lunedì 27 agosto 2012

Non Dimentichiamo Rachel

I media internazionali e il nostro governo non ci diranno che siamo efficaci, importanti, giustificati nel nostro lavoro, coraggiosi, intelligenti, preziosi.Dobbiamo farlo noi stessi, l'uno per per l'altro, e uno dei modi per farlo è quello di continuare il nostro lavoro visibilmente. Le persone senza privilegio faranno questo lavoro perché lavorano per la loro vita. Possiamo lavorare con loro oppure possiamo lasciarli  farlo da solo, maledicendoci per la nostracomplicità
Rachel Corrie


Rachel Corrie, statunitense, membro dell'International Solidarity Movement (ISM), aveva deciso di andare a Rafah, nella striscia di Gaza, durante l'Intifada di Al Aqsa. Aveva 23 il 16 marzo 2003 quando fu travolta e uccisa mentre protestava contro l'occupazione israeliana, nel tentativo di impedire ad un bulldozer corazzato dell'esercito israeliano di distruggere alcune case palestinesi. 

La Fondazione Rachel Corrie per la Pace e la Giustizia si rivolge alle Donne in Nero chiedendo di diffondere l’appello all’azione (v. sotto) in attesa del verdetto del processo Corrie atteso per il 28 agosto alle 9h in Israele; chiede di diffonderlo nelle nostre reti, postarlo su Facebook, sui nostri siti e blog, seguendo su twitter su @RCFoundation e postando info e messaggi utilizzando l’hashtag #RememberRachel.

Cari amici, 

i Corries sono in viaggio per Haifa per il verdetto della loro causa civile Facciamo appello a vostre azioni di sostegno. Per 10 anni, avete ricordato Rachel Corrie e avete seguito il lavoro della sua famiglia e di molti altri per stabilire le responsabilità e ottenere giustizia. Voi siete stati a fianco dei Corries quando il governo israeliano ha negato la responsabilità per l’omicidio di Rachel dell’esercito israeliano nel 2003. Voi siete stati a fianco dei Corries quando il governo USA é stato molto inefficace, malgrado la scoperta che l’inchiesta di polizia dell’esercito israeliano sull’omicidio di Rachel non avesse risposto alla regola di essere «minuziosa, credibile e trasparente». 

Cercando tutti i mezzi possibili per arrivare alla trasparenza e alla responsabilizzazione, e su consiglio del governo USA, la famiglia Corrie ha iniziato una causa civile contro il Ministero della Difesa e lo Stato di Israele. 

Ora, a circa 2 anni e mezzo da quando è cominciato il processo presso la Corte del distretto di Haifa, vi chiediamo di restare a fianco dei Corries: il verdetto è annunciato per il mattino del 28 agosto nell’aula delle udienze del giudice Oded Gershon. Noi tutti, alla Fondazione Rachel Corrie speriamo che la conclusione porterà qualche misura di giustizia per l’assassinio di Rachel; ma in ogni caso, la lotta più ampia per la giustizia e i diritti continua. 

Ispirati dall’azione di Rachel e dalla sua convinzione che tutti gli Israeliani e tutti i Palestinesi meritano di vivere in pace nella dignità e nell’uguaglianza, noi continuiamo ad impegnarci:
  • per cercare una pace giusta in Medio Oriente e porre fine all’occupazione israeliana di 45 anni in Cisgiordania, a Gaza e a Gerusalemme Est; <
  • per dare visibilità all’oppressione ma anche alla resistenza degli abitanti di Gaza e di tutti i Palestinesi;
  • per attirare l’attenzione sulla responsabilità che tutti abbiamo per le ingiustizie e le violazioni dei diritti umani che continuano in Palestina e in particolare le colpe delle imprese americane e dei contribuenti USA; 
  • per mettere fine all’immunità di Israele per quanto concerne le violazioni dei diritti umani, compresa la demolizione delle case.
La politica israeliana di demolizione delle case, che arriva a volte a distruggere interi villaggi, resta una questione urgente come lo era quando Rachel difendeva le case e Rafah, Gaza.  I Palestinesi a Gerusalemme, nella Valle del Giordano e nelle colline di Hebron vivono sotto la minaccia (o realtà) quotidiana di aver confiscata o ridotta in macerie la loro casa. 1.000 case sono state distrutte nel 2011, e il piano Prawer, approvato dal governo israeliano nel settembre 2011 comporterà uno spostamento forzato supplementare di 70.000 persone. Ci appelliamo a voi, individualmente e alle organizzazioni per caratterizzare la settimana del verdetto del processo con azioni per mettere fine alla demolizione di case che nega ai Palestinesi il diritto umano elementare di stare in sicurezza nelle loro case. 
 
Per chi sta in Palestina/Israele :  Noi ci ispiriamo al lavoro incredibile dei militanti israeliani e palestinesi per contestare le demolizioni e le confische di case. Incoraggiamo tutte le azioni organizzate questa settimana del verdetto a includere la memoria e lo spirito di Rachel. Scriveteci l’azione che farete e noi la metteremo sul nostro sito Internet. Inviate le foto e i video della vostra azione a info@rachelcorriefoundation.org. Per informazioni su azioni future, contattate Jen su: donkeysaddle@gmail.com  
Per chi si trova in altre parti del mondo:  Incoraggiamo anche voi a far prova di creatività per prendere posizione ora contro la demolizione di case. Scriveteci l’azione che farete e noi la metteremo sul nostro sito Internet. Inviate foto e video delle vostre azioni a info@rachelcorriefoundation.org Invitiamo tutti i nostri amici e sostenitori a condividere le riflessioni sulla posizione di Rachel su Twitter con l’hashtag #RememberRachel. Possiamo cogliere questo momento insieme. Si può raccontare la storia di Rachel. Soprattutto, si può lanciare il suo messaggio di uguaglianza e diritti umani e il suo appello a por fine alla demolizione delle case e all’occupazione israeliana!  Grazie per il vostro sostegno nel costruire insieme il movimento globale per i diritti umani dei palestinesi! 

Il personale e il consiglio d’amministrazione Fondazione Rachel Corrie per la Pace e la Giustizia - Olympia, Washington  
Scaricate queste immagini e utilizzarle nelle vostre proteste

mercoledì 8 agosto 2012

Gioventù rubata

"Può darsi che gran parte della riluttanza a curare i bambini palestinesi in
conformità. con le norme internazionali deriva da una convinzione, che abbiamo sentito da un procuratore militare, che ogni bambino palestinese è un terrorista potenziale.

Tale posizione ci sembra il punto di partenza di una spirale di ingiustizia, e uno che solo Israele, come potenza occupante in Cisgiordania, può invertire."

Così si conclude il rapporto Children in Military Custody che analizza il trattamento dei bambini palestinesi secondo la legge militare israeliana, esaminando ogni passaggio del processo di detenzione: arresto, interrogatorio, udienze, processo, sentenza, detenzione e denunce.

Il rapporto parte dall’analisi comparativa della legge interna israeliana – che si applica ai minori israeliani – e a quella militare israeliana – applicata ai minori palestinesi. Le questioni centrali sono due: le differenze tra i due sistemi legali e le giustificazioni per tali differenze.

Children in Military Custody è il risultato di una visita dello scorso settembre di una delegazione britannica di nove avvocati, provenienti dal campo dei diritti umani e dei crimini contro i bambini. La visita si è svolta sia in Israele che nei Territori Occupati, al fine di verificare il trattamento dei minori palestinesi sottoposti alla legge militare israeliana.

L’obiettivo della delegazione era quello di redigere un rapporto indipendente fondato sui principi dello Stato di diritto e dei diritti dei bambini. Così è stato raccolto un insieme di informazioni rilevanti, sostanziali e equilibrate. La delegazione ha incontrato numerosi gruppi ed enti, compresi i dipartimenti governativi israeliani, l’esercito, Ong israeliane e palestinesi, agenzie delle Nazioni Unite, ex soldati israeliani e bambini palestinesi. Ha anche visitato le corti militari del carcere di Ofer, fuori Gerusalemme, e osservato i procedimenti contro i minori.

Children in Military Custody ha sollevato numerose critiche in merito al trattamento dei bambini palestinesi da parte dell’esercito israeliano. Tra queste:

Sulla mera base delle differenze legali, Israele viola gli articoli 2 (discriminazione), 3 (interessi del bambino), 37b (prematuro ricorso alla detenzione), 37c (mancata separazione da detenuti adulti), 37d (accesso agli avvocati) e 40 (uso delle manette) della Convenzione dei Diritti del Bambino delle Nazioni Unite. Il trasferimento di bambini prigionieri all’interno di Israele viola l’articolo 76 della IV Convenzione di Ginevra. La mancata traduzione dell’Ordine Militare 1676 dall’ebraico è una violazione dell’articolo 65 della stessa convenzione.

Se l’arresto e la detenzione si svolgono nel modo descritto ai delegati dall’ONU, le Ong palestinesi e israeliane, ex soldati israeliani e bambini palestinesi, allora Israele è responsabile anche di trattamento crudele, disumano e degradante, in violazione dell’articolo 37a della Convenzione delle Nazioni Unite. In merito a quanto riportato nel paragrafo 101 del rapporto, secondo la delegazione la detenzione di bambini per periodi lunghi e frequenti in isolamento può rientrare nel crimine di tortura, vietato non solo dall’articolo 37a ma anche da tutte le convenzioni internazionali.

Il rapporto si conclude con 40 raccomandazioni specifiche, che interessano diverse aree: miglioramenti nelle pratiche di arresto, interrogatorio, udienze, processi, detenzione, denunce e monitoraggio.

Oltre alle raccomandazioni generali, il rapporto sottolinea: 
  • la legge internazionale, il diritto umanitario internazionale e la Convenzione dei Diritti del Bambino dell’ONU si applicano ai Territori Palestinesi Occupati e per questo devono essere pienamente e concretamente implementati; 
  • il principio legale internazionale del miglior interesse del bambino dovrebbe essere la prima considerazione in tutte le azioni riguardanti i minori, sia che si tratti di esercito, polizia, istituzioni pubbliche o private, corti di giustizia, autorità amministrative o enti legislativi; 
  • Israele non dovrebbe compiere discriminazioni tra i bambini che sono sottoposti alla sua giurisdizioni penale. Legge militare e pubblica amministrazione dovrebbero trattare i bambini palestinesi nello stesso modo in cui trattano quelli israeliani.

Nonostante le espressioni di preoccupazione per il trasferimento dei bambini a prigioni all'interno di Israele e il riconoscimento della sua illegalità, gli Stati membri dell'Unione europea hanno annunciato il 24 luglio l'intenzione di potenziare le relazioni commerciali e diplomatiche con Israele.

Le donne in nero hanno scritto ai parlamentari europei chiedendogli di opporsi al potenziamento dei rapporti con Israele per fare pressioni su Israele perché agisca in conformità con il diritto internazionale in materia di diritti umani.

Clicca qui per vedere la lettera e gli indirizzi email dei parlamentari. 

domenica 5 agosto 2012

Poiché l'angoscia di ciascuno è la nostra


Poichè l'angoscia di ciascuno è la nostra
ancora riviviamo la tua, fanciulla scarna
che ti sei stretta convulsamente
 a tua madre
quasi volessi ripenetrare in lei
quando al meriggio il cielo si è fatto nero.

Invano, perché l'aria volta in veleno
é filtrata a cercarti per le finestre serrate
della tua casa tranquilla dalle robuste pareti
lieta già del tuo canto e del tuo timido riso.

Sono passati i secoli, la cenere si è pietrificata
a incarcerare per sempre codeste membra gentili.

Così tu rimani fra noi, contorto calco di gesso,
agonia senza fine, terribile testimonianza
di quanto importi agli dei l'orgoglioso nostro seme.

Ma nulla rimane fra noi della tua lontana sorella,
della fanciulla d'Olanda murata fra quattro mura
che pure scrisse la sua giovinezza senza domani:
la sua cenere muta é stata dispersa dal vento,
la sua breve vita rinchiusa in un quaderno sgualcito.

Nulla rimane della scolara di Hiroshima,
ombra confitta nel muro dalla luce di mille soli.

Vittima sacrificata sull'altare della paura.

Potenti della terra padroni di nuovi veleni,
tristi custodi segreti del tuono definitivo,
ci bastano d'assai le afflizioni donate dal cielo.

Prima di premere il dito, fermatevi e considerate.

La Bambina di Pompei  Primo Levi

A 67 anni dal bombardamento nucleare di Hiroshima e Nagasaki



Basta Giocattoli Letali

Il parlamento afghano è un teatro

Malalai Joya è un’attivista afghana, scrittrice e dichiarata oppositrice e critica dei signori della guerra afghani, del governo Karzai e del ruolo che gli Stati Uniti svolgono nel suo paese.

Nel 2003 Joya divenne famosa per aver rilasciato pubbliche dichiarazioni, in quanto delegata eletta alla Loya Jirga Costituzionale, contro il dominio dei signori della guerra. Nel settembre del 2005, dopo essere arrivata seconda nella classifica dei candidati più votati nella sua provincia di Farah, divenne membro del parlamento (Wolesi Jirga).

Tuttavia, il 21 maggio del 2007, fu sospesa dalla carica per aver continuamente accusato i signori della guerra e della droga di aver distrutto il paese. Per proteggersi, Joya indossa un burqua. E’ sopravvissuta a sei tentativi di assassinio e si sposta continuamente da una dimora all’altra. Nel 2010 la rivista Time l’ha elencata fra le 100 persone più influenti al mondo, la rivista Foreign Policy fra i suoi massimi pensatori globali (Top Global Thinkers) e la BBC l’ha definita “la donna più coraggiosa dell’Afghanistan”.

Joya è nata nel 1978. E’ sposata e non ha figli. In una delle case sicure in cui vive a Kabul, è stato possibile intervistarla su temi che riguardano la sicurezza, lo sviluppo parlamentare e i diritti delle donne in Afghanistan.


Domanda: Come ha fatto a entrare in politica in un paese così devastato come l’Afghanistan?

M.Joya: Appartengo ad una famiglia di classe media della provincia di Farah. Per via della poca sicurezza in cui versava il paese, la mia famiglia si trasferì prima in Iran e poi in Pakistan. Vivevamo come rifugiati. A causa di diversi problemi finanziari, studiai a Peshawar fino al 12° grado. Nel 1998 tornammo nella provincia di Herat, nell’Afghanistan meridionale, dove cominciai ad insegnare. In quel periodo fare l’insegnante era molto pericoloso poiché i Talebani vietavano categoricamente la scolarizzazione alle bambine dopo gli 8 anni. Chi non rispettava questa regola era soggetta a punizioni molto severe. Ho ancora ricordi terrificanti di quel periodo dominato dai Talebani. Oltre ad insegnare in una scuola clandestina, ero anche molto attiva nell’ambito sociale e questo mi aiutò ad essere eletta nel 2005 come membro del parlamento per la provincia di Farah.

Domanda: Perché la sua carica di parlamentare è stata sospesa?

M.Joya: Mi sono presentata alle elezioni perché volevo evidenziare le sofferenze degli Afghani e lottare per loro. Chi ha sofferto maggiormente durante la guerra civile e il dominio talebano sono stati i bambini e le donne. Tuttavia, riscontrai subito che il parlamento era un teatro e non un’istituzione democratica. Mi resi conto fin dal primo giorno che si trattava di un luogo di incontro dei peggiori nemici del popolo afghano. La maggioranza dei membri del parlamento sono signori della guerra e della droga e profanatori dei diritti umani.
Questo parlamento non ha portato nulla di positivo alla popolazione afghana in tutti questi anni e non farà nulla nemmeno in futuro. Nel maggio del 2007 la mia carica venne sospesa perché avevo criticato i signori della guerra e della droga che sedevano in parlamento e contribuivano solo alla distruzione del mio paese, uccidendo migliaia di persone innocenti. Sono stata attaccata fisicamente e verbalmente dai membri del parlamento.

Domanda: Com’è cambiato l’Afghanistan dopo la caduta dei Talebani?

M.Joya: La situazione attuale dell’Afghanistan è disastrosa e peggiora in continuazione. Gli USA e i loro alleati hanno occupato l’Afghanistan poco dopo l’11 settembre 2001 col pretesto di portare pace, democrazia e diritti alle donne. Tuttavia, ciò che fecero fu semplicemente sostituire i Talebani con i brutali Mujaheddin, uniti all’Alleanza del Nord, che apparentemente sembravano diversi ma avevano la stessa mentalità talebana. Quando furono al potere, prima del dominio talebano, solo a Kabul uccisero più di 65.000 persone innocenti. Gli USA hanno distrutto l’Afghanistan per vendicarsi dell’invasione sovietica. Attualmente, l’Afghanistan non è solo un paradiso protetto per i terroristi, ma anche uno stato mafioso ai primi posti nell’elenco dei paesi più instabili e corrotti del mondo. L’Afghanistan produce il 93% dell’oppio mondiale e anche alcuni ministri sono coinvolti in questo sporco affare.

Domanda: Qual è la condizione delle donne afghane oggi?

M.Joya: E’ terribile come lo era una volta. Solo in alcune grandi città le donne e le ragazze hanno accesso al lavoro e all’educazione, ma nella maggior parte delle province la vita delle donne è un inferno. Nelle zone rurali, molte donne non vivono nemmeno come esseri umani. Matrimoni forzati, spose bambine e violenze domestiche sono all’ordine del giorno.

Domanda: Come vede l’Afghanistan dopo il ritiro delle truppe USA e Nato nel 2014?

M.Joya: La mia opinione è che Al-Qaeda, i Talebani, i Mujaheddin, i signori della guerra e della droga siano il prodotto della guerra fredda della Casa Bianca. L’annuncio del ritiro delle truppe dall’Afghanistan è solo uno stratagemma politico dell’amministrazione Obama per ingannare il popolo americano allo scopo di vincere le prossime elezioni. Nessuna nazione può liberare un’altra nazione. Da una parte, gli USA parlano di ritirare le truppe, ma dall’altra sono molto impegnati a firmare nuovi accordi strategici e ad aumentare le basi militari nel nostro paese. Gli USA non ritireranno le truppe come promesso; hanno troppi interessi strategici e geo-politici in questa regione. Purtroppo, tutti i paesi confinanti con l’Afghanistan, inclusi Pakistan, Iran, Russa e Cina, sono nemici degli USA e vogliono a loro volta impossessarsi delle risorse naturali e minerarie del paese.
Tuttavia, il livello di coscienza politica della nostra gente è aumentato e gli Afghani non accetteranno più la dominazione di invasori stranieri o di forze criminali locali. Questo mi dà la speranza di un futuro migliore.

Domanda: Cosa pensa delle negoziazioni di pace in corso con i Talebani?

M.Joya: Tutti i leader talebani sono presenti in Afghanistan. Mullah Abdul Salam Zaeef, Mullah Wakil Ahmed Mutawakkil e Mullah Rahmatullah Hashmi si muovono liberamente per Kabul. Il popolo afghano vuole metterli in gabbia, ma il governo Karzai li sta adulando chiamandoli “fratelli” e “Talebani moderati”, deludendo e ingannando così la nostra gente.

Domanda: Qual è la sua opinione in merito alle elezioni presidenziali previste per il 2014?

M.Joya : Parlare di elezioni in uno dei paesi più corrotti, mafiosi e invasi da forze straniere qual è l’Afghanistan, è semplicemente ridicolo. Il parlamento afghano è solo il portavoce delle forze imperialiste. La popolazione afghana non ha nessun interesse in elezioni in cui si candidano elementi simili. Questo è il motivo per cui milioni di afghani non vanno a votare, motivazione avvalorata anche dalle organizzazioni indipendenti internazionali che hanno monitorato le elezioni. La gente è perfettamente cosciente che non c’è nessuna differenza fra Hamid Karzai e Abdullah Abdullah.

Domanda: Che precauzioni ha preso dopo essere stata minacciata di morte?

M.Joya: Dopo essere stata espulsa dal parlamento, la vita è diventata molto difficile per me in Afghanistan. Non ero più libera di muovermi e incontrare persone in vari luoghi del paese, così ho cercato di convogliare i miei sforzi ad un livello internazionale. Cambio spesso luogo e non posso avere un ufficio. Per spostarmi indosso sempre il burqua e viaggio con guardie del corpo private. Non partecipo ad incontri pubblici. Tuttavia, non mi sento ancora sicura. Le spese per le guardie del corpo vengono sostenute grazie ai contributi che ricevo dai miei supporter locali e internazionali e dai gruppi e dalle associazioni di sinistra e contro la guerra.

domenica 29 luglio 2012

La via che aspetta la maggioranza senza voce del popolo siriano

La soluzione militare tiene in ostaggio il popolo siriano e non offre una soluzione politica in grado di accogliere le sue aspirazioni profonde.

La violenza porta a credere che non c’è alternativa alle armi.



Negli ultimi mesi , Il parere che il conflitto in Siria può essere risolto solo con le armi ha mantenuto un monopolio quasi totale nelle dichiarazioni dei politici e la comunicazione sulla stampa. Perciò è con gratitudine e sollievo che accogliamo la initiave della Comunità di Sant'Egidio di riunire rappresentanti autorevoli dell'opposizione siriana, espressione della società politica e civile siriana.



Al termine di alcuni giorni di riunioni, il gruppo ha incontro la stampa e la diplomazia internazionale e ha pubblicato e ha rilasciato il seguente appello.


La Siria sta vivendo la crisi più drammatica della sua storia. La scelta della soluzione militare, che non tiene conto delle richieste della rivolta di libertà e di dignità del popolo siriano, ha portato alla diffusione della violenza, alla perdita di troppe vite umane e a distruzioni generalizzate.

Riuniti a Roma presso la Comunità di Sant’Egidio, noi appartenenti a diversi gruppi dell’opposizione demcratica siriana, attiva sia all’interno che all'esterno del Paese, rivolgiamo questo Appello al popolo siriano, a tutte le parti coinvolte e alla Comunità internazionale.

Siamo diversi per opinioni ed esperienze. Abbiamo lottato e lottiamo per la libertà, la dignità, la democrazia, i diritti umani e per costruire una Siria democratica, civile, sicura per tutti, senza paura e senza oppressione. Amiamo la Siria. Sappiamo che la Siria, luogo di convivenza di religioni e popoli diversi, corre oggi un rischio mortale che incrina l’unità del popolo, i suoi diritti e la sovranità dello Stato.


Non siamo neutrali. Siamo parte del popolo siriano che soffre per l’oppressione della dittatura e la sua corruzione. Siamo fermamente contrari a qualsiasi discriminazione su base confessionale o etnica, da qualunque parte venga. Siamo per una Siria di uguali nella cittadinanza. Vogliamo che la Siria in futuro sia patria per tutti, capace di rispettare la vita e la dignità umana, nella giustizia.

La soluzione militare tiene in ostaggio il popolo siriano e non offre una soluzione politica in grado di accogliere le sue aspirazioni profonde. La violenza porta a credere che non c’è alternativa alle armi. Ma le vittime, i martiri, i feriti, i detenuti, gli scomparsi, la massa di rifugiati interni e i profughi all'estero, ci chiedono di assumere la responsabilità di fermare questa spirale di violenza. Ci impegniamo a sostenere tutte le forme di lotta politica pacifica e di resistenza civile, e di favorire una nuova fase di incontri e conferenze all’interno del Paese.

Non è troppo tardi per salvare il nostro Paese! Pur riconoscendo il diritto dei cittadini alla legittima difesa, ribadiamo che le armi non sono la soluzione. Occorre rifiutare la violenza e lo scivolamento verso la guerra civile perché mettono a rischio lo Stato, l'identità e la sovranità nazionale.

Occorre, oggi più che mai, un’uscita politica dalla drammatica situazione in cui ci troviamo. È il modo migliore per difendere gli ideali e realizzare gli obiettivi di chi mette a rischio la propria vita per la libertà e la dignità. Invitiamo i nostri concittadini dell’Esercito Siriano Libero, e tutti quelli che portano le armi, a partecipare a un processo politico per giungere a una Siria pacifica, sicura e democratica.

Non possiamo accettare che la Siria si trasformi in un teatro di scontri regionali e internazionali. Crediamo che la Comunità internazionale abbia la forza e le capacità necessarie per trovare un consenso che sia base di un'uscita politica dall'attuale drammatica crisi, basata sull'imposizione del cessate il fuoco, il ritiro degli apparati militari, la liberazione dei detenuti e dei rapiti, il ritorno dei profughi, gli aiuti di emergenza alle vittime, un vero negoziato globale senza esclusioni, che sarà completato da una vera riconciliazione nazionale basata sulla giustizia.

Chiediamo che l'ONU sia l'unico soggetto internazionale ritenuto responsabile del coordinamento degli aiuti umanitari per sostenere i siriani in difficoltà sia in patria che all’estero.

Ci rivolgiamo con questo Appello a tutti i Siriani e in particolar modo ai giovani: il nostro futuro lo costruiremo con le nostre mani. Insieme possiamo costruire una Siria democratica, civile, pacificata, pluralista. Ci rivolgiamo a tutte e a tutti coloro che lottano per il cambiamento democratico in Siria, a qualunque parte essi appartengano: per porre in essere un dialogo e un coordinamento tra di noi che avvii rapidamente la Siria ad una fase transitoria verso la democrazia, sulla base del patto nazionale comune.

Ringraziamo la Comunità di Sant’Egidio per il lavoro e il sostegno nella ricerca di una soluzione per la crisi nazionale siriana, e le chiediamo di continuare ad accompagnare gli sforzi e il lavoro che ci aspettano.

Roma, Sant’Egidio, 26 luglio 2012


Firmatori dell'appello

NCB (National Coordination Body)
HAYTHAM MANNA
ABDULAZIZ ALKHAYER
RAJAA ALNASER

DEMOCRATIC FORUM
FAIEZ SARA
MICHEL KILO
SAMIR AITA

WATAN Coalition ^
FAEK HWAJEH

DEMOCRATIC ISLAMIC GROUP
RIAD DRAR

Syrian Trade Union/ Women Syrian Activist
AMAL NASER

MAA Movement (Together)
ALI RAHMOUN

BUILDING SYRIAN STATE
ANAS JOUDEH
RIM TURKMANI

WEST KURDISTAN Assembly
ABDUSALAM AHMAD

NATIONAL BLOC
AYHAM HADDAD

HORAN RENCONTRES (FOR CITYZENSHIP)
UGAB ABOU SUEDE
SADA HAMZEH

mercoledì 25 luglio 2012

La Chiave della Pace è anche Nostra.



La pace è un diritto e un dovere vincolante. 


Così afferma l'articolo 22 della Costituzione della Colombia. Ma l'idea che la porta è chiusa a chiave e che la chiave appartiene esclusivamente al presidente della repubblica è stata diffusa tra la gente. 


Il 13 luglio, sotto lo slogan "E 'tempo di fermare la guerra, la chiave della pace è anche la nostra", i rappresentanti di 20 organizzazioni della società civile, riuniti nella Rete di Iniziative di Pace dalla Base e La Ruta Pacifica de las Mujeres hanno presentato una denuncia alla Corte costituzionale chiedendo l'incostituzionalità parziale dell'articolo 3 della legge 1421 del 2010, che impedisce la realizzazione di approcci umanitari e dialoghi con i gruppi armati al di fuori della legge, senza l'espressa autorizzazione del Presidente della Repubblica. 




Una settimana dopo, 200 donne della Ruta Pacifica hanno viaggiato alla regione di Cauca per mostrare la loro solidarietà con la popolazione indigena - il popolo Nasa - che ha preso le chiavi della pace nelle proprie mani, chiedendo che l'esercito colombiano e la guerriglia si ritirino dal loro territorio. 

Gli abitanti della regione sono spesso rimasti vittime di attacchi e violenze tra L'esercito e la FARC, e nelle ultime settimane, ci sono stati feroci combattamenti. Molti residenti sono stati costretti a lasciare le loro case, e ci sono stati morti e feriti. 

Un gruppo di donne e uomini Nasa hanno affrontato i gruppi armati faccia a faccia, chiedendogli di lasciare la regione autonoma e tentando di smantellare i basi militari. L'associazione di Cabildos Indigenas ha pubblicato un comunicato esigendo la fine delle operazioni militari nella regione autonoma e impegnandosi a continuare la resistenza nonviolenta fino a che i gruppi armati non lasciano la zona.


Ci dichiariamo di essere in resistenza permanente fino a quando tutti i gruppi armati e gli eserciti lasciano le nostre terre. Siamo a casa e non abbiamo intenzione di andarcene. Coloro che devono andarsene sono i gruppi armati legali e illegali - gli eserciti che vengono seminando morte nel nostro territorio.

I morti, i feriti, i sfollati, le case distrutte, i campi minati, i raccolti perduti, gli studenti senza scuola, il dolore, l'impunità, la tristezza, gli orfani, le vedove, le minacce e tutti i tipi di abusi che vanno contro la vita, le norme, la dignità e la giustizia - sono motivo piu che sufficiente per dire 

Basta Guerra 
Basta Gruppi Armati e Eserciti - chiunque essi siano 
Basta Abusi 
Basta Dispetti
Basta Stupri 
Basta Invasioni delle nostre terre. 

Fateci avere calma. Lasciateci in pace, uomini di guerra.

Non abbiamo intenzione di rimanere con le mani in mano a guardare mentre ci uccidono e mentre distruggono i nostri territori, le nostre comunità, i nostri progetti di vita.

Così, radicati nella parola, nella ragione, nel rispetto e nella dignità, abbiamo cominciato a camminare in gruppi verso i posti dove i gruppi armati e gli eserciti sono trincerati per dirgli faccia a faccia che, nel contesto dell'autonomia che ci appartiene, 
chiediamo che se ne vanno, 
che non li vogliono, 
che siamo stanchi di morte, 
che hanno torto, 
che ci lasciano vivere in pace. 


Inoltre, le autorità indigene hanno mandato una lettera al presidente Santosuna lettera al commandante della FARC. Queste lettere chiudono con parole che trovano eco anche nei nostri cuori:


Contate su di noi per la pace
Mai per la guerra. 

venerdì 20 luglio 2012

Percorso di Guerra

A fine gennaio il ministro ‘tecnico’ della Difesa Di Paola aveva annunciato che i nostri cacciabombardieri schierati in Afghanistan sarebbero stati impiegati anche in operazioni di bombardamento. Una decisione eminentemente ‘politica’ imposta in spregio all’articolo 11 della nostra Costituzione e alle regole della nostra democrazia parlamentare – la modifica dei ‘caveat’ decisi dal Parlamento è stata solo notificata in un’audizione in commissione, mentre doveva essere dibattuta e votata in aula. Una decisione tradotta subito in pratica con il regolare impiego dei quattro Amx del 51° stormo dell’aeronautica militare in azioni di bombardamento. Azioni che – conferma a E-il Mensile il tenente colonnello Francesco Tirino, portavoce del contingente italiano in Afghanistan – si sono moltiplicate nelle ultime settimane con il lancio dell’operazione Shrimp Net (rete per gamberi) nella provincia di Farah. 

Passiamo quindi dalla finzione della missione di pace in cui le forze italiane solo indicavano gli obiettivi da colpire al uso "al cento per cento" dei nostri assetti militare - cioè alla guerra. 

Le parole del Generale Luigi Chiapperini 
"nelle regole d’ingaggio è vietato in modo assoluto colpire abitazioni e civili" 
non ci convincono. Non abbiamo dimenticato le decine di massacri di civili, provocati dai raid aerei della Nato. 

Solo nel 2011:
  • Febbraio - 65 civili, tra cui 50 donne e bambini, sono stati uccisi in un'operazione Nato nella provincia di Kunar. 
  • 20 febbraio - Una famiglia afghana di sei in Khogyan nella provincia orientale di Nangarhar è stata uccisa in un bombardamento Nato. 
  • 1 marzo - Nove ragazzi afgani età 7-13, che stavano raccogliendo legna da ardere,sono stati uccisi da un elicottero da combattimento. 
  • 15 Marzo - Due fratelli afgani, di età 13 e 17, sono stati uccisi dagli elicotteri della Nato. 
  • 24 marzo - due civili, tra cui un bambino, sono stati uccisi da un elicottero da combattimento della Nato nella provincia settentrionale di Khost. 
  • 25 marzo - un drono Reaper telecomandato da una Airforce base americana in Nevada ha ucciso quattro civili - due donne e due bambini nel distretto di Naw Zad della provincia di Helmand. 
  • 19 aprile - tre civili afghani sono stati uccisi nel distretto di Dangam della provincia di Kunar, Afghanistan orientale. 
  • 27 maggio- tra 85 e 115 persone sono state uccise in un raid aereo della Nato nella provincia di Nuristan. 
  • 28 maggio - due case sono state colpite uccidendo 14 civili (due donne, cinque ragazze e sette ragazzi) nel distretto di Nawzad. 
  • 5 luglio - tra 11 e 13 civili sono stati uccisi in un raid aereo della Nato nella provincia di Khost. 
  • 6 luglio - centinaia di afghani hanno protestato, accusando Nato di aver ucciso due pastori in un raid aereo. 
  • 11 luglio - secondo funzionari del governo afghano fra 9 e 16 persone sono state uccise in un raid aereo della Nato nel quartiere Azra della provincia di Logar. 
  • 12 luglio - quattro civili afghani sono stati uccisi in un raid aereo della Nato, mentre riparavanouna pompa d'acqua nel distretto di Asmar della provincia nord-orientale di Kunar 
  • 17 luglio -  secondo funzionari afghani tre civili in provincia di Logar sono stati uccisi da droni. 
  •  18 Luglio - due dipendenti di una scuola sono stati uccisi in un bombardamento Nato nella parte orientale della provincia di Nangarhar. 
  • 26 luglio -  tre civili, fra cui 2 studenti che raccoglievano legna da ardere, sono stati uccisi in un attacco aereo nella provincia orientale di Kunar. 
  • 6 agosto - nove civili, tra cui sette bambini, sono stati uccisi in un raid aereo della Nato nel distretto di Nad Ali della provincia meridionale di Helmand. 
  • 26 agosto Sei civili afgani (tutti i membri della stessa famiglia) sono stati uccisi in un raid aereo della Nato nel distretto di Baraki Barak provincia di Logar 
  • 24 novembre sette persone tra cui sei bambini sono state uccise in un raid aereo della Nato nel villaggio di Siacha nel distretto di Zhari.
Ci dispiace di non potere dare nomi a queste persone -madri, figlie, padri, figli, sorelle, e fratelli- massacrate cosi sconsideratemente in una guerra portata avanti da un'alleanza di cui fa parte il nostro paese. Non dimenticheremo mai le vite perse e le vite distrutte da questa guerra. 

Non vogliamo essere corresponsabili di nuovi lutti, né vogliamo alimentare la spirale del terrore.
Basta guerre, basta morti, basta vittime.
Ripudiamo la Guerra