Più di tre settimane fa l'attivista palestinese Mohammad Othman è stato arrestato rientrando nella Cisgiordania da un viaggio in Norvegia. Mohammad, attivo nei movimenti nonviolenti contro il Muro dell'Apartheid e la campagna di Boicottaggio, Sanzioni e Disinvestimento (BDS), si trova ancora detenuto, in isolamento e senza sapere il motivo del fermo!
Lunedi' il 19 ottobre e' stato portato davanti a un tribunale militare senza neanche sapere i capi d'accusa contro di lui. Il giudice ha esteso la detenzione per ancora 11 giorni.
In solidarietà con l'appello internazionale "Se volete fermare il movimento BDS, dovete arrestarci tutti!" lanciato da Stop the Wall a seguito dell'arresto di Mohammad, mandiamo una valanga di mail per esigere il suo immediato e incondizionato rilascio!
Mohammed viene dal villaggio di Jayyus in Cisgiordania. Jayyous e' stato devastato dalla costruzione dal Muro d'apartheid e dall'insediamento di Zufim ed e' uno dei principali villaggi coinvolti nel movimento popolare e nonviolento contro il Muro iniziato piu' di 4 anni fa nel villaggio di Bi'lin. Non e' l'unico detenuto fra gli attivisti del movimento popolare nonviolento. Decine di palestinesi da Bi'lin, Ni'lin e Jayyus sono detenuti nei carceri israeliani, molti presi dai loro letti durante raid notturne da soldati israeliani, i volti coperti da maschere.
La risposta dalle forze armate israeliane alle proteste settimanali nei villaggi e' stata una ripressione forte; civili inermi devono affrontare soldati con armi di fuoco e nuovi armi sperimentali sono stati provati.
Nel suo discorso al Cairo, Presidente Obama ha detto che i palestinesi devono rinunciare alla violenza. Purtroppo, non ha rivolto le stesse parole al governo israeliano e neanche ha riconosciuto la lotta nonviolenta nei villaggi palestinesi.
Negli ultimi 4 anni 16 persone sono state uccise e piu" di 1500 sono state ferite, alcuni gravemente.
Diamo un futuro alla resistenza popolare palestinese, e all'opzione nonviolenta per la fine dell'occupazione!
Per sapere di piu' della repressione israeliana dal movimento popolare nonviolento, leggi il rapporto Repressione Permessa, Resistenza Negata. Repress
Sabato 10 ottobre 2009 dalle ore 16.30 alle 18.30 le Donne in Nero di Udine saranno in Piazzetta Lionello a Udine per denunciare lo scambio tra potere, sesso, denaro, che avviene in Italia nei luoghi della politici.
Invitano le donne e gli uomini della città a riflettere, a prendere la parola, a esprimere la propria contrarietà nei confronti del degrado della cosa pubblica a cui stiamo assistendo
Quanto è accaduto nei mesi scorsi nei palazzi del potere tra Berlusconi e le donne non può essere confinato nella sfera della morale, del privato, del pettegolezzo, parla invece della qualità della vita e del futuro di questo paese
Parole di donne hanno spezzato l'artificiosa divisione tra pubblico e privato e hanno svelato il sistema di scambio tra potere, sesso, denaro: prestazioni sessuali in cambio di favori economici e candidature politiche
Le donne hanno parlato e hanno messo a nudo quello che è il cuore della vicenda: la sessualità maschile e il rapporto con le donne di un uomo di potere e della sua corte.
Una sessualità incapace di dare senso alle relazioni, espressione di una "miseria del maschile" che tenta di ripristinare con arroganza quei ruoli tradizionali tra uomini e donne che quarant'anni di femminismo hanno destabilizzato
Le donne, non tutte asservite all'immagine del corpo femminile allestita dal regime televisivo e politico berlusconiano, pensano che i rapporti tra i sessi mai come oggi siano il cuore della politica e si chiedono se nel disordine del presente sia ancora possibile prendere la parola su questi temi.
Incontro nazionale
Anche 10 ottobre alle ore 10, a Roma, presso la Casa Internazionale delle Donne, è stato convocato, su questi temi, un incontro nazionale, aperto a tutte le donne e a tutti gli uomini interessati, e sollecitato da un documento firmato da Maria Luisa Boccia, Ida Dominijanni, Tamar Pitch, Bianca Pomeranzi, Grazia Zuffa
Lettera aperta da Dr. Eyad El-Sarraj Presidente del Programma di Salute Mentale della Comunità di Gaza.
Egregio Presidente Obama,
le nostre ferite in Gaza sono ancora aperte, la nostra. giustizia ancora negata. L'offensiva di Israele di 23 giorni (28 dicembre 2008- 19 gennaio 2009) ha lasciato nei nostri figli la paura di ritornare a scuola, e quella sensazione di non essere al sicuro nei loro letti.
La guerra, e la continua chiusura della striscia di Gaza, ha indebolito la capacità delle madri e dei padri di agire come protettori e come coloro che garantiscono la sicurezza. Come comunità, combatteremo per decenni per convivere con le conseguenze. Insieme, d'accordo con i nostri figli sentiamo che la giustizia sia stata abbandonata da troppo tempo.
Per molte ragioni noi palestinesi sentiamo che il mondo ci ha ignorato. L'attenzione internazionale seguita alla guerra contro Gaza ci ha dato speranza. Le investigazioni condotte da Richard Goldstone ha creato ottimismo. Abbiamo sentito che questo rispettabile giudice e procuratore – che ha esercitato al meglio e ha dimostrato consistentemente la sua indipendenza nella applicazione della legge – è stato una delle poche persone ad avere le credenziali e l'esperienza per procedere con questa missione complicata sia legalmente che politicamente. Eravamo arrivati a credere che effettivamente al mondo importasse di noi.
La dichiarazione alle Nazioni Unite del suo ambasciatore, la sig.ra Susan Rice, ha trasmesso un messaggio differente: che al mondo, o almeno agli Stati Uniti, non importa di noi.
La sig.ra Rice ha suggerito che l'attenzione doveva essere sul futuro e non sul passato e che il compito attuale deve essere quello di rafforzare il progresso verso la ripresa dei negoziati di pace Israele - Palestina. Questa separazione di giustizia e pace è fuorviante: le due sono intimamente unite. Se c'è una cosa che la storia c'insegna, è che quando ai potenti è permesso di venire meno alla responsabilità, essi continueranno a violare la legge, e le persone innocenti ne pagheranno il prezzo.
Al Cairo lei ha detto: “L'America non volterà le spalle all'aspirazione legittima dei Palestinesi alla dignità, all'opportunità, e ad un proprio stato”. Lei ha anche parlato del desiderio dell’applicazione della legge e di un’amministrazione paritaria della giustizia, sostenendo che queste “non sono solo idee americane, sono diritti umani, e che questo è il motivo per cui noi le sosterremo ovunque”. Queste parole sono state benvenute, ma richiedevano azione. Responsabilità e responsabilità criminale sono componenti fondamentali della giustizia. Tutti coloro che sono responsabili devono affrontare un processo; i diritti delle vittime devono essere sostenuti; la sofferenza non può essere ignorata.
Presidente Obama, come lei ha detto una volta citando il Dr. Martin Luther King:
'l'arco della morale universale è lungo ma piega verso la giustizia, ma non si piega da solo a meno che ciascuno ed ognuno di noi non metta le mani sull'arco'.
Sostenga le raccomandazioni della Missione per la ricerca dei fatti delle Nazioni Unite.
Il rapporto della missione guidata da Richard Goldstone include queste conclusioni:
Le forze israeliane hanno commesso violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario corrispondenti a crimini di guerra e, in alcuni casi, anche a crimini contro l'umanità. In particolare, le indagini su numerosi attacchi contro la popolazione civile od obiettivi civili hanno rivelato che gli questi sono stati intenzionali e che alcuni sono stati lanciati al fine di spargere il terrore tra la popolazione e senza alcun giustificabile obiettivo militare. Le forze israeliane hanno inoltre usato civili palestinesi come scudi umani;
Le forze israeliane hanno commesso gravi violazioni della IV Convenzione di Ginevra, in particolare compiendo uccisioni, torture e trattamenti inumani con intenzioni dolose, procurando volutamente gravi sofferenze e gravi danni fisici e alla salute, causando vaste distruzioni di proprietà non giustificate da necessità militari, in modo illegale e sconsiderato. Per queste azioni vanno accertate le responsabilità individuali;
Israele ha violato l'obbligo di rispettare il diritto della popolazione di Gaza a un adeguato standard di vita, che comprende l'accesso a cibo, acqua e alloggio adeguati. Il rapporto fa riferimento, in particolare, ad azioni che hanno privato gli abitanti di Gaza dei mezzi di sostentamento, del lavoro, dell'abitazione, dell'acqua nonché della libertà di movimento e del diritto di entrare e uscire dal proprio paese e, infine, che hanno limitato l'accesso a un rimedio efficace. L'insieme di queste azioni può corrispondere al crimine di persecuzione, che è un crimine contro l'umanità;
I gruppi armati palestinesi hanno violato il principio di distinzione lanciando razzi e mortai che non possono essere diretti con sufficiente precisione contro obiettivi militari. Questi attacchi, contro insediamenti civili che in alcun modo potevano essere considerati obiettivi militari, costituiscono deliberati attacchi contro i civili, in quanto tali sono crimini di guerra e in alcuni casi possono costituire crimini contro l'umanità;
I gruppi armati palestinesi non hanno sempre agito in modo tale da distinguersi dalla popolazione civile e hanno esposto quest'ultima a rischi inutili, lanciando razzi da luoghi situati vicino ad abitazioni civili o a edifici protetti;
Non ci sono prove per sostenere gli accusi che i gruppi armati palestinesi abbiano trasferito la popolazione civile verso zone poi sottoposte agli attacchi israeliani o che l'abbiano costretta a rimanere nei pressi, né sul accuso che le strutture ospedaliere siano state usate dall'amministrazione de facto di Hamas o dai gruppi armati palestinesi per nascondere attività militari, né che le ambulanze siano state usate per trasportare combattenti né, infine, che i gruppi armati palestinesi abbiano preso parte ad attività militari dall'interno degli ospedali o delle strutture delle Nazioni Unite usate come rifugi.
Fin dal primo giorno del colpo di stato militare, il 28 giugno 2009, la politica mediatica del regime golpista ha cercato di dare al paese un’immagine di assoluta normalità. Le enormi marce e le proteste sarebbero una semplice espressione di alcuni pazzi che hanno perso contatto con la realtà.
Dopo le condanne internazionali, i principali mezzi informativi hanno abbandonato il paese. Le continue mobilitazioni delle organizzazioni sociali, popolari e sindacali non fanno piu' notizia. La comunità internazionale sembra non volere passare dai discorsi e proclami ai fatti concreti, legata a un processo di mediazione che non ha futuro e che dipende dall’ambiguità del governo statunintense e che fa parte del processo di normalizzzione. Il silenzo internazionale ha aperto le porte ad una forte repressione contro le organizzazioni popolari che continuano a chiedere la restaurazione dell’ordine costituzionale e come sempre, le donne sono quelle piu' vulnerabile. Donne coinvolte nella resistenza sono sottoposte a violenze e insulti sessuali.
Ma le proteste hanno continuato, e la risposta e' stata una ripressione sempre piu' dura. Il 22 settembre, le Feministas en Resistencia, che dai primi giorni del regime fanno parte attivissima della resistenza, hanno pubblicato quest'appello:
Con la presente, le Feministas en Resistencia dell'Honduras denunciano la repressione brutale che oggi e' stata attuata contro le persone che sisono riunite pacificamente di fronte all'ambasciata del Brasile in Honduras, dopo avere appreso che il presidente Presidente Manuel Zelaya si e' rifugiato là. La gente e' stata attaccata nella prima mattinata con gas, acqua e un apparecchio che emette rumori assordanti. Alcuni sono stati feriti e portati in ospedale. Ieri il governo de facto ha proclamato un coprifuoco nazionale a cominciare alle ore 16, quando la maggior parte degli operai honduregni sono ancora al lavoro. Il coprifuoco e' durato fino alle 7 del mattino. Nel frattempo il governo ha proclamato un nuovo coprifuoco dalle 7 alle 16 di oggi. Vogliamo diffondere, nel modo più ampio possibile, il fatto che abbiamo paura per le nostre vite, a causa dell'aggressione continua e crescente dimostrata dall'esercito contro quelli che richiedono la restaurazione dell'ordine costituzionale.
Negli ultimi giorni, la situazione in Honduras è peggiorata.Il 28 settembre e' stato emesso un decreto che permette arresti e perquisizioni senza accuse o autorizzazioni, e che abroga i diritti di libertà di assemblea, di movimento, di stampa e di parole.
Canale 36 e Radio Globo sono stati chiusi il 29 dopo che il governo de facto ha pubblicato un decreto sospendendo 6 articoli della costituzione per un periodo di 45 giorni. Le due emittenti sono state invase dalle forze armate e di polizia, che sono entrate alle 5.30.
Fascicoli e apparecchi sono stati confiscati da Radio Globo. Canale 36 e' stato circondato dall'esercito e le trasmissioni sono state bloccate. Alcuni giornalisti hanno dovuto scappare dalle finestre.
Il decreto autorizza la chiusura di "ogni media che minaccia la pace e l'ordine pubblico" o che "attacca la dignita' umana di ufficiali pubblici o decisioni del governo.” Richiede l'arresto di "persone considerate sospette" aggiungendo che devono essere portate nei "centri di detenzione, legalmente stabiliti".
Si dice che il governo ha ordinato l'arresto di attivisti e la loro detenzione in uno stadio.
Centinaia di soldati hanno disperso una manifestazione all' Universidad Pedagógica Nacional- Francisco Morazán, dove centinaia di persone si sono riunite per marciare verso l'ambasciata del Brasile. Soldati sono stati dispiegati nei punti chiave di Tegucigalpa e in tutto il paese per bloccare la gente che voleva andare alla manifestazione.
La manifestazione per la libertà di informazione e' stata rinviata per non sovraporre alla giornata di lutto nazionale per i soldati italiani uccisi a Kabul.
Per noi questa decisione e' stata sbagliata e disonesta. Abbiamo dato la nostra adesione alla manifestazione perche' riteniamo la liberta' d'informazione un fattore importantissimo nella lotta contra le guerre e la violenza e nella lotta per i diritti delle donne - lotte che non si puo' separare.
Mi dispiace molto vedere i
governi mettere a rischio le vite
dei soldati in nome della
democrazia. Il fatto e' che
i soldati servono gli interessi
della Casa Bianca e le
conseguenze della loro
occupazione sono devastanti
per il mio popolo.
Malalai Joya
Se crediamo davvero nell'importanza della liberta' d'informazione, dovrebbe essere chiaro che la mancanza d'informazione seria sui motivi e le consequenze della missione militare in Afganistan ha giocato un ruolo importante nell'uccisione dei 6 solidati italiani.
Ritirarci e restare in silenzio mentre la tragedia che ha colpito questi uomini e i loro cari viene strumentalizzata proprio da quelli che li hanno mandati a morire non e' segno di rispetto - anzi.
Percio nonostante la pioggia e la decisione di molti di rimandare la manifestazione, a Bergamo le Donne in Nero hanno mantenuto l'appuntamento, vestite in nero per il lutto che portiamo per le guerre, per ogni guerra.
Se l'informazione desse le giuste notizie e documentazioni sui motivi di ogni guerra forse ci sarebbe più pace.
Estendiamo anche la nostra solidarieta' a Simonetta Salacone, dirigente scolastica della scuola Iqbal Massih di Roma, che ha rifiutato di participare in ancora una strumentalizzazione - il minuto di silenzio per i caduti in Afghanistan. Simonetta Salacone ha spiegato la sua decisione con chiarezza e eloquenza: Clicca il testo per leggere la lettera intera.
Di solito, uno dei "vantaggi" piu' citati dell'intervento Nato e' proprio l'aver migliorato la condizione delle donne afgane, ma Malalai Joya non e' d'accordo: "Cosi' come i raid aerei non hanno portato sicurezza agli afgani, cosi' l'occupazione non ha portato sicurezza alle donne afgane. In realta' si e' trattato dell'esatto contrario. La ora tristemente famosa legge sul diritto di famiglia non e' che la punta dell'iceberg della catastrofe che ha colpito i diritti delle donne nel nostro paese occupato. L'intero sistema ora, in special modo la magistratura, e' infettato dal virus del fondamentalismo e percio' in Afghanistan gli uomini che commettono crimini contro le donne possono farlo impunemente".
I soldati occidentali combattono i Talebani, causando "danni collaterali" alla popolazione civile, mentre i governi occidentali hanno anche le loro vittime di danno collaterale - i diritti civili di tutta la popolazione afgana, ma sopratutto i diritti delle donne, vengono sacrificati alle alleanze cono integralisti e signori della guerra che possano portare una stabilita' superficiale, che permettera' a loro perseguire le loro interesse, ma non portera' ne' pace ne' sicurezza al popolo afgano.
Poco dopo le elezioni del 20 agosto, Malalai Joya ha scritto:
Come mllioni di Afghani, non ho nessuna speranza nei risultati delle elezioni. In un paese controllato dai signori della guerra, dalle forze di occupazione, da terroristi Talebani attraverso i soldi della droga e le armi dafuoco, nessuno potrebbe aspettarsi una votazione equa. Gli osservatori internazionali parlano di frode e di intimidazione, ma fra la gente si dice solo che il vincitore e' gia' stato scelto dalla Casa Bianca. Il Presidente, Hamid Karzai, ha cementato alleanze con signori della guerra brutali e con integralisti per mantenere la sua posizione.Secondo la nostra costituzione ai criminali di guerra è vietato occupare cariche istituzionali, ma Karzai ha nominato Karim Khalali e Mohammed Qasim Fahim alla vicepresidenza - tutti e due sono accusati di atroctita' contro il nostro popolo.
Accordi sono stati fatti con innumerevoli integralisti. Questasettimana il signore della guerra Rashid Dostum e' tornato dall'esilioe all'estremista filoiraniano Mohammad Mohaqiq, accusato di crimini di guerra, sono stati promessi cinque posti nel gabinetto del governo peril suo partito, come risarcimento per il suo appoggio a Karzai.
Altro che democrazia, quelli che abbiamo in Afghanistan sono accordi segreti fra signori della guerra nemici giurati dellademocrazia e della giustizia. Il presidente ha anche continuato a tradire le donne afghane.
Anche dopo le proteste internazionali - e quelle coraggiose nelle strade di Kabul - Sr Karzai ha introdotto la legge dello stupro, contro le donne sciite, per avere il sostegno degli integralisti nelle elezioni. Aveva promesso di rivedere la legge, ma alla fine, e' stata approvata con pochi emendamenti e le dichiarazioni misogine non sono state rimosse. Come ha dichiarato Human Rights Watch: "Karzai hafatto un accordo vergognoso, vendendo le donne afghane per avere l’appoggiodegli integralisti. "
E i due principali sfidanti non offrono niente. Ashraf Ghani e Abdullah Abdullah sono stati ministri in questo governo screditato, e nessuno dei due gode di sostegno tra la gente. Noi Afghani sappiamo che quest'elezione non cambiera' nulla e che fa parte di uno spettacolo di finta democrazia fatto per e dall'Occidenteper rendere legittimo il suo governo fantoccio in Afghanistan. Sembra che siamo condannate a una continuazione del governo corrotto e mafioso.
La democrazia non verra' dalla canna di un fucile, o dalle bombe a grappolo lanciate dalle forze straniere. La lotta sara' lunga edifficile, ma i valori di una democrazia vera - diritti umani ediritti della donna - possono essere conquistati solo dal popolo Afgano. Quindi, non lasciatevi ingannare per questa finta democrazia.
I governi occidentali non ascoltano neanche l'opinione pubblica dei propri paesi, dove sempre più numerosi sono contro la guerra. Nelle mie visite nei paesi che hanno soldati in Afghanistan, ho incontrato tanti genitori che hanno perso i loro cari nella guerra nelmio paese. Mi dispiace molto vedere i governi mettere a rischio le vite dei soldati in nome della democrazia. Il fatto e' che i soldati servono gli interessi della Casa Bianca e le conseguenze della loro occupazione sono devastanti per il mio popolo.
Credo che se la gente normale in Afganistan e nei paesi della NATO potesse votare ed esprimere la propria volonta', questa occupazione infinita cesserebbe e ci sarebbe una possibilita' per creare la pace in Afganistan.
Domenica, 2 agosto all'alba, le forze israeliane hanno espulso due famiglie delle loro case nel quartiere di Gerusalemme Est occupata, Sheikh Jarrah- l'ennesimo esempio della politica di pulizia etnica nei territori occupati, e sopratutto a Gerusalemme Est.
BASTA ESPULSIONI DI PALESTINESI DA GERUSALEMME EST
Domenica 02 agosto e' stato reso esecutivo l'ordine di sfratto pendente su due famiglie palestinesi di Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est. Alle prime ore del mattino i soldati dell'IDF hanno costretto con la forza le famiglie al Ghawi e al Hanoun, gia` profughi nel `48, a lasciare le loro case nel quartiere di Sheikh Jarrah, dove risiedevano dal 1956. Al loro posto sono gia' entrati nelle abitazioni coloni israeliani.
“Deploro le azioni totalmente inaccetabili di Israele, per cui le forze israeliane hanno espulso famiglie palestinesi - profughi registrati con l'UNRWA - dalle loro case nel quartiere arabo di Sheikh Jarrah in Gerusalemme Est per permettere dei coloni a prendere possesso degli edifici. Tali azioni sono contrarie alle disposizioni delle Convenzioni di Ginevra riguardanti territori occupati. Le Nazioni Unite respinge le pretese israeliane che questo sia un assunto per le autorita' comunali e tribunali nazionali. Richiedo Israele ad aderire alla legalita' internazionale, fermando e revocando tali azioni provocatorie e inaccetabili."
Robert Serry, Coordinatore Speciale dell'ONU per il Processo di Pace.
Siamo inorriditi dalle espulsioni a Gerusalemme Est. La posizione israeliana che l'imposizione di coloni estremisti in un quartiere antico arabo sia un assunto dei tribunali o il comune e' inaccetabile. Tali azioni sono incompatibili con il desiderio per la pace dichiarato da Israele.
Consulato Britannico a Gerusalemme.
Da settimane la presenza di cittadini e attivisti per i diritti umani palestinesi, israeliani ed internazionali ha sostenuto la determinazione delle famiglie a non lasciare le proprie case e a non divenire vittime delle politiche di pulizia etnica dello Stato di Israele.
Secondo il Diritto Internazionale Gerusalemme Est fa parte dei Territori Palestinesi Occupati da Israele dal 1967 e la comunita' internazionale e' tenuta a far rispettare le risoluzioni delle Nazioni Unite che vietano il trasferimento di popolazioni cosi' come ogni intervento atto a modificare lo status quo della citta' (cfr. Convenzioni di Ginevra (1949) e Risoluzioni ONU (n. 242 del 1967, 252 del 1968, 267 del 1969, 271 del 1969, 298 del 1971, 465 del 1980, 476 del 1980, 478 del 1980).
La condizione degli abitanti palestinesi a Gerusalemme Est si fa sempre piu' insostenibile a causa delle politiche discriminatorie del Governo occupante che hanno come obiettivo la giudeizzazione della citta' di Gerusalemme creando continuita' territoriale tra Gerusalemme Ovest e gli insediamenti israeliani illegali che circondano Gerusalemme Est.
Dal 1967 ad oggi sono stati costruiti 17 insediamenti che occupano circa il 35% del territorio di Gerusalemme Est, nei quali vivono piu' 200,000 coloni. Fonti OCHA (Office for Coordination of Humanitarian Affairs www.ochaopt.org/) riportano che tra il 1967 e il 2006 sono state demolite piu' di 8500 case palestinesi. Nei soli primi 4 mesi del 2009,OCHA ha registrato la demolizione di 19 strutture a Gerusalemme Est, che comprendono 11 abitazioni civili. Di conseguenza 109 palestinesi, tra cui 60 bambini, si ritrovano sfollati. Le dirette conseguenze sulla societa' palestinese di tali azioni del Governo Israeliano sono la frammentazione territoriale dei diversi quartieri di Gerusalemme Est nonche' l'isolamento di Gerusalemme Est dal resto della Cisgiordania, creando di fatto le condizioni per cui Gerusalemme diventi la capitale 'unica ed eterna' dello Stato di Israele in violazione del Diritto Internazionale e delle Risoluzioni ONU.
L'unica difesa a cui possono ricorrere i palestinesi di Gerusalemme e' il sostegno e il supporto della comunita' internazionale, l'unica che puo' esercitare pressione sul Governo Israeliano per revocare immediatamente gli ordini di espulsione dei palestinesi di Gerusalemme Est (Sheikh Jarrah, Citta' Vecchia, Silwan, Bustan, Ras al Amud) e per fermare i piani di costruzione di nuovi insediamenti a Gerusalemme.
Le famiglie al Ghawi, al Hanoun e al Kurd, quest'ultima cacciata dalla propria abitazione nel novembre 2008, sono solo le prime tra le 28 famiglie (500 persone) residenti nel quartiere di Sheikh Jarrah, che sono a rischio di espulsione.
La nuova amministrazione statunitense e l'Unione Europea hanno condannato la confisca, la demolizione delle case palestinesi a Gerusalemme Est e la costruzione di nuovi insediamenti. Chiediamo pertanto al Governo Italiano e piu' direttamente alla rappresentanza diplomatica del Consolato Generale di Italia a Gerusalemme di condannare severamente il governo israeliano per le espulsioni delle famiglie al Ghawi e al Hanoun, e di richiedere al Governo Israeliano che venga cancellato l'ordine di espulsione, che le famiglie cacciate possano rientrare nelle proprie case, che vengano cancellati gli ordini di espulsione per le altre famiglie e che vengano fermati i piani di costruzione degli insediamenti a Gerusalemme Est, come previsto dal rispetto del Diritto Internazionale.
In quanto cittadini italiani chiediamo al Consolato Generale di Italia a Gerusalemme di visitare le famiglie al Ghawi, al Hanoun e al Kurd per portare un messaggio di solidarieta' e sostegno umano e soprattutto politico, come gia' fatto da altri rappresentanti diplomatici europei e statunitensi.
Noi Donne in nero siamo una rete internazionale di donne contro le guerre. Ripudiamo ogni forma di guerra, di terrorismo, di fondamentalismo e di violazione dei diritti umani e civili
Una delle pratiche delle Donne in Nero è di manifestare il nostro dissenso alla guerra, alla violenza, e alla discriminazione, in silenzio e vestite di nero. Le vigil delle Donne in Nero nelle diverse città d'Italia sono:
Alba: L’ultimo venerdì del mese, dalle 18,00 alle 19,00, in via Maestra (via Vittorio emanuele II).
Bergamo: Davanti a Palazzo Frizzoni
Bologna: Il mercoledì dalle 18,00 alle 19,00 in piazza Nettuno.
Como: IlSabato, ogni 15 giorni dalle 15,00 alle 16,00 in piazza San Fedele .
Firenze: Il giovedì alle 18,00 in piazza Beccaria. Un'ora contro la guerra.
Milano: In piazza Cordusio angolo Via Mercanti il venerdì dalle 18,00 alle 19,00.
Napoli: mercoledì o venerdì alle 18,00, a Ponte di Tappia, in via Roma.
Padova: Primo mercoledì del mese nel pomeriggio in Piazzetta della Garzeria.
Roma: mercoledì dalle 18,30 -alle 19,30,due volte al mese, a Largo Argentina.
Savona: Il venerdì dalle 17,30 alle 18,30 in piazza Mameli.
Torino: L'ultimo venerdì del mese, dalle 18,00 alle 19,00, in via Garibaldi angolo via XX Settembre.
Udine: Il sabato dalle 17,00 alle 19,00, in Piazzetta Lionello
Varese: Il venerdì dalle 18,00 alle 19,00 in piazza Monte Grappa.
Verona: Il mercoledì in piazza Bra’ dalle 18,00 alle 19,00.