martedì 23 aprile 2013

Restistenza, Giustizia e Diritti


Per l'introduzione del reato nel codice penale italiano

Nessuna circostanza eccezionale, quale che essa sia, che si tratti di stato di guerra o di minaccia di guerra. di instabilità politica interna o di qualsiasi altro stato di eccezione, può essere invocata per giustificare la tortura.

Nessuno Stato Parte espellerà, respingerà o estraderà una persona verso un altro Stato nel quale vi siano seri motivi di ritenere che essa rischi di essere sottoposta alla tortura.

Dalla Convenzione delle Nazione Unite Contro La Tortura

Il 25 aprile, festa della Liberazione dal nazifascismo, ci fa rivivere la Resistenza: quella data ha segnato la fine della guerra in Italia e nello stesso tempo ha riaperto la possibilità per tutte e tutti di pensare di avere dei diritti e di poterli esercitare. Noi Donne in Nero, antimilitariste e nonviolente, partecipiamo sempre con convinzione e consapevolezza di ciò che ha significato: la chiusura di una fase con cui dire mai più guerra, mai più orrori, mai più negazioni della dignità umana; per costruire un nuovo modo di stare al mondo.

In tutti questi decenni qualcosa si è fatto: sia nella legislazione italiana che in convenzioni e trattati internazionali sottoscritti da molti paesi (e anche dal nostro!) sono stati riconosciuti molti diritti individuali e collettivi. Proprio per questo ci è parso gravissimo che il Presidente della Repubblica, alla fine del suo mandato, abbia concesso la grazia all'ufficiale statunitense Joseph Romano, condannato a cinque anni per il rapimento dell'imam Abu Omar, avvenuto a Milano nel febbraio 2003.

Perché ne siamo indignate?

Abu Omar venne sequestrato in circostanze misteriose e dopo mesi si seppe che era stato portato al Cairo e torturato. La magistratura italiana ricostruì che si era trattato di una “extraordinary rendition”: sparizione forzata di una persona e suo invio in un paese in cui si possono verificare episodi di tortura, e si sono verificati.

Chi l'aveva attuata?

Agenti della Cia insieme con agenti dei servizi segreti italiani. Il processo, per quanto ostacolato dai governi che si sono succeduti, ha portato a incriminazioni e arresti e infine alla condanna dei 23 agenti della Cia, dell'ufficiale J. Romano, del numero 3 del Sismi Marco Mancini e del generale Niccolò Pollari, all'epoca responsabile dei nostri servizi segreti militari.

Lo Statuto della Corte Penale Internazionale, cui l'Italia ha aderito, include fra i crimini contro l'umanità la “sparizione forzata di persone” ed esclude che i responsabili possano invocare qualsiasi forma di immunità. E quindi, secondo noi, tanto meno in questi casi può essere accordata la grazia.

Il trattato internazionale che condanna la tortura è stato sottoscritto dall'Italia nel 1989 e da allora nessun Parlamento italiano ha prodotto una legge che riconosca la tortura come reato. Per stabilire la giustizia è attualmente in corso la raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare: “per quello che non doveva succedere, per quello che non è ancora successo, perché non accada mai più”.

Quindi c'è ancora molto da fare per costruire quel mondo di giustizia, di pace, di rispetto dei diritti umani, di solidarietà e convivenza civile: quella visione e quella promessa che il 25 aprile ci ricorda ogni anno.

lunedì 22 aprile 2013

Per un paese libero da paure, guerre e violenze


Attualmente all'Avana, sono in corso negoziati tra il governo della Colombia e las Forze armate rivoluzionarie della Colombia, cercando di mettere fine al conflitto armato che ha lacerato il paese per più di 50 anni.

Il 9 aprile, centinaia di migliaia di colombiani hanno manifestato a sostegno delle trattative con lo slogan "Somos más, ahora sí la paz". Circa 2000 donne della Ruta Pacifica si sono mobilitate in tutto il paese. Pubblichiamo il comunicato che hanno rilasciato dopo la manifestazione.

Bogotá, 10 aprile 2013.
Con grande allegria e convinte che la pace la costruiamo tra tutte e tutti, circa 2000 donne della Ruta Pacifica si sono mobilitate in tutto il paese unendosi ieri, 9 aprile, alla Marcia per la Pace, la democrazia e la difesa del pubblico, convocata dalla società civile. Da Puerto Caicedo – Putumayo –, fino a Cartagena – Bolívar, le donne Ruta sono state presenti ed hanno partecipato convinte che “la pace senza le donne non va!”.
Il sostegno della società civile al processo di negoziazione è stato massiccio e per questo, noi donne Ruta, che facciamo parte di Mujeres por la Paz riaffermiamo i nostri propositi:
  • Esigiamo dalle parti la volontà politica di non alzarsi dal Tavolo di Negoziazione fin quando non abbiano firmato l’impegno di porre fine al conflitto armato e costruire la pace.
  • Invitiamo tutto il popolo colombiano: donne, giovani, contadini/e, afrodiscendenti, indigeni/e ecc. ad assumere l’impregno a costruire la pace e “arropar”, proteggere e accompagnare il processo di dialogo che si sta sviluppando alll’Avana per giungere all’Accordo per porre fine al Conflitto Armato.
  • Esigiamo il cessate il fuoco bilaterale, riteniamo infatti che il dialogo necessiti di condizioni ed una condizione fondamentale è garantire che non ci siano nuove vittime.
  • Facciamo un appello affinché si invitino al dialogo anche le “insurgencias” del ELN e del EPL.

Per un paese libero da paure, guerre e violenze

La data della manifestazione è significativa. La legge delle vittime colombiani, approvata nel 2011, ha stabilito il 9 aprile come Giornata Nazionale della Memoria e della solidarietà con le vittime - una giornata per guardare indietro, per essere consapevoli e per non dimenticare il dolore e la morte che il conflitto ha causato. Rapimenti, uccisioni, sfollamento sono alcune delle realtà che le colombiane ed i colombiani hanno vissuto nel corso degli ultimi anni.

Nelle parole di Juan Manuel Santos, presidente della Colombia "Il migliore omaggio che possiamo rendere alle vittime è quello di costruire un futuro senza vittime. Questo significa che si finisce il conflitto."

Speriamo che sia sincero, e raccomandiamo ai nostri leader a prendere a cuore queste parole.

Alla fine della seconda guerra mondiale, la profonda conoscenza delle conseguenze della guerra ha portato l'Italia ad adottare una Costituzione che ripudia la guerra.

Ma ora siamo in guerra e ci stiamo preparando per altre guerre con le spese militari sempre in aumento. La nostra economia si basa sulla guerra come mezzo di controllo delle risorse e come mercato per la nostra industria bellica.

Rendiamo omaggio a tutte le vittime costruendo la pace, con  un'economia basata sulla cooperazione e la solidarietà, in cui le nostre risorse materiali ed intellettuali sono dirette verso la creazione, piuttosto che la distruzione.



Fermiamo la Guerra! Costruiamo la Pace!

domenica 14 aprile 2013

Mentre loro sono imprigionati, non possiamo essere liberi



Ascoltate la mia voce, la voce dei nostri tempi, nonché la vostra voce! 
Liberate voi stessi dell’eccesso avido di potere! 
Non rimanete prigionieri dei campi militari e delle sbarre di ferro che hanno serrato le vostre menti! 

Samer Issawi è uno dei 4812 palestinesi attualmente detenuti nelle carceri israeliane. E'  in sciopero della fame dal luglio dell'anno scorso.

Dal 1967 circa 700.000 palestinesi sono stati imprigionati dallo stato israeliano. Sono stati maltrattati, tenuti in isolamento, negati trattamento  medico, negati le visite delle loro familie, torturati. Alcuni sono bambini. Alcuni sono detenuti senza processo o accusa. Ogni prigioniero rappresenta un crimine di guerra commesso da Israele.

Samer Issawi rivolge la sua lettera a intellettuali israeliani, ma in realtà si rivolge a tutti noi. Anni di abuso sono passati accompagnati da un silenzio assordante dal mondo. I nostri leader hanno formato alleanze economiche e militari con Israele e garantito la sua impunità.

Il 17 aprile è la Giornata dei Prigionieri palestinesi, un giorno di solidarietà e proteste nonviolente di massa in tutti i Territori palestinesi, un giorno di mobilitazione anche per tutte le persone che vogliono far sentire la voce dei detenuti nelle carceri israeliane e chiedere per loro rispetto e dignità, giustizia e libertà. 

Sono in programma iniziative a Roma, Bologna, Torino, Napoli, Milano, e Padova

Dalla finestra della mia piccola cella 
io posso veder gli alberi sorridermi,
i tetti riempiti dalla mia gente, 
finestre che piangono e pregano per me. 
Dalla finestra della mia piccola cella,
 io posso vedere la vostra cella più grande 

Samih Al-Qasim, poeta palestinese

domenica 31 marzo 2013

Tragedie in Corso


Le grandi tragedie del mondo hanno due mani: una impugna il mitra, l'altra l'indifferenza.




La guerra in Siria ha compiuto due anni il 15 marzo ma ormai suscita ben poco interesse, eppure i rifugiati e profughi nei paesi vicini sono ormai oltre un milione, di cui il 75% donne e bambini. Tre milioni sono gli sfollati interni e migliaia di persone continuano ad attraversare i confini ogni giorno.

I paesi circostanti, che accolgono un così grande numero di persone povere e disperate, hanno difficoltà a fornire loro il sostegno necessario: perché sono paesi con popolazioni piccole, hanno scarse risorse e possibilità ridotte di fornire energia, acqua, servizi sanitari ed educativi.

Ma ancora più pesante è l'impatto sulle persone costrette a fuggire perdendo la casa, tutti i loro beni, la rete delle relazioni famigliari, di amicizia, il lavoro, la scuola: in una parola tutto ciò che ha costituito la normalità delle giornate e della vita.

Tragedie che non finiscono

Queste situazioni non si risolvono in breve tempo: quasi sempre non finiscono con l'emergenza e durano decenni.

In Medio Oriente la tragedia dell'esilio del popolo palestinese è iniziata nel 1948 con la guerra arabo-israeliana; durante tale conflitto più di 700.000 arabi palestinesi abbandonarono o furono espulsi dalle loro città e dai loro villaggi e si videro rifiiutare il diritto al ritorno nelle proprie terre, sia durante sia al termine del conflitto.



In quell'occasione fu creata dalle Nazioni Unite una apposita agenzia (UNRWA), con il compito di assistere i rifugiati palestinesi e i loro discendenti; il loro numero è cresciuto dalla cifra di 914.000 del 1950 a quella di oltre 5 milioni nel 2012. È da notare che la maggior parte di loro vive nei paesi arabi circostanti, e continua a subire le conseguenze delle varie guerre (Iraq, Libano, Siria...) che continuano ad avvenire in quella parte del mondo, essendo quindi costretti a fuggire nuovamente.

“Giornata della Terra”

I palestinesi continuano ad essere legati alla loro terra di origine; il 30 marzo, infatti, celebrano la “Giornata della Terra”, che ricorda una strage avvenuta nel 1976 durante una manifestazione contro gli espropri.

Il loro legame non si limita alle parti di teritorio che hanno perso; comprende anche il sentimento di perdita delle radici storiche e culturali; per questo chiedono il diritto a ritornare nelle case e nei territori che gli sono stati tolti, ma anche di essere riconosciuti, di avere cittadinanza e pari diritti ovunque si siano stabiliti.

Ogni numero delle statistiche è una persona e una vita.
Ogni guerra, ogni conflitto armato lascia conseguenze tragiche.
Non vogliamo restare indifferenti anche se queste persone non hanno voce.

lunedì 25 marzo 2013

10 Anni dopo l'invasione dell'Iraq

Il 19 marzo è stato il decimo anniversario dell'invasione dell'Iraq. Dieci anni fa, abbiamo visto come una massiccia campagna di bombardamenti illuminava il cielo notturno di Baghdad con le nuvole di fiamme e fumo.

Questa campagna e gli anni sanguinosi d'occupazione che seguirono ebbero un impatto devastante su quello che un tempo era tra le società più avanzate del Medio Oriente. Centinaia di migliaia di civili iracheni sono stati uccisi e milioni sono rimaste senza casa.

La guerra produsse crimini atroci. Fallujah, una città di 350.000 persone, diventò una zona di fuoco libero, il bombardamento della sua gente con le bombe al fosforo bianco, proibite dal diritto internazionale, e l'esecuzione sommaria di prigionieri feriti. Dieci anni più tardi, i tassi di cancro infantile e difetti alla nascita a Fallujah sono simili a quelli a Hiroshima dopo il bombardamento atomico statunitense.

La guerra in Iraq è stata la decimazione sistematica di un'intera società. Dopo più di un decennio di sanzioni economiche, la potenza militare degli stati uniti e i suoi alleati è stata utilizzata per distruggere totalmente ciò che restava della economia, l'infrastruttura e il tessuto sociale del paese.

Migliaia di soldati della coalizione sono morti e molti altri sono gravemente feriti. Si stima che centinaia di migliaia di soldati soffrono di traumi psicologici. C'è stato un drammatico aumento del numero di suicidi e dell'incidenza della violenza contro donne e bambini dai veterani dell'Iraq e dell'Afghanistan.


Tutto cio è stato fatto sulla base di menzogne riassunti nella tesi che il governo iracheno nascondeva "armi di distruzione di massa" e che Iraq è stato coinvolti negli attacchi terroristi di 9/11 - qualunque fossero i suoi crimini contro il popolo iracheno, il regime di Saddam Hussein era laico e non aveva nulla a che fare con Al Qaeda.

Questi falsi pretesti per la guerra non erano meno criminali di quelli usati dalla Germania del Terzo Reich per giustificare l'invasione della Polonia e di altri paesi all'inizio della seconda guerra mondiale. Se i precedenti stabiliti in Norimberga per il processo ai capi nazisti sopravvissuti alla fine di quella guerra fossero stati seguiti, tutti i responsabili per l'invasione dell'Iraq sarebbero stati processati per crimini di guerra e per crimini contro l'umanità.

Nessuno è stato ritenuto responsabile ai sensi del diritto internazionale, per una guerra di aggressione che è costata la vita di centinaia di migliaia di esseri umani e questo crimine impunito ha conseguenze di vasta portata in tutto il mondo. L'unico ad essere processato è Bradley Manning, accusato di tradimento per aver rivelato i crimini delle forze Usa in Iraq.

Anche se la guerra è finita nel caos, con le menzogne ​​usate per giustificarla accuratamente esposte, comunque ha stabilito le basi per l'intensificazione della guerra in Afghanistan e per l'espansione di militarismo in tutto il pianeta. La guerra ha stabilito un modello di interventi di "cambio di regime" in Medio Oriente, che prendono di mira regimi laici, sostenendo tacitamente o direttamente le forze islamiste legate ad al Qaeda per raggiungere i suoi obiettivi . Tale fu il caso in Libia nel 2011 e così è oggi in Siria.

Queste guerre e interventi militari sono stati effettuati nell'ambito di una  strategia che mira a concentrare il controllo delle risorse naturali del mondo nelle mani di pochi.

Con l'inizio della crisi finanziaria, il ritmo di questa strategia ha accelerato e le guerre di rapina all'estero sono ora accompagnate da attacchi sul benessere a casa. Nel 2012, nonostante la recessione economica e l'austerità, la spesa militare mondiale ha continuato a crescere, superando i 1.700 miliardi dollari. In Italia, il governo ha aumentato il bilancio per la Difesa fino a 20,93 miliardi di euro, dai 19,96 miliardi del 2012.

Invece di imparare dalla crisi che le preziose risorse dovrebbero essere investiti nel nostro futuro collettivo, il governo sta sprecando denaro, competenze ed esperienze sullo sviluppo di armi e sulla guerra. Queste risorse potrebbero essere utilizzate per produrre le cose di cui abbiamo veramente bisogno-energie rinnovabili, tecnologie verdi, istruzione e assistenza sanitaria.

mercoledì 20 marzo 2013

Rimaniamo donne e uomini liberi, anche nelle loro carceri.




 L'impunità di Israele è la più grande sfida per il raggiungimento di una pace vera, giusta e duratura basata sul diritto internazionale. 




Discorso di Marwan Barghouti al Tribunale Russell sulla Palestina, letto da Fadwa Barghouti 
 Sessione di Chiusura ,Bruxelles, 17 Marzo 2013 


 
Cari amici,  
Permettetemi prima di tutto di ringraziarvi per la vostra cortese invito. Sarebbe stato un privilegio parlare a un tale pubblico in un tale occasione, ma sono certo che perdonerete la mia assenza.  

Per Israele, i parlamentari palestinesi non godono di alcun'immunità. Anche se, devo dire che come rappresentante del popolo palestinese, essendo in carcere è una testimonianza in più della privazione di diritti sofferta dal nostro popolo, in particolare la libertà. 

 L'impunità di Israele è la più grande sfida per il raggiungimento di una pace vera, giusta e duratura basata sul diritto internazionale. Garantire la responsabilità servirebbe la causa della pace e l'interesse di tutti i popoli della regione.  

Purtroppo, nonostante le violazioni sistematiche e continue del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani, Israele, la potenza occupante, continua a godere di normali relazioni in tutto il mondo, anche come 1 ° partner dell'UE nella regione, e non fu mai ritenuto responsabile per nessuna delle sue azioni, compresi i due attacchi mortali contro il popolo palestinese nella Striscia di Gaza e la sua attività di insediamento continuo, o il muro considerato illegale dal parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia.  

Ma la mancanza di azione da parte dei governi spinge i popoli di tutto il mondo ad esprimere la loro solidarietà con il nostro popolo, sfidando e boicottando l'occupazione e l'oppressione.  

 Il Tribunale Russell sulla Palestina è uno strumento per la promozione dei diritti umani, del diritto internazionale, e quindi  per la pace. E 'in questo senso un tribunale legittimo, testimonianza della volontà dei popoli di tutto il mondo per un mondo libero e giusto.

Sarei stato onorato di rivolgermi a voi in persona oggi, e in un certo senso l'invito a me, mentre sono in carcere, è una sfida in più a questa occupazione, le sue leggi e le decisioni. Ma le mie parole sono in grado di arrivare a voi, riflettendo la determinazione dei prigionieri palestinesi per fare sentire la propria voce, anche attraverso lo stomaco vuoto, e la vostra determinazione a risuonare questa voce e a rifiutare di permettere che sia messo a tacere.  
In 40 anni, oltre 750 000 palestinesi sono andati dentro e fuori carceri israeliane. Detenzione è uno strumento di oppressione e di repressione e sottomissione. Ma non saremo ridotti in schiavitù. E rimaniamo donne e uomini liberi, anche nelle loro carceri. 

 Non è casuale che i leader in carcere sono stati in grado di redigere un documento per l'unità palestinese, anche prima che la divisione era accaduto e di presentare una visione comune del modo di perseguire la nostra lotta. A volte, l'orizzonte può apparire all'interno di celle di prigione. Il documento dei prigionieri devono essere attuati per raggiungere l'unità palestinese e la libertà. 

 4800 palestinesi rimangono nelle carceri israeliane oggi. Oltre 100 di loro sono stati arrestati prima degli accordi di Oslo. Hanno pensato quando gli accordi sono stati firmati che comporterebbe il loro rilascio. Purtroppo, hanno atteso per 20 anni. Alcuni di loro hanno passato 30 anni dietro le sbarre. Quando i prigionieri chiedono come mai l'accordo di scambio ha portato la liberazione di prigionieri che 2 decenni di un processo di pace non erano capaci di liberare, mi chiedo quale messaggio Israele sta inviando al nostro popolo.  

 Quando si chiedono come mai Israele può legalizzare la tortura, arrestare bambini per sottoporli a maltrattamenti, privare i prigionieri di Gaza delle visite familiari per 7 anni, e violare i diritti dei nostri prigionieri, tra cui la difesa e le visite , usare l'isolamento e la detenzione amministrativa, che è in realtà la detenzione arbitraria, come mai, qualche anno fa, ha potuto assediare il nostro presidente, il nostro capo, il simbolo della nostra lotta nazionale, Yasser Arafat, mi chiedo quale messaggio il mondo sta inviando al nostro popolo.  

 Quando i prigionieri lanciarono uno sciopero della fame, stavano esprimendo la loro fame di libertà e dignità. Oggi, alcuni di loro rischiano la morte imminente. L'unica voce che possiedono per essere sentiti è il loro stomaco vuoto, e l'unica arma che hanno è la loro vita. Garantire la loro libertà è il modo per salvare le loro vite.

In questo conflitto, si tratta della violazione sistematica e permanente dei nostri diritti come nazione e come individui. In questo senso, la nostra lotta è il prolungamento delle lotte contro le discriminazioni negli Stati Uniti, della marcia pacifica per la libertà indiana, delle lotte per l'indipendenza degli anni '50, '60 e '70, e, naturalmente, della lotta eroica contro l'apartheid.  

Nelle azioni di Israele nei confronti dei palestinesi si sono combinati occupazione, discriminazioni e l'apartheid. Si invita pertanto il mondo a sostenere la giustizia e non prestare aiuto e assistenza a queste violazioni. Chiediamo al mondo di aiutarci a porre fine a questa oppressione e di preservare i valori di libertà, uguaglianza e giustizia,oppondendosi alla falsificazione della storia.  

 Il tribunale ha messo in evidenza non solo le violazioni israeliane, ma anche, e forse soprattutto, le responsabilità della comunità internazionale per quanto riguarda la continuazione di queste violazioni fino ad oggi.  

 Siamo di fronte a un progetto di colonizzazione che mette a repentaglio il futuro di questa regione. Queste politiche coloniali, attraverso gli insediamenti, il muro, i posti di blocco, la demolizione delle case, gli arresti e le incursioni, uccisioni e gli attacchi contro i luoghi sacri sono stati perseguiti con nessuna reazione importante per fermarle.  
Così, quando il popolo palestinese si alza per proteggere i suoi diritti, la sua terra, il suo futuro, non si deve soprendersi. Il vostro sostegno ci permette di condurre la nostra lotta nel rispetto dei valori che vogliamo proteggere. 
  Sono stato rapito da Ramallah 11 anni fa, e da allora sono stato imprigionato. Sono stato sottoposto ad 100 giorni i interrogatori e maltrattamenti, nonché di 1000 giorni di isolamento. In tutta la mia vita, ho trascorso 18 anni in carcere, 7 in esilio forzato dopo la mia espulsione, ho perso le nascite dei miei 4 figli, le loro lauree, le nozze di mia figlia, e i funerali di mia madre e mio fratello. Ho incontrato mio figlio di nuovo durante la mia prigionia, quando ha trascorso due mesi nella mia cella durante i suoi 4 anni di reclusione. Purtroppo molti palestinesi hanno conosciuto un destino simile. 
 Essendo il primo parlamentare arrestato , mi sono rifiutato di difendermi davanti ai tribunali di occupazione in modo da non creare un precedente pericoloso. Non accetterò mai che un rappresentante del popolo palestinese fosse processato davanti ai tribunali dell'occupazione israeliana. Sono stato condannato a 5 ergastoli e 40 anni perché Israele ha voluto condannare l'Intifada, e la lotta del popolo palestinese e la sua legittimità.  

 Ma Israele non si fermò qui. A un certo punto ha arrestato la metà dei parlamentari in Cisgiordania in una situazione senza precedenti, mentre i membri del Parlamento israeliano sono accolti in tutto il mondo, compresi quelli che con il loro silenzio, sono complici di questo crimine. 
Tutto questo non ha spezzato la mia volontà, e tutte queste politiche israeliane non romperanno la volontà del nostro popolo. Soprattutto se i popoli di tutto il mondo continuano a combattere al nostro fianco per la giustizia, la libertà e la dignità.  

 Ho visto una generazione alzarsi nel mondo arabo e non solo, anche nei vostri paesi, esprimendo il suo profondo desiderio di continuare a lottare per la giustizia, la libertà e la dignità, e nonostante tutti gli ostacoli, questa realtà mi ha riempito di speranza.  

 Questa generazione ha trovato le sue parole nella voce di un uomo di 90 anni, che, dopo una vita di lotta, ha deciso di riposarsi, ma non prima di trasmettere alle nuove generazioni i valori ed i principi che permetterebbero loro di trovare la loro strada alla speranza.  

Non ho conosciuto Stéphane Hessel, ma ho sentito parlare tanto di lui. Ha accettato, insieme a sua moglie Christiane, di ospitare mia moglia qualche mese fa. Ho anche ricevuto il gentile messaggio che mi ha rivolto, dopo che la Campagna gli ha chiesto di partecipare al comitato di alto livello per la mia libertà e la libertà dei prigionieri politici palestinesi.  

 Stéphane Hessel ha adottato una posizione di principio sulla Palestina, non tenendo conto di potere, o di pressione, mantenendo un interesse solo nella verità e nella giustizia. Ha capito che la lotta per la libertà in Palestina fu strettamente collegato alla lotta per la giustizia in tutto il mondo. Ha capito che su questo fazzoletto di terra la pace, il futuro del diritto internazionale, la convivenza e la pace è stato messo a rischio dall'impunità totale.  

E ha fatto quello che ha chiesto agli altri di fare. Ha espresso la sua indignazione, e si è impegnato a trasformare una realtà ingiusta in un futuro giusto.  

 Permettetemi di cogliere l'occasione per esprimere le mie condoglianze, ma anche la mia ammirazione alla sua famiglia, particolarmente a Christiane, sua moglie, che è anche impegnata per la giustizia in Palestina e oltre. Israele ci ha privato del nostro incontro caro Stéphane, ma questa occupazione non è stata in grado di impedire a noi di creare legami, e saluto il resistente, il diplomatico, lo scrittore, e al di là di tutto, un uomo che ha perseguito senza sosta la lotta per la giustizia e la libertà . E chi ha deciso di associare il suo nome con la più universale delle lotte nazionali. 

Cari amici,
 E 'in nome di questa lotta per la giustizia che avete lanciato l'iniziativa di un tribunale popolare. Questa iniziativa dovrebbe essere il preludio di che i governi e le istituzioni internazionali assumano le proprie responsabilità nel ritenere responsablile questa occupazione, per l'interesse di tutti i popoli della regione, tra cui il popolo israeliano.  

Si tratta di un'iniziativa molto importante che mira a preservare la nostra fede nel diritto internazionale. Per porre fine al conflitto è necessario consentire ai rifugiati palestinesi di esercitare il loro diritto al ritorno alle loro case in conformità con la risoluzione ONU 194. Sono stati sottoposti ad uno dei la più grande operazione di esilio forzato e di pulizia etnica che nostra regione abbia mai conosciuto.  

Richiede un completo ritiro delle forze militari israeliane dai territori occupati nel 1967 e la partenza dei coloni, che permette il popolo palestinese di esercitare il proprio diritto all'auto-determinazione, anche attraverso la costituzione del suo stato pienamente indipendente e sovrano con Gerusalemme Est capitale, così come la liberazione di tutti i prigionieri dalle carceri israeliane di occupazione.  

 Non soddisfare questi requisiti insieme alle politiche aggressive adottate dai successivi governi israeliani, così come la posizione adottata dagli Stati Uniti, sono le ragioni che stanno dietro il fallimento del processo di pace. La pace si ottiene solo quando i palestinesi possono godere dei loro diritti, come la libertà, l'indipendenza e il ritorno, come gli altri popoli di tutto il mondo. La nostra gente è determinata a portare avanti la sua lotta e la resistenza contro l'occupazione, contando sul sostegno di coloro che cercano la pace e la libertà in tutto il mondo. 

Dopo il successo di essere riconosciuta dalle Nazioni Unite, la Palestina deve utilizzare gli strumenti politici e giuridici messi a sua disposizione per difendere i diritti inalienabili dei suoi cittadini. Il tribunale Russell sulla Palestina è in questo senso una delle iniziative più importanti per raggiungere la pace, probabilmente più utile di molte iniziative diplomatiche o politiche che abbiamo visto in questi ultimi anni e che hanno rifiutato di trattare con l'asimmetria delle forze e le cause di il conflitto.  

 Alla fine d'aprile in Palestina, ci sarà una importante incontro internazionale dal titolo "Libertà e Dignità", e Auspico di cuore che si sarà in grado di presentare il proprio lavoro in Palestina. La libertà e la dignità, due parole che hanno incarnato la lotta di tanti in tutto il mondo, nel corso della storia. Nelson Mandela una volta ha detto "Ma sappiamo bene che la nostra libertà è incompleta senza la libertà dei palestinesi". Crediamo che la nostra lotta resta più che mai universale e collegata alla lotta per la giustizia in tutto il mondo. 

La libertà e la dignità prevarrà. 
 E spero che un giorno non lontano, sarò in grado di darvi il benvenuto in una Palestina libera. 
 E senza dubbio, questo giorno arriverà. 
 Questo giorno verrà.






 

Libertà e dignità per i prigionieri politici palestinesi

Arafat Jaradat
Attualmente ci sono 4812 prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, di cui 178 sono detenuti sotto ordini di detenzione amministrativa, senza accusa né processo, e 219 sono minorenni.Le loro storie sono solo le più recenti nella storia lunga e brutale dell'occupazione israeliana. 
Samer Issawi

Dal 1967 700.000 palestinesi sono stati imprigionati e detenzioni di massa sono stati utilizzati per sopprimere la lotta palestinese contro l'occupazione e la colonizzazione della loro terra. Tutti questi palestinesi sono prigionieri politici, siano essi bambini, detenuti amministrativi, o adulti che sono stati processati e condannati dalle autorità israeliane. 
Maysarah Abuhamdeih

Perché? 


  • Perché sono imprigionati da una potenza occupante. 
  • Perché sono processati da tribunali militari, non tribunali civili. 
  • Perché molti dei crimini di cui sono accusati (ad esempio, l'organizzazione e la partecipazione a manifestazioni) non sarebbero considerati reati in un paese libero. 
  • Perché molti "crimini" sono contro gli ordini militari che possono essere introdotti in base al capriccio del comandante israeliano.
  • Perché la tortura è spesso usato per estorcere confessioni. 
  •  Perché, in violazione del 4 ° Convenzione di Ginevra, i palestinesi vengono rimossi dal loro paese e imprigionati in Israele, dove sono negati le visite delle loro famiglie. 


Nelle ultime settimane, tre tragiche storie di prigionieri palestinesi hanno messo in luce gli abusi a cui sono sottoposti i prigionieri palestinesi e almeno per una volta costretto il mondo a guardare quello che stanno sostenendo quando danno Israele carta bianca per "difendersi". 

Arafat Jaradat, 30 anni, è morto nella prigione di Megiddo dopo giorni di interrogazioni dal servizio di sicurezza Israeliano, Shin Bet. Ha sofferto fratture di sei ossa nel collo, schiena, braccia e gambe, quando era in carcere con l'accusa di lancio di pietre. 

Samer Issawi, 33 anni di Gerusalemme Est, porta avanti la battaglia contro la detenzione amministrativa già condotta da Khader Adnan, Hana Shalabi e altri prigionieri. Anche a costo della vita. Digiuna da oltre 200 giorni ed è ancora vivo solo perchè nell'infermeria del carcere di Ramle gli iniettano flebo con glucosio, sali minerali e altri nutrimenti. 

 Maysarah Abuhamdeih, 65 anni, è stato tenuto in cattività dal 28/2/2002. Recentemente gli è stato diagnosticato un cancro e le autorità carcerarie israeliane finora gli ha negato alcun trattamento. Non vi è alcuna ambiguità morale qui. Israele ha negato questo uomo e milioni di suoi compatrioti i loro diritti umani fondamentali in nome della sua sicurezza, e ha ucciso migliaia di altri, ma a negargli il trattamento e consapevolmente lasciare un essere umano a morire lentamente e dolorosamente? Che cosa possiamo dire?

Restiamo Umani


   


 Io sono stata recentemente arrestata nell’ambito di un tentavo di convincere mio fratello ad abbandonare il suo sciopero. Tutto quello che riuscivo a pensare, quando mi hanno portata in quella cella di isolamento sporca e fredda, era come incredibilmente mio fratello Samer riescisse, non solo a sopportare l'umiliazione per essere ingiustamente imprigionato da un paese straniero che occupa la nostra terra, ma anche a sopportare le condizioni orribili della prigione e con la forza di volontà a rifiutare il cibo come forma di protesta pacifica.

Shireen Issawi - Sorella di Samer Issawi