venerdì 18 febbraio 2011

Allarme Donne Afghane: Il Governo di Kabul Impone il suo Controllo Sulle Case Rifugio

Il Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane (CISDA) denuncia la legge promossa dal Consiglio dei Ministri dell’Afghanistan nel gennaio 2011 secondo la quale entro 45 giorni dalla sua entrata in vigore le case rifugio per donne maltrattate passeranno dalla gestione delle ONG afghane al controllo del Ministero degli Affari Femminili afghano (MoWA).

Il Decreto accoglie così una precedente decisione della Corte Suprema Afghana – l’organismo legislativo più oscurantista del paese – che ha dichiarato reato l’allontanamento delle donne da casa per rifugiarsi nei centri di accoglienza per donne maltrattate gestiti dalle Ong.

La decisione della Corte Suprema Afghana già limitava la possibilità delle donne vittime di violenza di appellarsi agli organismi giudiziari.
La legge prevede inoltre la chiusura di alcuni rifugi, l’accompagnamento delle donne da parte di un mahram (parente maschio o marito), l’insegnamento della religione islamica e l’obbligo per le donne accolte di sottoporsi a costanti “esami medici” per il monitoraggio della loro attività sessuale. Il governo afferma che la gestione da parte del MoWA garantirà una migliore gestione dei fondi e una migliore scelta dello staff interno.

Riteniamo che questa misura sia stata presa solo per compiacere i fondamentalisti e i Taliban, con cui si sono avviate delle trattative; così, i rifugi sono stati accusati di essere case di prostituzione e si è scelto di tenerli sotto controllo.

Questo avrà conseguenze disastrose per le donne vittime di violenza:
  • Nessun parente di sesso maschile, men che meno il marito, accompagnerà mai una donna maltrattata in un rifugio: nella maggior parte dei casi sono essi stessi gli artefici delle violenze dalle quali le donne vorrebbero fuggire.
  • Lo stupro in Afghanistan è motivo di vergogna e ripudio per la donna. Se l’esame medico provasse che la donna è stata violentata, una volta sotto il controllo governativo la vittima sarebbe condannata invece che accolta.
  • Se la donna fugge da un matrimonio forzato, una volta arrivata al rifugio sarebbe denunciata dal governo stesso, poiché allontanarsi da casa è considerato reato.
  • Le ragazze rimandate a casa vivrebbero nella vergogna e nell’emarginazione, se non direttamente giustiziate, come dimostrano i vari casi di lapidazione avvenuti in diverse parti del paese negli ultimi mesi.
  • Nel caso la famiglia chiedesse il ritorno a casa della donna per qualsivoglia motivo, compreso un matrimonio forzato, lo staff del rifugio non potrebbe rifiutarsi. Come se non bastasse, molte delle donne provenienti da case rifugio, verranno accusate di adulterio all’interno della loro comunità.
  • L’Afghanistan è uno dei paesi più corrotti al mondo: non ci sarà più alcuna garanzia sul controllo dei fondi eventualmente stanziati dalle agenzie internazionali a favore delle donne vittime di violenza.

Il governo Karzai, voluto e sostenuto attivamente dall’occupazione militare USA-NATO, non si distingue certo per il rispetto dei diritti umani:
  • nel marzo 2009 il governo Karzai ha firmato una legge intesa a colpire soprattutto le donne della comunità shiita: secondo questa legge, le donne non possono rifiutarsi di avere rapporti sessuali con il marito e non possono recarsi a lavoro, dal medico o a scuola senza il suo permesso.
  • Nel marzo 2007, il governo Karzai aveva provveduto a garantire l’amnistia per tutti i crimini contro l’umanità commessi in Afghanistan negli ultimi vent’anni.
  • Nel gennaio 2007 il giornalista Parwez Kambashkh era stato condannato a morte da un tribunale di Balkh, dopo esser stato accusato di blasfemia a causa delle sue idee sulla parità dei diritti delle donne. Benché Parwez, a seguito delle pressioni internazionali, venne graziato, altre decine di giornalisti versano nelle medesime condizioni.
  • Nel luglio 2006, il governo Karzai ha reintrodotto il “Ministero per il Vizio e Virtù”, tristemente noto già sotto il regime Taleban.
  • Le organizzazioni afghane che si battono per i Diritti Umani denunciano inoltre le continue pressioni da parte del governo per legalizzare il sistema di “giustizia informale” (tribale) all’interno del quale è prevista la lapidazione delle donne.

E l’Italia?


Tra il 2001 e il 2011 il governo italiano ha investito centinaia di milioni di euro nel progetto di ricostruzione della giustizia afghana. Chiediamo al governo italiano e alle forze politiche che hanno sostenuto e ancora sostengono l’intervento militare in Afghanistan di spiegare in che modo sono stati investiti i fondi per la ricostruzione del sistema giudiziario afghano, giacché negli ultimi anni sono state varate leggi che penalizzano pesantemente, anziché favorire, i diritti umani e i diritti delle donne afghane.

INFO CISDA: cell. 3336868938
COORDINAMENTO ITALIANO SOSTEGNO DONNE AFGHANE Onlus
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Lettera Aperta dalle donne dell'Afghanistan

martedì 15 febbraio 2011

Donna è volare


Il 13 febbraio a Piazza del Popolo, a Roma, c'erano così tante persone, donne e uomini, che non si riusciva più ad entrare, né ad uscire una volta entrati in piazza. I telefoni non funzionavano, era quindi impossibile arrivare agli appuntamenti prefissati, l'unica cosa che si poteva fare era rilassarsi, ascoltare e conversare con i vicini di piazza.

Gli interventi dal palco non erano particolarmente esaltanti, non si trattava di un comizio, non c'erano oratori e trascinatori di folle professionisti. Sono state fatte molte letture, a volte noiose come spesso sono le letture delle persone che non sanno impostare la voce e non hanno ritmo, e ci sono stati interventi molto discutibili... ma la piazza era pacifica e rilassata, fatta di persone che, in tutta semplicità e senza moralismi, affermavano la loro dignità, il loro diritto a vivere in un paese civile.


Ed era una piazza meravigliosa. C'era di tutto, convivevano tolleranti tutte le posizioni politiche e tutte le scelte di vita individuali, dalle suore alle sex workers, c'era l'atmosfera di quando a teatro lo spettacolo comico finisce, non ti è piaciuto, era tutto troppo eccessivo, sgauiato e farsesco, non ti faceva neanche più ridere anzi ti faceva un po' schifo, come quelle barzellette spinte da adolescenti brufolosi... poi finalmente finisce, puoi uscire senza disturbare tutta la fila e quando sei fuori all'aria fresca capisci che quello spettacolo aveva stancato e schifato un po' tutti... lo vedi scritto sulle loro facce sollevate.

Non c'era solo la piazza, alcune donne che non riuscivano più ad entrare hanno improvvisato un corteo selvaggio per le vie del centro che via via è diventato sempre più lungo gioioso e liberatorio e che è arrivato fin sotto ai palazzi del potere. Si sono molto divertite. Libere, indecorose, non disponibili a delegare e autodeterminate. “ E' bella chi si ribella” perché profuma di libertà.

C'erano anche le donne in nero di Roma nella piazza e nel corteo. Quelle che sono riuscite ad arrivare all'appuntamento hanno esposto lo striscione -Donna é volare- in ricordo di una cara amica. E' stato uno slogan profetico, dal 13 febbraio 2011 tutte le donne che hanno attraversato quella piazza e quel corteo sanno che non si torna più indietro. Ci abbiamo messo qualche anno, ma è chiaro a tutte che abbiamo spiccato il volo e che proprio non possiamo tornare indietro.

sabato 5 febbraio 2011

Solidarieta' con le lotte della societa' civile sull'altra sponda del Mediterraneo


Negli ultimi giorni siamo stati testimoni del grande corraggio della societa' civile egiziona, che isprirata dalla rivoluzione in Tunisia ha lottato - e continua a lottare - per liberarsi da una dittatura durata piu' di 30 anni.

Per esprimere la nostra ammirazione e solidarieta', usiamo le parole delle Donne in Nero di Siviglia.

Dalla società civile tunisina ed egiziana, onde enormi , tenaci, forti e decisi a volere giustizia sociale e libertà fanno della zona mediterranea una grande dama della rivoluzione dei diritti umani. Una rivoluzione della resistenza non-violenta attiva che rivela una tremenda realtà quotidiana il vivere sotto regimi sostenuti e supportati sia dalle autorità statunitensi che dai grandi dell'UE. Regimi che traducono le forme di neo-colonialismo, che perpetuano il disprezzo per la società civile, sia a favore degli interessi geo-strategici che socio-economici. Tutta una doppia morale, di cui il nostro mondo occidentale si serve come caratteristica del potere patriarcale. Cosi' la società civile egiziana, grazie al regime di Sadat e dopo di Mubarak vive da decenni come prigioniera politica sotto il controllo degli interessi espliciti dei sionisti nel quadro degli interessi occidentali.

Poi di colpo, il nostro universo occidentale scopre che nel mondo mediterraneo "dell'altra sponda" ci sono societa' vive, piene d'aspirazioni. Quasi sempre hanno prevalso le informazioni che favoriscono un'immagine di stagnazione e tradizionalismo reazionario, aggrappandosi a tutto quello che potrebbe alimentare l'islamofobia, la paura del "terrorismo" tra i nostri popoli, quasi non parlando di ribellioni riuscite nel corso degli anni, tacendo sulle violazioni sistematiche dei diritti umani.



Questo velo che ha coperto, cioè ha protetto, i regimi burattini della UE e degli USA, con misure che vanno dagli aiuti economici oltraggiosi a vendite di armi destinati alla repressione. Un velo sulle violazioni dei diritti umani che solo si solleva per alcuni paesi, quando i loro governi si trovano in conflitto con gli interessi dei paesi occidentali. Paesi, che poi l'Occidente non esita a minacciare e occupare, creando un disastro per la vita di milioni di donne e uomini (Iraq, Afghanistan), o istigando guerre civili (Rwanda e altri paesi africani come la Costa d'Avorio).

E mentre siamo consapevoli che questa politica fa parte della destra occidentale, la cui identità e' con la cultura della morte implicita nella difesa dell'economia capitalista e del liberalismo, ci scandalizza il fatto che fra settori cosidetti progressisti, si favorisce, in una maniera o nell'altra, la manutenzione di questi regimi corrotti e dittatoriali (un esempio fra i tanti: il partito di Mubarak come quello di Ali Ben fino ad oggi fanno parte dell'Internazionale socialista), in cui l'argomento di "male minore" e la lotta contro "gli islamisti radicali" contribuiscono a creare un "demonio" che facilita la militarizzazione del mondo e della nostra menti, rafforzando le strutture di potere patriarcale basate sulla violenza e sull'esclusione di tutte le società.

Dal nostro rifiuto profondo e radicale di qualsiasi regime che impedisce lo sviluppo libero della sovranità popolare e dei diritti delle donne, e anche dalla nostra convinzione che ogni forma di violenza - includendo ovviamente la disuguaglianza sociale ed economica, l'esclusione sessista, razzista e culturale-religioso - genera l'oppressione e la violenza in tutti i settori della società e in particolare verso noi, le donne esigono che:

Tutti i governi dell'UE devono decidere subito
  • Per una condanna esplicita di questi regimi e le loro violazioni dei diritti umani
  • Di fermare tutte le esportazioni di armi
  • Di manifestare tutto l'appoggio senza interferire con le iniziative della società civile per la loro rispettiva sovranità.

Esprimiamo la nostra solidarietà totale con:

Gran parte della popolazione civile da Tunisia, Egitto, Yemen, Giordania ... e con l'opposizione pacifista in Israele che si mobilitano per condannare i loro attuali regimi politici.


Popolazioni civili, donne e uomini, che potranno intraprendere in liberta' il passaggio alla realizzazione delle loro rivendicazioni di emancipazione politica, sociale e culturale.

Popoli che oggi nella loro rivoluzione per i diritti umani mostrano i molti aspetti inquietanti delle nostre democrazie, e ci chiedono di rafforzare i nostri legami e la solidarietà per cacciare dal mondo mediterraneo gli interessi che impediscono la convivenza interculturale, senza esclusione, a favore della pace, la giustizia sociale e l'emancipazione delle donne e degli uomini da tutti i tipi di oppressione.

domenica 30 gennaio 2011

Lavoro, diritti, dignità



  • Il contratto nazionale
  • La libertà di scioperare
  • La libertà di iscriversi al sindacato
  • Il diritto di esprimersi senza ricatti

Questo serve alla vita di oggi e per un futuro più degno per tutte e tutti.

Il 28 gennaio, è stato indetto dalla Fiom uno sciopero nazionale della categoria dei lavoratori e delle lavoratrici metalmeccaniche. A questo sciopero hanno aderito molte altre realtà e altre categorie in tutta Italia, dalla scuola all’università, dagli studenti ad altre categorie operaie e dei servizi.

Queste adesioni allo sciopero non sono per niente rituali. Non è semplice solidarietà verso “altri”, ma è una mobilitazione per difendere i diritti e il futuro di tutte e di tutti. Si tratta di questioni di portata generale, che riguardano la mancanza di prospettive, la precarietà, la perdita di diritti si
ndacali e sociali. La rilevanza del conflitto in corso è già apparsa in tutta la sua evidenza in occasione del referendum tenuto a Mirafiori il 13 e 14 gennaio.

La straordinaria risposta operaia (superiore a qualsiasi previsione!) al ricatto/referendum è stato un atto di resistenza e dignità per niente scontato che dice a tutti e tutte che ci si può opporre alla volontà di comando assoluto dell'impresa e alla cancellazione dei diritti collettivi.

Come scrivono le delegate Fiom della Fiat di Mirafiori e le donne Fiom di Torino, di Napoli e della Fiom nazionale:

in fabbrica e sulle linee di produzione ci sono molte operaie che già oggi denunciano condizioni di lavoro al limite della tollerabilità. Intensificare i ritmi, spostare la mensa a fine turno, tagliare le pause, imporre 120 ore di straordinario obbligatorio, penalizzare le assenze per malattia, significa […] la logica del super sfruttamento imposta col ricatto e l’autoritarismo, [che] spezza i corpi e le menti, spinge alla disperazione e all’umiliazione.

Giustamente le donne della Fiom rivendicano il diritto a una vita che non si esaurisca nello spazio del lavoro, e sostengono che:

lavoro con diritti e scelta della maternità e di una vita familiare non possono essere contrapposti: il tempo di lavoro che mangia il resto della vita, la produttività a qualunque costo non sono bandiere di modernità.


Vogliamo un'economia che abbia al centro la giustizia sociale e ambientale, la cooperazione e la pace

Mai Piu' Per Nessuno

Le Donne in nero di Bergamo in occasione della giornata della memoria 27 gennaio 2011 vogliono ricordare come il nazismo e il fascismo, che hanno condotto a stragi e stermini, siano nati per contrastare le acquisite consapevolezze delle classi operaie.

Ricordano come le classi medie di allora abbiano scelto, per tema di una nuova distribuzione delle ricchezze, di affidarsi a figure autoritarie che, poi, dopo inizi nazional- socialisti hanno investito sulle armi e sulla guerra come ipotesi di sviluppo e di dominio. Esprimono solidarietà al popolo palestinese che soffre ingiustizie ed abusi e a quei cittadini israeliani che lottano al loro fianco per fermare l’occupazione.

Inoltre esprimono indignazione e rifiuto per le politiche attuali di governi che rifinanziano sconsiderati e costosissimi impegni militari.
  • Governi che non esprimono saggezza e non sanno investire sulla cura, educazione e opportunità di lavoro delle nuove generazioni.
  • Governi che ignorano la protezione dell’ambiente naturale e culturale dei loro paese.

Ci auguriamo con queste azioni che si riesca ad influire su scelte programmatiche di produzione che siano coerenti con i bisogni dell’Italia e dell’Ambiente.

Le Donne In Nero italiane, che da tanti anni si impegnano per la pace che nasce dalla giustizia, in occasione del 28 gennaio 2011 esprimono tutta la loro solidarietà per le manifestazioni programmate in varie città italiane dalle forze sindacali che si battono per un cambiamento della situazione produttiva in Italia.

Vogliono esprimere stima agli operai della FIAT alla F.I.O.M.
Riconoscono alla F.I.O.M. una posizione chiara e la forza della dignità.

sabato 15 gennaio 2011

Per Jawaher - Siamo qui con il cuore a Bil'in

Bil'in villaggio della Palestina
La sua terra divisa dalla barriera di separazione costruita da Israele.

Bil’in - villaggio che resiste - che rivuole la sua terra.



La Corte di Giustizia israeliana gli ha dato ragione.

La barriera deve essere spostata.
La sentenza è di un anno fa - la barriera è ancora lì.


Ogni venerdì la gente si incammina
e va verso il “muro”.
Vanno con bandiere e musica.
Vanno perché hanno ragione.
Vanno perché non si rassegnano.

Ogni venerdì i soldati dalla collina
sparano lacrimogeni, bombe sonore (e non solo).
Jawaher è morta.
ha respirato troppo di quel gas.
Anche suo fratello era morto -
anche lui camminando contro il “muro”.

La gente piange, la gente grida; ma non si rassegna.

Mentre il mondo celebrava il nuovo anno, Jawaher Abu Rahmeh, donna palestinese di 36 anni residente nel villaggio di Bil’in, è stata uccisa dai gas lacrimogeni utilizzati in modo massiccio dalle forze di occupazione israeliane contro persone nonviolente e pacifiche –Palestinesi, Israeliani e Internazionali - che insieme manifestavano per fermare il Muro e l’Occupazione.

Jawaher ogni venerdì manifestava, marciando verso la barriera di separazione che ruba la terra dei contadini palestinesi per la costruzione di nuove colonie israeliane. Come molte altre donne palestinesi, Jawaher era coraggiosa, fiera e piena di dignità.
Sua madre stava ancora vivendo il lutto per la perdita del suo amato figlio, Bassem, anche lui ucciso due anni fa dall’Esercito israeliano.

Adesso, accanto a lui, dovrà piangere anche la perdita della sua amata figlia. È nostro dovere essere accanto alla famiglia Abu Rahmeh in questo nuovo, terribile momento di perdita e profondo sacrificio.



Non possiamo dimenticare Jawaher e la sua lotta per la libertà e il diritto di vivere nella sua terra.

Nonostante la brutalità dell’Occupazione
, i palestinesi non rinunciano
ai loro diritti e alla libertà. La resistenza pacifica e nonviolenta sta crescendo nei villaggi e nelle città per lottare e porre fine:

all’Occupazione
agli insediamenti illegali e alla loro espansione
al Muro dell’Apartheid
all`assedio di Gaza
alle politiche razziali imposte ai palestinesi nella vita di ogni giorno.



sabato 8 gennaio 2011

Luisa Di Gaetano ci ha lasciate


Luisa ,
ricordo

preziosi
ironici
sensuali
movimenti
di una mano
guantata
di pizzo
nero
come una notte
accogliente,
come una vita
vissuta
sorridendo
profondamente.

Serenella Angeloni ricorda un video di Luisa Di Gaetano.

Voglio ricordare il sorriso , la generosità , la passione di Luisa per tutte le cause difficili e il suo essere sempre presente con l'inseparabile macchina fotografica per testimoniare ogni momento della vita , della lotta delle donne e lasciarne un ricordo indelebile . Grazie Luisa

Odilla

Per Luisa.
di lei voglio ricordare la grazia e l'ironia del sorriso.


mariolina

mi fa male la tua morte, Luisa

non ti conoscevo bene
non ero fra le tue intime
ma non mi è mai sfuggita
la vitalità della tua risata
l’umanità del tuo agire
la sensibilità del tuo dolore
il dolore della tua rabbia

Ci hai privato di tutto ciò
ma ci resta, ad eterno ricordo,
il frutto del tuo sguardo curioso
del tuo andare e venire per mondi diversi
del tuo girovagare fra le gioie e le disgrazie
di questa nostra vita terrena

Ciao Luisa, grazie
che ti sia lieve quest’ultimo viaggio


Vera

Ciao, Luisa, grande amica del popolo palestinese e di tutti i popoli oppressi. No, non puoi essertene andata per sempre. Non so dove sei, né la forma che hai assunto, ma sono certa che la tua vita non è finita qui. Ti sento viva e ti vedo con quel tuo sorriso ironico e speranzoso, rivelatore di una gran voglia di esserci, di innovare e di aggregare tutti noi attorno al progetto comune. Molto resta da fare sul difficile cammino dei diritti umani, della giustizia e della libertà per tutti quelli per i quali abbiamo lottato insieme e continuiamo a farlo, forti del tuo messaggio e dell'energia che ci comunichi attraverso il ricordo vivo che serbiamo di te.
Grazie, Luisa, per ciò che sei stata tra noi, come per ciò che hai donato e che continui a donare alla causa comune.


Anissa

Luisa, ti ricordo giosa, arrabbiata, disperata, piena di speranza - mossa da tutte le emozioni, mai indifferente. Odiavi le etichette (santo, eroe, terrorista, vittima) che fissano immobili gli esseri vitali. Forse, percio' eri impossibile di fissare - sognatrice, amica, grande spirito.

Jane

Se donna vuol dire dolore allora lei lo ha provato
Se donna vuol dire calore allora lei lo ha donato
Se donna vuol dire amore allora lei lo ha cercato
Se donna vuol dire acqua di un fiume che corre, che scorre, rallenta e si
allarga nel mare, e non cede a confini, muri e sbarramenti allora lei lo ha
navigato.


Mate'

Non potendo essere presenti insieme a voi per salutare l’ultimo viaggio di Luisa, vogliamo trasmettevi a voi e ai suoi famigliari il nostro profondo dolore e nello stesso tempo anche ricordare la fortuna di averla incontrata e di avere potuto conoscere la sua poesia e la sua passione politica. Un abbraccio forte a tutte/i

Donne in Nero, Fano

Cara Luisa, per l’ultima volta digito il tuo indirizzo. Ti scrivo nell’immediatezza dell’infinito lutto che la tua partenza mi lascia nell’anima. Non sapevo…non potevo immaginare…non posso credere che la tua grazia e la tua leggerezza non ci accompagnerà più nel difficile cammino delle ns tante lotte per la difesa dei diritti delle donne. No so chi leggerà queste mie poche righe di cordoglio ma sono certa che a te arriveranno e mi piace credere che le leggerai con il tuo bel sorriso. Che il tuo nuovo mondo sia migliore di quello che hai troppo presto lasciato. Sono certa che porterai la tua poesia a rallegrarlo. Ti abbraccio forte forte per portarti con me dovunque sarò. Un grande bacio.

Alessandra


Nell'Isola che con papavero e oche
ad Esculapio fu cara,
agli orfani l'offerto rifugio pietoso,
rimasta ancora l'approdo ai corpi malati,
anche tu un giorno arrivasti
sospinta dal moto incurante dei giorni moderni.
E il fiume ripete tuttora il fluire dell'acqua infinito,
che se fosse la musica di partitura scritta
-andante con brio- diresti.
E il cumulo di tronchi e di legni
alla punta del pilastro del ponte, incagliati,
quasi fosse un rompighiaccio nei mari gelati del nord,
nel tempo incerto delle piene future ora stanno.


Maria Temide


L’ultima volta che ho scritto di Luisa Di Gaetano è stato in ottobre dell’anno 2009: La sostenibile leggerezza di una Guardona“…L’ho vista fare teatro con le sue mani, burattinaia in scuole e circoli per anziani, e non solo in Italia, anche all’estero dove è amata e apprezzata, in particolare in Sudamerica. Non ha età Luisa, a tratti sembra una ragazza, a tratti, meno spesso, diventa rigida, la voce si arrochisce. L’ho incontrata per anni alle manifestazioni e camminava rapida, tutta presa a fotografare , un sorriso complice e via.


Doriana
http://www.reset-italia.net/2011/01/07/a-domani-per-chi-ci-sara-yes-men-yes-women-e-luisa-di-gaetano/
http://www.reset-italia.net/2011/01/02/luisa-di-gaetano-con-leggerezza-se-ne-e-andata/



















E Maria Teresa ci ha mandato queste parole che Luisa stessa ha scritto:

Ho avuto il privilegio di entrare nelle case dei palestinesi che vivono nei campi profughi di Gaza in viaggi organizzati da Gazzella. Sottolineo privilegio perchè ho potuto conoscere come vivono i palestinesi dei campi profughi. E, come a tutte noi viene richiesto di ritorno dalla Palestina, io sento il bisogno di raccontare la pazienza delle palestinesi, la loro dignità nell'affrontare i disagi e le prevaricazioni.

Raccontare la dolcezza dei padri palestinesi di fronte ai loro piccoli. Raccontare di come i piccoli sappiano costruire un aquilone con i rifiuti dei sacchi della spazzatura e le canne prese in strada. Di come sanno inventarsi una dama dividendo i quadratini su un bandone di ferro e usando tappi di birra e di acqua come pedine. Raccontando di quali siano le loro aspirazioni: diventare medico per curare il popolo palestinese, diventare insegnante per trasmettere la cultura ai bambini palestinesi, diventare ingegnere per ricostruire le case che l'esercito israeliano distrugge ogni giorno.
Io di questo vorrei parlare, del popolo palestinese.

E' vero le nostre azioni per ora sono un piccolo granello di sabbia, ma come dice poeticamente Florence...


Auguro a tutte sogni a non finire, e la voglia furiosa di realizzarne qualcuno! di amare quel che bisogna amare e di dimenticare quel che bisogna dimenticare! di resistere all'impantanamento, all'indifferenza e di continuare ad essere i granelli di sabbia che formano le dune.