di una miriade di legislazione razzista e anti-democratica volta a mettere a tacere l'opposizione e limitare i diritti della minoranza palestinese. La coalizione delle donne per la pace vuole affermare ancora una volta che il boicottaggio è uno strumento universalmente riconosciuto, legittimo e nonviolento nelle lotte per il cambiamento sociale e politico. La Corte israeliana non ha tutelato il diritto dei cittadini alla critica delle politiche del governo.

Non saremo dissuase dal esporre e portare alla discussione pubblica gli interessi economici che guida l'occupazione. Noi cContinueremo a resistere all'occupazione utilizzando tutti i mezzi legittimi e non violenti.

Con l'assenza di controlli legali sulla persecuzione politica in Israele, i commenti scioccanti di Netanyahu nel giorno delle elezioni, esprimendo il razzismo e l'intolleranza del dissenso, saranno senza dubbio scritti nella legge nel prossimo Knesset. La decisione dell'alta Corte non è riuscito a identificare questo grave pericolo. Dà una luce verde alla normativa anti-democratica come il disegno di legge di nazionalità che cerca di stabilire l'ebraicità di Israele nella legislazione; luce verde per istituire una pena di morte per i palestinesi accusati di terrorismo; luce verde per vietare organizzazioni si sinistra di ricevere donazioni.

Tali disegni di legge sono già una parte delle trattative per la formazione di una coalizione. Uno prende di mira anche l'autorità dello stesso ramo legislativo proponendo di impedire l'intervenzione dell'alta Corte nelle decisioni del Knesset e del comitato elettorale centrale.

Alla luce della sentenza della Corte, chiediamo alla comunità internazionale di:

  • Condannare l'attacco contro la società civile israeliana e la libertà di espressione
  • Affermare che il divieto di qualsiasi richiesta di boicottaggio utilizzato come strumento nella lotta contro l'occupazione è anti-democratico.
  • Condannare l'impunità di Israele come una cosiddetta democrazia nonostante la sua apparente mancanza di rispetto dei diritti umani e fondamentali civili.

domenica 3 maggio 2015

Non c'è pace senza giustizia

 

“…c’è una continuità di ingiustizia e violenza che rende difficile distinguere tra le violenze subite durante le guerre e quelle del dopoguerra. Si tratta della continuazione della guerra con altri mezzi, perché viviamo in una pace falsa e fragile piena di ingiustizie, umiliazioni e di ogni tipo di discriminazione….”.

 

A 70 anni dalla Liberazione continuiamo ad essere convinte che non c’è pace solo perché alla fine di una guerra tacciono le armi: la pace deve essere costruita, giorno per giorno. Le guerre della ex-Jugoslavia, che sono state combattute così vicino a noi, ce lo ricordano drammaticamente. La verità di quanto è avvenuto spesso è stata occultata, non lasciando memoria di molti crimini che sono stati commessi in particolare contro le donne.

Il sistema legale istituzionale (nazionale e internazionale) non soddisfa la giustizia: le élite politiche investono uno sforzo enorme per sacrificare gli interessi della giustizia agli interessi politici e al mantenimento del potere. Questa consapevolezza ha guidato il lavoro di molte associazioni di tutti i paesi della ex-Jugoslavia che dal 2011 ha portato alla realizzazione del Tribunale per le Donne della ex-Jugoslavia. Il Tribunale non emette sentenze, ma formula condanne pubbliche e fa pressione sulle istituzioni nazionali e internazionali.

Le nostre amiche dei Balcani ci ricordano che “…c’è una continuità di ingiustizia e violenza che rende difficile distinguere tra le violenze subite durante le guerre e quelle del dopoguerra. Si tratta della continuazione della guerra con altri mezzi, perché viviamo in una pace falsa e fragile piena di ingiustizie, umiliazioni e di ogni tipo di discriminazione….”.

Questo progetto “vuole essere uno spazio per testimoniare e per le voci delle donne, per l'autonomia delle donne, attraverso la loro partecipazione attiva alla costruzione della giustizia e della pace, al fine di creare nuovi paradigmi di giustizia. L'evento finale con testimonianze pubbliche si terrà a Sarajevo/Bosnia Erzegovina dal 7 al 10 maggio 2015” http://www.zenskisud.org/en/index.html


Durante questi quattro anni (2011-2015), le associazioni coinvolte sono state impegnate in intense attività per preparare il Tribunale delle Donne e creare un modello femminista di pace, giustizia e responsabilità. Queste attività comprendevano la creazione di una rete di donne solidali: testimoni, attiviste, terapiste, esperte e artiste provenienti da tutti gli stati della ex-Jugoslavia.

Il Tribunale delle Donne intende creare nuove politiche di conoscenza di quanto è avvenuto, riconsiderare le relazioni tra teoria e pratica/esperienza, costruire solidarietà e fiducia reciproca, storia alternativa delle donne e memoria storica collettiva. Le donne possono così trasformare il dolore che hanno vissuto in un'altra forma di resistenza.

Le donne in questo modo diventano soggetti di una ricostruzione della memoria che restituisca loro la dignità, non confinandole nel ruolo di vittime mute.

Tribunale delle Donne, Sarajevo, 7-10 di maggio 2015 

Uno spazio per le voci delle donne e per le loro testimonianze delle ingiustizie sperimentate durante la guerra e durante la pace;
Uno spazio per le testimonianze di donne della violenza, nella sfera privata e nella sfera pubblica;

Uno spazio per le testimonianze della resistenza organizzata delle donne.

domenica 19 aprile 2015

Un cimitero chiamato mediterraneo



Se l’Unione europea e il mondo continueranno a chiudere gli occhi su queste tragedie in atto nel Mediterraneo saranno giudicati nel modo peggiore, come in passato, quando chiusero gli occhi di fronte ai genocidi e non fecero nulla

Joseph Muscat primo ministro di Malta.

Attorno alla mezzanotte di domenica 19 aprile si è capovolto un peschereccio carico di migranti proveniente dalla Libia - l'ennessima tragedia nel Mediterraneo dove l'annegamento di rifugiati è diventato routine.

Finora sarebbero solo 28 i superstiti e si teme un bilancio di 500 — 700 morti. Il 14 aprile un’altra strage nella stessa zona, almeno 400 persone sono morte nell’affondamento di un barcone proveniente dalla Libia e diretto in Sicilia. 24 i cadaveri recuperati in mare finora dai mezzi di soccorso italiani.

La settimana scorsa, Medici Senza Frontieri (MSF) e Migrant Offshore Aid Station (MOAS) hanno annunciato un'operazione di ricerca, salvataggio e soccorso medico nella zona centrale del mediterraneo, tra l'Africa e l'Europa. L'operazione verrà eseguito da maggio a ottobre, quando si aspetta che migliaia di persone si rischiano la vita per raggiungere la sicurezza dell'Europa. L'anno scorso è stato il più letale finora per quelli che cercavano di arrivare sulle nostre sponde.

Quest'anno sarà peggio, perché la situazione in Africa sta peggiorando e c'è anche meno aiuto disponibile. L'operazione di ricerca e soccorso della Marina, Mare Nostrum, è stato interrotto nel novembre 2014 per mancanza di finanziamenti dai governi europei e non è stato sostituito.

Arjan Hehenkamp, direttore generale di MSF ha detto:

La decisione di chiudere le porte e costruire muri significa che uomini, donne e bambini sono costretti a rischiare la vita e prendere un viaggio disperato attraverso il mare. Ignorando questa situazione non lo farà scomparire. Europa ha sia le risorse e la responsabilità di evitare ulteriori morti e deve agire al fine di farlo.

Ma i governi non sembrano disposti a farlo. Ad esempio,il portavoce del Ministero degli esteri britannico ha detto "Non sosteniamo operazioni di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo." ed ha aggiunto che il governo ritiene che c'era "un'involontaria 'fattore di attrazione', incoraggiando altri migranti di tentare il pericoloso attraversamento del mare e portando così a più morti inutili. "

Nessun "fattore di attrazione" è necessario quando le persone sono disperate, costrette a lasciare le loro case a causa di guerra, oppressione e necessità economica – in molti casi il risultato diretto delle politiche militari ed economiche europee. Ma anche senza responsabilità diretta per la loro situazione, sono esseri umani - uomini, donne e bambini - come noi e nostri cari. Abbiamo i mezzi per salvare le loro vite. Non possiamo voltare le spalle.

Fleba il fenicio,
morto da quindici giorni,
dimenticò il grido dei gabbiani,
e il flutto profondo del mare
e il guadagno e la perdita.
Una corrente sottomarina
gli spolpò le ossa in sussurri.
Mentre affiorava e affondava
traversò gli stadi della maturità
e della gioventù
entrando nei gorghi.
Gentile o Giudeo
o tu che volgi la ruota
e guardi nella direzione del vento
pensa a Fleba,
che un tempo è stato bello
e ben fatto al pari di te.

La Morte per Acqua (T.S. Eliot)


venerdì 17 aprile 2015

Donne in prima linea contro gli attacchi in Yemen

Noi avremmo voluto che i paesi del Golfo, invece di affrettarsi a bombardarci, privilegiassero il dialogo ed invitassero le due parti a un negoziato. Avremmo anche preferito che la comunità internazionale utilizzasse i mezzi di pressione diplomatica, ad esempio che l’Onu esigesse dai ribelli Houthi il disarmo. Invece di ciò, essa ha dato la sua benedizione agli attacchi contro i loro magazzini di armi, senza tener conto dei civili.
Angela Abu Asba, docente al’Università di Sanaa ed attiva nell’associazione femminista “Donne unite".

Meno di una settimana dopo l’inizio dell’offensiva aerea condotta dalla coalizione di 9 paesi arabi contro i ribelli Houthi in Yemen, la popolazione aveva già pagato un pesante tributo: più di 50 civili sono morti negli attacchi, quando decine di donne yemenite sono scese in piazza, sperando ancora di poter frenare la spirale di violenza

Le manifestanti hanno chiesto la fine degli attacchi sullo da parte della coalizione guidata dall’Arabia Saudita, che appoggia le forze fedeli al presidente yemenita Abd Rabbo Mansour Hadi contro i ribelli Houthi e hanno esortato gli Houthi a rinunciare alla guerra.

Angela Abu Asba, ha partecipato ad un raduno di donne a Sanaa per denunciare gli attacchi:

Noi facciamo appello a tutte le donne dello Yemen perché diventino costruttrici di pace. Noi abbiamo organizzato questo raduno perché in quanto donne, sorelle, madri, noi non possiamo restare in silenzio di fronte a questa situazione.
 
Tutti i QG degli Houthi che sono bombardati a Sanaa, le caserme, il palazzo presidenziale, sono situati in quartieri residenziali. Sono state spazzate via case, e sono morti dei civili innocenti, in questi attacchi. Le scuole e la maggior parte delle attività commerciali sono chiuse. La gente è atterrita. Non osano più uscire di casa, e anche dentro non sono al sicuro.

Le ragazze rappresentano più del 70% degli studenti che frequentano l’istituto di lingue in cui lavoro. Da 5 giorni, non vengono più ai corsi. L’università per loro era una boccata di ossigeno e una speranza di futuro in questa società conservatrice. L’edificio non ha chiuso i battenti, ma ormai i loro genitori non le lasciano più venire. E’ una situazione incresciosa!

La nostra iniziativa unisce donne di ogni tipo, insegnanti, attiviste di partiti politici, professioniste. Ma noi condividiamo lo stesso obiettivo: vogliamo la pace per il nostro paese e facciamo appello a tutte le donne dello Yemen perché diventino costruttrici di pace.

Certo, noi denunciamo questo intervento straniero nel nostro paese, ma ce l’abbiamo anche con gli Houthi, che stanno mettendo a ferro e fuoco il sud del paese, le province di Aden, Lahj, Ad Dali’. Se siamo qui oggi è a causa di Abdelmalek Al-Houthi (il leader della rivolta houthi) e del presidente Hadi. L’uno è nascosto da qualche parte al sicuro e l’altro è confortevolmente alloggiato nei saloni sauditi, mentre gli Yemeniti sono massacrati.

Nel nostro paese hanno cominciato a diffondersi discorsi settari.  Noi avremmo voluto che i paesi del Golfo, invece di affrettarsi a bombardarci, privilegiassero il dialogo ed invitassero le due parti a un negoziato. Avremmo anche preferito che la comunità internazionale utilizzasse i mezzi di pressione diplomatica, ad esempio che l’Onu esigesse dai ribelli Houthi il disarmo. Invece di ciò, essa ha dato la sua benedizione agli attacchi contro i loro magazzini di armi, senza tener conto dei civili.

Ieri, ho preso alcune foto di una collina della periferia di Sanaa, dove erano state bombardate le armi. Le schegge sono arrivate fino alle case del mio quartiere e fatto tremare le finestre. Non oso immaginare cosa sia capitato ai civili che vivono vicino a quella collina.

In questi ultimi tempi, nel nostro paese hanno cominciato a diffondersi discorsi settari, discorsi di una contrapposizione fra sunniti e sciiti che non esiste nelle tradizioni della nostra società. Noi facciamo appello a tutte le donne dello Yemen perché lottino contro i discorsi di odio e vengano in aiuto alle vittime. Noi continueremo la nostra mobilitazione contro questa guerra immonda. Se occorre usciremo nelle strade, formeremo degli scudi umani per fermare questo conflitto fratricida.”

Oggi sulla sua pagina facebook, Angela Abu Asba ha fatto un appello a tutte le organizzazioni della società civile e alle agenzie umanitarie del mondo.

Oltre 25 milioni di yemeniti stanno affrontando una catastrofica crisi umanitaria nel vero senso della parola. Necessità come cibo, acqua e medicine non sono accessibili. A causa di lunghe interruzioni della fornitura di energia elettrica, ospedali non possono funzionare.

Facciamo appello a voi di mettere tutti i vostri sforzi per fermare questa guerra e le lotte intestine che sono causati da interessi politici regionali e internazionali. politico.

sabato 4 aprile 2015

L’Iraq, la Somalia, la ex-Yugoslavia, l’Afghanistan, di nuovo l’Iraq, la Libia- Queste guerre quanto e cosa ci costano?

 

Contatele: sono le basi militari NATO/USA in Italia. E il governo concede anche l'uso di strade e ferrovie. La guerra è molto vicina a ciascuna/o di noi

 


Non siamo d'accordo con la ministra della difesa Roberta Pinotti, che, appena accaduti a Tunisi e nello Yemen nuovi massacri, ha annunciato l'operazione Mare Sicuro poiché “le crisi si sono avvicinate”. Eppure persino il presidente degli Stati Uniti Barak Obama ha dichiarato nei giorni scorsi che 

“l'Isis è il diretto risultato di Al Qaeda in Iraq che è cresciuta con l'invasione USA”.

E noi aggiungiamo che altrettanto sta accadendo in Libia.

Nelle guerre degli ultimi 25 anni, l’Italia è stata molto attiva e continua ad attivarsi: abbiamo avuto l’Iraq, la Somalia, la ex-Yugoslavia, l’Afghanistan, di nuovo l’Iraq, la Libia… per molti di questi paesi l’Italia diventa un nemico, ed è per questo che è esposta a rischi. Siamo in guerra perché l’Italia è all’interno di una organizzazione (la NATO) che ha lo scopo di essere pronta a fare la guerra, in stretta relazione con gli Stati Uniti.

Queste guerre quanto e cosa ci costano?

Il territorio: utilizzato per le basi militari NATO e USA, che sono più di cento, il cui mantenimento grava per oltre il 30% sul bilancio nazionale; l’inquinamento provocato dalle basi, in cui non si può intervenire perché al di fuori del controllo legale e sanitario italiano; l’inquinamento provocato dalle esercitazioni militari italiane e internazionali, in cui si sperimentano armi e infrastrutture che avvelenano l’ambiente.

In due delle basi – Aviano e Ghedi – sono immagazzinate tra 70 e 90 bombe nucleari americane, anche se l’Italia ha firmato il trattato di non proliferazione delle armi atomiche, e non potrebbe neppure averle o farle transitare sul proprio territorio.

E malgrado la situazione di crisi e i tagli ai principali diritti e servizi di interesse sociale, le spese per la difesa non sono diminuite, anzi: malgrado una quasi promessa di ridurre o cancellare il programma di acquisto degli F-35, ad oggi il governo ha confermato l’acquisto di 90 cacciabombardieri d’attacco. Renzi inoltre ha promesso di aderire alle richieste NATO di portare il bilancio della difesa al 2% del PIL, il che significa passare dall’attuale spesa di 70 milioni di euro al giorno a 100 milioni al giorno!!!

Non ci sentiamo protette né dalle basi né dalle operazioni militari, che anzi rischiano di trasformarci in obiettivi di guerra. Come la sicurezza nei rapporti quotidiani nasce dallo stare bene con chi vive intorno a noi, a livello di relazioni internazionali abbiamo bisogno non di una politica estera aggressiva e coloniale, ma basata sulla collaborazione, il sostegno reciproco e la giustizia.


martedì 24 marzo 2015

Il Tribunale delle donne per la ex Jugoslavia

 

Il silenzio è tutto il nostro terrore
c'è riscatto nella voce
ma il silenzio è l'infinito.
Per sé non ha volto.

Emily Dickinson


 

Testimonianze pubbliche al tribunale delle donne saranno ascoltatia a Sarajevo presso il Bosanski Kulturni Centar dal 7 al 10 maggio 2015. Si può registrare con le donne in nero di Belgrado, zeneucrnombeograd@gmail.com.

L'iniziativa regionale Tribunale delle donne - un approccio femminista alla giustizia è stato lanciato da sette organizzazioni femministe provenienti dai paesi della ex Jugoslavia.

Il Tribunale delle donne per la ex Jugoslavia vuole essere uno spazio per testimoniare e per le voci delle donne, per l'autonomia delle donne, attraverso la loro partecipazione attiva alla costruzione della giustizia e della pace, al fine di creare nuovi paradigmi della giustizia.


Perché organizzare il tribunale delle donne?

Perché il sistema legale istituzionale (nazionale o internazionale) non soddisfa la giustizia; questo è particolarmente vero per i paesi dell'ex Iugoslavia, dove le élite politiche investono uno sforzo enorme per aggirare la giustizia, o sacrificare gli interessi della giustizia agli interessi politici e al mantenimento del potere.

Perché, attraverso Tribunale delle donne, le donne diventano soggetti di giustizia, incoraggiate a creare pratiche legali diverse e a influenzare il sistema giuridico istituzionale.

Perché Tribunale delle donne è uno spazio per le voci delle donne e le testimonianze delle donne sulle ingiustizie quotidiane subite durante la guerra e ora, in tempo di pace; nei Tribunali delle donne, le donne testimoniano della violenza in ambito pubblico e privato. 


Perché il Tribunale delle donne incoraggia il rafforzamento di reti di mutuo sostegno e di solidarietà, e la creazione di un movimento autonomo forte delle donne.
Perché Tribunale delle donne incoraggia la creazione di concetti diversi-femministi di responsabilità, di cura e sicurezza, al fine di costruire una pace giusta.


Cosa vogliamo ottenere organizzando il tribunale delle donne?


Incoraggiamo le donne a testimoniare su tutti i tipi di ingiustizia strutturale: la povertà, lo sfruttamento sul luogo di lavoro e ovunque, le minacce sociali e sanitarie, e l'abuso della religione a fini politici.

Scriviamo storia alternativa: attraverso pubblicazioni che informano circa le esperienze di precedenti Tribunali delle Donne (finora ci sono stati oltre 40 Tribunali delle Donne nel mondo); e pubblicazioni che raccolgono le nostre esperienze relative all'organizzazione del Tribunale delle Donne per l'ex Jugoslavia.

Rafforziamo alleanze e coalizioni femministe-pacifiste globali: per ottenere punizione per violenza e crimini, per influenzare le istituzioni internazionali di giustizia, per iniziare a fare i documenti e le risoluzioni sulla base di esperienze quotidiane di ingiustizia contro le donne e contro tutti coloro con minor potere sociale, economico e politico.


Quali attività abbiamo organizzato prima el tribunale delle donne?


  • Lavoro in campo educativo: seminari, workshop, conferenze e tavole rotonde...
  • Ricerca sul campo interattiva, per raccogliere informazioni e proposte sul concetto e la visione della giustizia, e per determinare i temi che il Tribunale delle Donne deve affrontare.
  • Gruppi di sostegno al Tribunale delle Donne: coalizioni di attivisti/e, rappresentanti dei mezzi di comunicazione, di artisti/e.
  • Incontri pubblici di lavoro, al fine di presentare l'iniziativa.
  • Proiezioni di documentari sulle esperienze delle donne con Tribunali simili a livello internazionale, e su esperienze di gruppi e reti di donne riferite all'approccio femminista alla giustizia.
  • Eventi artistici: spettacoli teatrali, mostre, performances...

Sito web http://www.zenskisud.org/en/index.html e newsletter sulle diverse esperienze relative all'organizzazione del Tribunale delle Donne.


Che metodologia è usata dal tribunale delle donne?


La metodologia del Tribunale delle Donne collega un testo soggettivo (la testimonianza di una donna) con l'analisi oggettiva del contesto politico, socio-economico e culturale in cui la violenza ha avuto luogo.

Testimoni esperti spiegano il contesto politico, di genere, socio-economico, etnico-razziale e culturale della violenza, analizzandone cause e conseguenze e definendo il contesto per le singole testimonianze.

La Giuria a livello locale e regionale è composta da donne e uomini che godono di un alto livello di rispetto tra le donne e le organizzazioni di donne - e sono soprattutto donne attiviste, scienziate, esperte in campo giuridico, economico, di comunicazione, ecc.

La Giuria Internazionale è composta da donne e uomini che hanno un'ottima conoscenza della situazione e del contesto e che godono di grande rispetto internazionale e integrità morale.

Il Tribunale non emette sentenze, ma formula condanne pubbliche e fa pressione sulle istituzioni nazionali e internazionali. Il Tribunale può avviare le opportune misure contro l'autore di un reato, ad esempio con la raccolta di prove per l'azione legale.

L'estetica è una dimensione importante del Tribunale - introdurre questa dimensione ha permesso alle donne di trasformare il dolore che hanno vissuto in un'altra forma di resistenza. Attraverso varie forme di espressione artistica, dall'espressione poetica, la pittura e la musica alla danza, all'artigianato e forme di teatro, le donne hanno trasmesso le loro esperienze più dolorose ad altri.


Cosa è il processo di preparazione per l'organizzazione del tribunale delle donne?


Il processo di preparazione dipende dal contesto e dalla valutazione e decisione di chi organizza il Tribunale. In India il processo di preparazione è durato due anni; in alcuni paesi ci sono voluti periodi di tempo più lunghi e in altri più brevi. In Jugoslavia, i preparativi sistematici e organizzati sono iniziati alla fine del 2010, anche se l'iniziativa per l'organizzazione del Tribunale esisteva già da circa un decennio.

Il processo preparatorio è inclusivo e democratico e significa che è necessario inserire i gruppi di donne attiviste, i gruppi per i diritti umani, le donne attiviste del sindacato, donne appartenenti alla comunità accademica, donne dei media, artiste e, naturalmente, tutte le donne interessate.

Quando si organizza un Tribunale delle Donne, l'obiettivo e il processo sono ugualmente importanti - l'obiettivo è molto importante, ma è il processo che ci permette di raggiungerlo.

E' molto importante che le donne testimoni al Tribunale siano sostenute sia durante il processo preparatorio e le udienze, ma anche dopo il Tribunale. 



Libia-Medioriente: Fermare l'escalation militare è possibile?

Noi crediamo di si!

Riteniamo che si debba escludere l’intervento armato in LIBIA dove la situazione è, veramente, drammatica. La guerra non è “La” soluzione ma “Una” risposta obbligata per alcuni. Noi, Donne in Nero, siamo sicure che si possa scegliere la nonviolenza, anche in Libia. E VOI?

Non dimentichiamo ciò che ha portato alla violenza e all'estremismo nella Libia e il contributo del nostro governo alle sofferenze del popolo libico.

Il 19 marzo 2011 iniziava il bombardamento della Libia: in sette mesi, l’aviazione Usa/Nato effettuava 10mila missioni di attacco, con oltre 40mila bombe e missili. Contemporaneamente, venivano finanziati e armati i settori tribali ostili al governo di Tripoli e anche gruppi islamici fino a pochi mesi prima definiti terroristi. Venivano infiltrate in Libia anche forze speciali, tra cui migliaia di commandos qatariani. A questa guerra, sotto comando Usa tramite la Nato, partecipava l’Italia con le sue basi e forze militari. Sono stati gli alleati Nato, come già ampiamente documentato, a finanziare, armare e addestrare in Libia nel 2011 gruppi islamici, tra cui i primi nuclei del futuro Isis, e a rifornirli di armi. 




Bombardare la Libia ha portato alla situazione tragica di oggi, ha fomentato l'estremismo criminale dell'ISIS e delle sue milizie. Facciamo in modo di spegnere l'incendio?

Noi proponiamo di scegliere altre strade per contribuire a ricomporre e riconciliare le diverse comunità di quella regione.

Che fare?

  • Bloccare le fonti di finanziamento del terrorismo, la vendita delle armi e del petrolio, la complicità con i diversi gruppi di miliziani armati che imperversano nella regione.
  • Inviare Corpi Civili di Pace a sostegno della società civile libica, delle comunità di donne e degli operatori di pace locali.
  • Utilizzare tutte le forme della diplomazia e della politica perché si arrivi ad un accordo tra le parti in conflitto, che coinvolge i rappresentanti delle comunità locali e affronta i temi della militarizzazione della politica libica e i diritti delle donne a partecipare alla vita politica del paese.



La questione della rappresentanza femminile in una democrazia che non ha alcun controllo di armi è un'ipocrisia. Le elezioni da solo non aiutano a raggiungere l'empowerment delle donne. Ci vuole di più. Ci vuole affrontare i problemi reali - militarizzazione, disarmo, smobilitazione, reinserimento dei rivoluzionari armati e nessun impunità per i signori della guerra.
Zahra Langhi, Piattaforma libica delle donne per la pace