mercoledì 17 novembre 2010

Corpi e Territori senza guerre ne' violenze



Care amiche Donne in Nero nel mondo,

Prima di tutto desideriamo inviarvi i nostri saluti, con la convinzione che, in ogni angolo del pianeta, noi donne di questa Rete, stiamo opponendoci alla corsa agli armamenti, al militarismo, alle guerre ed anche alle violenze, perche' qualsiasi azione violenta contro altri esseri umani ed anche contro la natura e un affronto all’umanita' e al pianeta, per queste ragioni ci impegnamo a sradicarle dalle nostre vite e dai nostri corpi. Sappiamo che questa posizione politica ci mantiene unite.
Scriviamo questa lettera per comunicarvi che purtroppo non ci sono le condizioni per realizzare il nostro Incontro della Rete delle Donne in Nero nel mese di novembre di quest’anno. Ci siamo viste obbligate a prendere questa decisione dato che, a un mese e mezzo dall’evento, si erano iscritte solo 6 donne. Abbiamo lanciato un SOS e le iscrizioni sono salite a 16. Ci sarebbe piaciuto che un numero significativo di donne avesse risposto, ma non e' stato cosi'.

Siamo coscienti delle difficolta' causate da questa decisione, specialmente per le donne che hanno gia' acquistato il biglietto, speriamo che possano ottenere una nuova prenotazione. Abbiamo riflettuto e abbiamo ritenuto che un incontro con 16 partecipanti internazionali fosse insufficiente per realizzare un compito di questa natura, riteniamo infatti che questi incontri servono a ridefinire, scambiare, mantenere attivo il movimento nel mondo. Nel contempo, per noi donne colombiane, l’Incontro costituisce un’iniziativa internazionale che ci accompagna contro la guerra, in un conflitto armato interno che dura da piu' di 45 anni e ha lasciato piu' di 4 milioni di vittime e un forte degrado umano e ingiustizia sociale.

Riguardo alle preoccupazioni manifestate da alcune donne della Rete, sulla nostra capacita' di realizzarlo, vogliamo dire loro che non e' per mancanza di capacita' bensi' per mancanza di partecipazione da parte delle donne della Rete che abbiamo preso cuesta decisione; come hanno spiegato bene alcune che hanno scritto, e' un aspetto che va analizzato a partire dalla corresponsabilita', perche' in questo processo abbiamo sentito molti silenzi da parte di tutte: ci aspettavamo piu' sostegno dalla Rete, specialmente nel sollecitare le donne a venire all’Incontro affinche' questo potesse svolgersi con una rappresentanza internazionale adeguata.

La Ruta Pacifica de las Mujeres fa parte della Rete DiN dal 2001 e la nostra partecipazione era assicurata da circa 300 donne e forse piu'. Ma in realta' non si tratta di un evento per la Ruta PacÌfica, si tratta di realizzare il XV INCONTRO INTERNAZIONALE DELLE DONNE IN NERO e per questo abbiamo richiesto il concorso di tutte.
Avevamo svolto le attivita' necessarie per realizzare l’Incontro, praticamente lo avevamo gi‡ preparato, abbiamo un sito, visibilita', le strategie per pubblicizzarlo, abbiamo intrapreso molteplici iniziative, riservato luoghi per accogliervi, proposto i temi, la metodologia, i simboli, predisposto le traduzioni… ; per questo vi confermiamo la nostra disponibilita' a realizzarlo nella terza settimana di agosto 2011, ovviamente se la Rete e' d’accordo.
Tuttavia, se ci sono altre proposte vi preghiamo di comunicarle al piu' presto. Vi preghiamo anche di comunicarci la disponibilita' a venire nelle date proposte per il 2011, comprenderete infatti che sarebbe molto costoso per noi, a tutti i livelli, se si ripetesse la stessa situazione anche l’anno prossimo.

Inoltre, ci piacerebbe davvero molto che si concretizzasse la proposta delle donne di Londra che, quelle che hanno gia' il biglietto, vengano in novembre: sarebbe di grande aiuto se potessimo incontrarci e contribuire alla preparazione di questo Incontro che per noi e' di grande importanza ed anche partecipare ad alcune attivita' per il 25 novembre, Giornata del No alla Violenza contro le donne.
Restituiremo quanto versato per l’iscrizione alle donne che lo richiedano; se decidete di rinviare la vostra venuta per favore fatecelo sapere.

Vi ricordiamo che la data a cui viene rinviato il XV Incontro Internazionale delle Donne in Nero e' dal 15 al 20 agosto 2011.

Un abbraccio in sorellanza dalla Colombia.


Care amiche,
abbiamo provato anche noi molto dispiacere per il rinvio al 2011 dell’incontro internazionale della rete delle Donne in Nero.
Ci rendiamo conto che deve essere stata per voi una decisione difficile, ma pensiamo che siate stante sagge e coraggiose nel valutare che la partecipazione dagli altri continenti era troppo bassa per mantenere la data di novembre 2010.
Restiamo convinte che quella fatta a Valencia era stata una buona scelta e perciÚ pensiamo che vada mantenuto l’impegno di realizzare l’incontro a Bogota'; abbiamo anche molto apprezzato come voi lo stavate organizzando, sia sul piano pratico sia per la proposta di programma dei lavori che ci avevate inviato e che ci e' parsa molto ben articolata ed efficace.
In un nostro incontro nazionale di fine ottobre ci siamo interrogate sulle ragioni per cui e' stata cosi' scarsa la risposta, in particolare dall’Europa e ci siamo dette che Ë una responsabilita' collettiva, di cui Ë giusto che ci facciamo carico per il futuro, non avere scambiato per tempo opinioni, informazioni e proposte, tanto che Ë giunta del tutto inaspettata la notizia che erano cosÏ poche le iscritte.
Riteniamo che per l’agosto 2011 occorra un coordinamento molto piu' intenso; e' vero che la crisi economica ha aumentato i vincoli, ma in passato c’e' sempre stata una solidarieta' attiva, per cui le situazioni in condizioni migliori hanno messo a disposizione risorse per chi invece e' in maggiore difficolta'. Crediamo che questo vada fatto in modo organizzato, facendo circolare in rete entro la primavera 2011 sia le intenzioni di iscriversi all’incontro dai vari paesi sia l’informazione sui contributi che qualche gruppo puo' dare per l’organizzazione del convegno e perche' anche dai “luoghi difficili” siano possibili i viaggi in Colombia.
Vi ringraziamo anche per avere proposto agosto come mese del prossimo incontro; effettivamente questo puo' agevolare molto quante abitano nell’emisfero Nord, perche' e' piu' facile disporre di tempo libero da impegni di lavoro.
Secondo noi e' pero' molto importante che ci sia la presenza di tante donne dall’America Latina, perche' e' con le vostre realta' e con le caratteristiche peculiari dei vostri movimenti e delle vostre visioni e modalita' di azione che tutte vorremmo avere occasione di confrontarci.
Abbiamo molto apprezzato la proposta di Rebecca e speriamo che le donne che avevano gi‡ acquistato il biglietto possano davvero trovarsi a Bogota' per un primo scambio di idee in vista del convegno; pensiamo che questa riflessione potra' essere molto utile a tutte noi.
Nella speranza che d’ora in avanti si svolga un buon cammino che ci porti in Colombia il prossimo agosto, vi inviamo la nostra amicizia e riconoscenza per quanto avete fatto e farete. Nello stesso tempo, vi preghiamo di farci sapere che cosa vi aspettate dalla rete internazionale, in modo che la nostra collaborazione possa andare nella direzione che voi ci indicherete.
Con i saluti piu' affettuosi
La rete italiana delle Donne in nero.

venerdì 12 novembre 2010

NO ALLA GUERRA- SI ALLA CULTURA


Sabato 6 novembre, davanti alla prefettura di Novara, a partire dalle 15 e per tutto il pomeriggio, il Comitato docenti e ata precari e sottoprecari di Novara e USN, Unione Studenti Novaresi, hanno tenuto il presido 'No alla guerra, Sì alla cultura', per contestare i tagli, effettuati dal Ministro Gelmini a scuola, a università e ricerca; mentre, di contro, il Ministero della Difesa provvede all'acquisto di 131 cacciabombardieri F35 e le spese militari ammontano a 20 miliardi annui.


In piena crisi economica il governo Berlusconi ha sferrato il più grande attacco che un governo di questa Repubblica abbia mai condotto al futuro dei giovani.

Meno 7,3 miliardi di euro. A tanto ammontano i risparmi che il Ministro dell’Istruzione Gelmini vuole realizzare. Un miliardo e seicento milioni nel solo 2010.

Destino analogo per università e ricerca che quest’anno vedono ridursi di 810 milioni il proprio stanziamento.

A questo si aggiungano i 232 istituti culturali ai quali il Ministero della Cultura ha già tagliato i fondi statali.

E mentre si fa cassa sulla pelle di studenti e lavoratori accade che, sempre nel 2010, il bilancio del Ministero della Difesa stanzierà 20 miliardi di euro di spese militari mentre nei prossimi anni spenderà ben 13 miliardi per l’acquisto di 131 cacciabombardieri F35.

Il tutto nonostante la nostra Costituzione reciti: “L’Italia ripudia la guerra”.

Curiosa coincidenza vuole poi l’inizio dei lavori di assemblaggio degli F35 proprio all’avvio di questo difficile anno di nuovi tagli. Il recinto dell’aeroporto di Cameri, presso Novara, è solo uno dei luoghi destinati all’operazione.

CHE FUTURO VOGLIAMO?

Per opporsi a tutto questo, a un anno di distanza dall’invito rivolto alle scolaresche dal Provveditore agli studi di questa Provincia ai festeggiamenti per il centenario dell’aeroporto di Cameri, il Comitato docenti e ATA precari e sottoprecari di Novara e USN- Unione studenti novaresi- dichiarano con fermezza:
  • NO all’insegnamento dell’uso delle armi e della cultura militare nelle scuole come proposto dal protocollo dei Ministri Gelmini-La Russa;
  • ad una scuola di qualità con: laboratori, aule sicure, classi non sovraffollate, didattica al passo coi tempi;
  • NO all’acquisto dei caccia bombardieri F35 e ad ogni altra inutile spesa militare;
  • ad un’università di qualità e ai finanziamenti alla ricerca;
  • NO alla cultura della paura e ad una falsa retorica della sicurezza che crea eserciti inutili;
  • ad un esercito di cittadini consapevoli educati alla cultura della legalità e della non violenza;
  • NO ai teatri di guerra che lasciano dietro di sé morti, sfollati e macerie;
  • ai teatri, alla musica, e a quanto nutre la coscienza civile di una società e del suo popolo;
  • NO ad una scuola che taglia sul sostegno lasciando soli gli alunni disabili e le loro famiglie;
  • ad una scuola che insegni il valore dell’integrazione e del dialogo tra i popoli.

giovedì 4 novembre 2010

Siamo in Guerra?



Questa è la domanda che è stata posta in Parlamento dopo le ultime uccisioni di militari italiani in Afghanistan. E dire che dal 2003 in poi si è parlato di “missione di pace”; in realtà la missione è sempre stata sotto comando militare, in particolare della NATO e le logiche con cui è stata portata avanti sono sempre state logiche di guerra: e se ne vedono gli effetti.





Disegno da un 12enne Afgano



Un dato molto significativo è come è cresciuto negli anni l’impegno italiano in termini di uomini e di spesa: dal contingente di 1000 militari nel 2003 si arriva a 3900 nel 2010, con una previsione di 4500 per il 2011, mentre i costi sono passati da 100 milioni di euro nel 2003 a 675 milioni di euro nel 2010. Tra il 2003 e oggi hanno ruotato nel teatro delle operazioni 90.000 uomini con turni di avvicendamento passati da quattro a sei mesi, mentre dall’inizio della missione il costo complessivo è stato di 3 miliardi e 100 milioni di euro

Per farci un’idea di cosa accadrebbe se rovesciassimo la logica, come scrive il coordinatore della Rete Italiana per il Disarmo, “la spesa militare è uno svantaggio… Disarmo e pace non sono solo giusti per chi ci crede, ma anche convenienti: in dieci anni le spese militari mondiali sono cresciute del 50%, da 1000 a 1500 miliardi e l’industria bellica ha avuto una flessione dei posti di lavoro”, mentre quegli stessi soldi investiti nella società permetterebbero “un raddoppio dei posti di lavoro e la crescita di 1,5 volte per lo sviluppo economico in generale”.

Oltre ai costi esorbitanti, sappiamo che nell’informazione corrente è stata nascosta la realtà di quanto stava accadendo, e chi, come Emergency, faceva conoscere la verità, è stato esposto a censure, critiche e attacchi. Adesso cominciano a uscire documenti, tenuti finora segreti, sulle decine di migliaia di vittime civili e sulle responsabilità delle truppe dei vari paesi, italiani inclusi.

Per anni, hanno detto che lo scopo della missione era riportare in Afghanistan la democrazia e la pace e promuovere i diritti delle donne. Soltanto attraverso le relazioni dirette con associazioni di donne afgane abbiamo potuto seguire nel tempo la situazione con cui si confrontavano e conoscere la capacità di resistenza attiva e non armata della popolazione e il coraggio delle donne che permette loro di dire apertamente che vogliono la fine di ogni azione di guerra, dell’occupazione militare e del potere dei signori della guerra e dell’oppio, ormai chiaramente sostenuti dagli Stati Uniti.

Queste donne sono punto di riferimento per intere popolazioni per la capacità che hanno dimostrato di sapere interpretare il loro dolore e cogliere le loro necessità: di qui la fondazione e la gestione diretta di associazioni per le donne, per l’istruzione di bambine e bambini, che già clandestinamente era portata avanti sotto il regime dei talebani e l’impegno politico e umanitario irto di difficoltà e gravi rischi.

Con i combattimenti in corso le donne vengono espropriate della possibilità di esprimersi, insieme ai bambini sono il bersaglio del massacro dei civili, ma sono consapevoli della sua inutilità e crudeltà.

Dobbiamo sostenere le donne afgane e la società civile e chiedere fermamente la fine dell’occupazione dell’Afghanistan e il ritiro delle truppe italiane e di ogni paese.

lunedì 1 novembre 2010

Solidarieta' con le Madri in Lutto in Iran


Le Donne in nero italiane esprimono la loro solidarietà alle Madri di Park Laleh(Madri in lutto in Iran) che sostengono Zhila Mahdavian madre di Hesan Tarmasi e Akram Neghabi madre di Saeed Zeinali, imprigionate per aver difeso i loro figli incarcerati nelle dure prigioni iraniane. Chiedono che vengano liberate il più presto possibile e che il governo iraniano rispetti i diritti umani,i diritti delle donne e il diritto delle madri di difendere i loro figli.

Akram Neghabi e' la madre di Saeed Zeynali- uno studente che e' stato arrestato 11 anni fa. Finora, sua madre non ha ricevuto nessuna notizia di lui.

Zhila Mahdavian e' la madre di Hesam Tarmasi; Hesam e' stato arrestato dalle forze di sicurezza durante una protesta dopo le elezioni. E' stato rilasciato ma da allora e' stato in ospedale con problemi gravi di reni e fegato.


Queste madri e famiglie cercano la verita' sull'uccisione, incarcerazione e sparizione dei loro cari. Vogliono risposte dal governo e chiedono la liberazione incondizionata di tutti i prigionieri politici e prigionieri di coscienza.

Liberate la Pace

L'11 Ottobre, Abdallah Abu Rahmah ha ricevuto la sentenza del tribunale militare israeliano che lo condanna a 12 mesi di carcere per il suo coinvolgimento nella lotta popolare nonviolenta di Bil’in contro il Muro e gli insediamenti.

Abdallah Abu Rahmah, coordinatore del Comitato Popolare di resistenza nonviolenta di Bil’in contro il Muro e gli insediamenti, è stato arrestato lo scorso anno dai soldati durante un raid notturno nella sua abitazione. È stato successivamente incriminato davanti ad una Corte militare Israeliana con accuse prive di fondamento, tra cui quella di aver tirato pietre contro i soldati durante le manifestazioni, oltre al possesso di armi.

Abu Rahmah è stato prosciolto da entrambe le accuse, ma condannato per aver organizzato manifestazioni illegali ed aver incitato la popolazione a partecipare. Quello di Abu Rahmah è un caso esemplare del cattivo utilizzo del sistema legale militare israeliano in Cisgiordania, che ha il chiaro proposito di mettere a tacere il legittimo dissenso politico della popolazione.

La sua condanna è stata oggetto di forti critiche anche a livello internazionale: Catherine Ashton, Alto Rappresentante dell’UE per la Politica Estera e di Sicurezza Comune, e Vicepresidente della Commissione, ha espresso la viva preoccupazione “che la possibile condanna del signor Abu Rahmah sia volta ad impedire, a lui o ad altri palestinesi, il legittimo esercizio del loro diritto di protesta”, dopo che i diplomatici dell’Unione Europea erano stati presenti a tutte le udienze del processo. Alle dichiarazioni di Catherine Ashton ha fatto seguito quella, non dissimile, del Parlamento Spagnolo.

Purtroppo, il governo italiano non ha fatto una simile dichiarazione. Il gruppo americano, Jewish Voices for Peace, hanno organizzato una campagna di lettere diretta a molti governi, incluso quello italiano.
Clicca qui per mandare una lettera a Franco Frattini.




"Liberta' - Senza Muri, Senza Confini"

si legge sullo striscione di attivisti durante una protesta al centro di Tel Aviv per la liberazione di tutti i prigionieri politici.

lunedì 18 ottobre 2010

Spese militari dalle nostre tasche


Non passa giorno senza manifestazioni di studenti e personale della scuola di ogni ordine che protestano contro i tagli indiscriminati di risorse alla didattica e al personale (il più grande licenziamento di massa operato in Italia: 140.000 posti di lavoro in meno e 7,5 miliardi di euro in meno in tre anni). Studenti, insegnanti e personale si oppongono allo smantellamento della scuola pubblica che ha una funzione fondamentale per lo sviluppo non solo delle singole persone ma dell’intera società.

Purtroppo, per quanto gravi, questi non sono gli unici tagli che si abbattono sullo stato sociale per quest’anno, vi si aggiungono: 271 milioni di euro in meno per le politiche sociali, 127 milioni in meno per il servizio civile, 90 milioni in meno per le famiglie, 14 milioni in meno per le pari opportunità, 58 milioni in meno per le politiche giovanili; azzerato il fondo per l’immigrazione.

In tre anni mancheranno, inoltre, 5 miliardi di euro per la sanità e 9,2 miliardi agli enti locali che saranno perciò costretti a ridurre i servizi per cittadine e cittadini.

Il governo italiano tuttavia sceglie di continuare a investire nel militare risorse ingenti. Noi pensiamo invece che si potrebbe:

  • ritirare le truppe dall’Afghanistan con risparmio di circa 500 milioni di euro annui
  • non firmare il contratto per la produzione e l’acquisto dei bombardieri F35 con un risparmio di 16 miliardi in 16 anni (di 207, 6 milioni solo per il 2010)
  • risparmiare 3 miliardi di euro annui riducendo a 120 mila l’organico delle forze armate, nelle quali attualmente sono più numerosi gli ufficiali della truppa
  • eliminare la presenza dei militari nelle città con un risparmio annuo di 31,2 milioni di euro,
economie che potrebbero essere utilizzate per evitare una parte non indifferente dei tagli alla spesa sociale.

Come femministe e pacifiste ci opponiamo da sempre alle spese militari innanzitutto per motivi etici, ma è evidente che in questa fase di crisi queste spese incidono pesantemente e concretamente sulla vita di tutte e tutti noi
.



Le risorse vanno usate per migliorare il tenore e la qualità della vita delle persone e non per costruire o acquistare armi che servono soltanto ad uccidere.

domenica 11 luglio 2010

S.O.S Ricostruzione L'Aquila e il suo Territorio

Il 7 luglio. in 20.000 gli aquilani sono arrivati a Roma per protestare contro il programma del governo, per rompere il silenzio imposto dai media sulle proteste e iniziative dei cittadini del territorio colpito dal terramoto, per chiedere equiti e diritti.

La richiesta:

Una legge organica che preveda:

  • Congelamento di mutii e prestiti, sospensione di tesse e imposte per 5 anni e successiva restituzione in 10 anni senza interessi.
  • Garanzie per i disoccupati, casintegrati e precari.
  • Misure per far ripartire le attivita' economiche.
  • Un piano di ricostruzione per le citta' e i paesi attraverso procedure snelle e efficaci
  • Tutte le risorse economiche necessarie anche prevedendo una tassa di solidarieta'


L'Aquila, tra mille difficoltà, ha saputo esprimere in questi mesi la ferrea volontà di non morire e resistere dando vita ad articolate e numerose forme di protesta e di proposta, dall’esperienza dei comitati cittadini al movimento delle carriole, dalle sperimentazioni di progettazione partecipata alle assemblee cittadine all’interno del Presidio Permanente di Piazza Duomo.













Questo nonostante una gestione dell’emergenza inedita in Italia che ha escluso in ogni modo la partecipazione delle persone dalla definizione del loro futuro imponendo scelte e modelli culturali che hanno ridefinito sotto i nostri occhi il territorio, favorendo lo spopolamento, la speculazione edilizia e lasciando tutti i problemi irrisolti, primo fra tutti la ricostruzione della nostra città, dei nostri borghi e di quella dei 59 comuni colpiti, mai iniziata.

In più quello che qui si è costruito lo si è fatto in stato di emergenza ma in maniera definitiva e a proprio piacimento edilizio, inibendo – anche con dosi di assistenzialismo esagerate e concentrate – la ricostruzione sociale e culturale della comunità senza rispettare la sua autonomia e la capacità di autodeterminarsi dal basso.

Tra i primi abbiamo denunciato la trasformazione in atto della Protezione Civile che qui a L’Aquila, come in Campania per i rifiuti, ha sperimentato un modus operandi fatto di grandi appalti, grandi eventi e di scarsa o nessuna trasparenza, poi resa evidente dalle inchieste in corso, e grazie alla rete messa in piedi con altre realtà italiane abbiamo organizzato le mobilitazioni contro la sua trasformazione in una Società per Azioni.

L’articolo 39 inserito nella manovra finanziaria che il governo si appresta ad approvare è l’ennesima “mazzata” che il “Sistema Italia” riserva al nostro territorio.

Ci si chiede di tornare a pagare le tasse, i mutui, le imposte dal 1° luglio 2010 e a restituire tutti i contributi che sono stati ad oggi sospesi in tempi brevissimi ed in modalità non chiare.

Ad oggi è per noi semplicemente impossibile far fronte a questa richiesta.
Perché nel nostro territorio ci sono 16.000 persone che hanno perso o stanno perdendo il lavoro, e di questi migliaia sono cassaintegrati;

Perché nulla è stato pensato o fatto dal governo e dalle varie strutture commissariali per favorire il rilancio dell’economia se escludiamo il ridicolo contributo di 800 euro per tre mesi erogato ai commercianti e agli artigiani, insufficiente perfino per pagare i debiti con i fornitori.

Non stiamo chiedendo particolari privilegi ma semplici diritti. Dopo il terremoto che ha colpito l’Umbria e le Marche le popolazioni terremotate hanno restituito le imposte sospese dopo 12 anni e solo al 40%.

Stiamo chiedendo una legge organica che stabilisca fondi e tempi certi per affrontare la ricostruzione. La popolazione già a giugno 2009 sapeva, quando ha contestato il decreto Abruzzo, che i fondi finora stanziati erano totalmente insufficienti. Ora anche le istituzioni locali ci vengono a dire che sono esauriti i fondi anche per coprire l’emergenza che non è ancora finita (come i soldi per gli alberghi dove sono costretti ancora in migliaia di aquilani, per il contributo di autonoma sistemazione di cui l’erogazione è ferma a gennaio o per la ristrutturazione degli immobili lievemente danneggiati).

Vogliamo uscire dalla continua incertezza dettata dal sistema delle ordinanze e delle proroghe all’ultimo minuto, vogliamo ricostruire e crediamo che questa non possa essere una battaglia solo di questo territorio.

L’Aquila non si arrende e prova a resistere. In oltre 20.000 il 16 giugno hanno attraversato le strade della città e occupato l’autostrada A 24 per due ore. La notizia è stata silenziata o censurata dai grandi media. Purtroppo siamo abituati ad una informazione che sul nostro territorio ha favorito la propaganda, dando risalto alle migliaia di passerelle di politici e mondo dello spettacolo, e ignorato sistematicamente le reali condizioni in cui viviamo.

La Risposta



La manifestazione a Roma ha finalmente ribaltato lo scenario di cartapesta che il governo berlusconi, insieme al suo sottosegretario bertolaso, ha magistralmente diretto per mettere a credere a tutti gli italiani che il miracolo aquilano è stato compiuto. Speriamo che almeno questo messaggio sia passato