sabato 26 gennaio 2013

Donne del Mali dicono NO alla guerra su commissione

Le donne del Mali, abbiamo un ruolo storico da giocare, per difendere i nostri diritti umani contro tre forme di fondamentalismo: quello religioso dell'islam radicale; quello economico che predica l'onnipotenza e unicità del mercato; e quello politico della democrazia mistificata puramente formale, corrotta e corruttrice. 

Invitiamo tutti coloro, donne e uomini che nel nostro Paese, in Africa e nel mondo intero si sentono solidali alla causa della nostra liberazione da questi tre fondamentalismi ad unire le loro voci alle nostre, per dire insieme “NO!” alla guerra su commissione che si profila all'orizzonte
Aminata Dramane Traoré

Appena due settimane dopo aver invaso il Mali con oltre 2.000 truppe della Legione Straniera, la Francia ha inviato truppe delle forze speciali nel vicino Niger per difendere gli interesssi francesi nelle miniere di uranio gestite dalla azienda statale francese Areva.

Ancora una volta ci viene detto che una guerra si sta combattendo contro il terrorismo e per proteggere le donne dai fondamentalisti violenti. Nessuna parola della vacuità di tali affermazione in Afghanistan. Nulla è detto circa il ruolo svolto dai governi occidentali nella crescita dei fondamentalisti, nulla sul contributo dell'industria delle armi (dominata dai paesi occidentali) alla letalità delle guerre in Africa, nulla su un sistema economico disumano in cui le risorse naturali du un paese diventano causa di violenza e conflitto da forze straniere invece di fonti di richezza e benessere per la popolazione indigena.

Pubblichiamo qui la dichiarazione che e' stata rilasciata lo scorso dicembre da Aminata Dramane Traoré, femminista, autrice, fondatrice del foro sociale africano, e ex-ministro di cultura maliano, che contnua a alzare la voce contro il nuovo colonialismo in Africa.


La situazione del Mali rivela una realtà terribile che si manifesta in molti altri paesi in conflitto: la strumentalizzazione della violenza sulle donne per giustificare l'ingerenza e le guerre per la predazione delle risorse dei loro paesi. Le donne africane devono saperlo e farlo sapere.

Così come l'amputazione dei due terzi del territorio del Mali e l'imposizione della sharia alle popolazioni delle regioni occupate sono umanamente inaccettabili, la strumentalizzazione di questa situazione e dei destini delle donne sono pretesti moralmente indifendibili e politicamente intollerabili. In questo contesto, qui ed ora, noi, donne del Mali, abbiamo un ruolo storico da giocare, per difendere i nostri diritti umani contro tre forme di fondamentalismo: quello religioso dell'islam radicale; quello economico che predica l'onnipotenza e unicità del mercato; e quello politico della democrazia mistificata puramente formale, corrotta e corruttrice.

Invitiamo tutti coloro, donne e uomini che nel nostro Paese, in Africa e nel mondo intero si sentono solidali alla causa della nostra liberazione da questi tre fondamentalismi ad unire le loro voci alle nostre, per dire insieme “NO!” alla guerra su commissione che si profila all'orizzonte. Gli argomenti che seguono motivano il nostro rifiuto.

Il Rifiuto della Democrazia

La richiesta di schierare le truppe africane nel nord del Mali, trasmessa dalla Comunità degli Stati dell'Africa dell'Ovest (CEDEAO) e dall'Unione Africana alle Nazioni Unite, si basa su un'analisi deliberatamente tendenziosa e illegittima, che non è in alcun modo fondata su un processo di consultazione nazionale degno di questo nome, né alla base né al vertice. Tale analisi ignora la grave responsabilità morale e politica delle nazioni che hanno votato e consapevolmente violato la risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza, trasformando il mandato di protezione della città di Bengasi in un'autorizzazione a rovesciare il regime libico e ad assassinare Muhammar Gheddafi.

Gli arsenali fuorusciti dal conflitto libico hanno aiutato la colazione separatista composta dal Movimento Nazionale di Liberazione dell'Azawad (MNLA), Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI) e i loro alleati, favorendone la vittoria contro un esercito maliano demotivato e disorganizzato. Con l'approvazione di un intervento militare concepito dai capi di Stato africani, prevista per i prossimi giorni, il Consiglio di Sicurezza pretende forse di poter correggere le conseguenze di una guerra ingiusta con un'altra guerra altrettanto ingiusta?

 L'Unione Africana, marginalizzata e umiliata nella gestione della crisi libica, può davvero, deve davvero avventurarsi alla cieca in una nuova guerra in Mali senza trarre alcun insegnamento dalla caduta del regime di Muhammar Gheddafi? Che fine ha fatto la coerenza dei dirigenti africani che si erano in maggioranza opposti – invano – all'intervento della NATO in Libia, nel momento in cui si mettono d'accordo sulla necessità di un nuovo spiegamento di forze in Mali dalle conseguenze incalcolabili?

L’Estrema Vulnerabilità delle Donne nei teatri di Guerra

L'International Crisis Group avverte: «Nel contesto attuale, è altamente probabile che un'offensiva militare dell'esercito maliano, appoggiata dalle forze della CEDEAO e/o da altri, finisca per provocare ancora più vittime civili al Nord, aggravare l'insicurezza della popolazione e le condizioni economiche e sociali di tutto il Paese, radicalizzare le comunità etniche, favorire l'espressione violenta di tutti i gruppi estremisti e, infine, trascinare tutta la regione in un conflitto multiforme, senza linee di fronte chiaramente delimitate, in mezzo al Sahara». (Mali : Éviter l’escalade, International Crisis Group, 18 luglio 2012, http://www.crisisgroup.org/fr).

Le conseguenze per le donne sarebbero particolarmente drammatiche. La loro vulnerabilità, che tutti riconoscono a parole, dovrebbe essere nei fatti tenuta seriamente in considerazione quando si tratta di assumere gravissime decisioni, e dissuadere da un'entrata in guerra che può essere evitata. Che deve essere evitata, in Mali. Non dimentichiamo che gli di stupri e le violenze che oggi denunciamo nelle zone occupate del Nord, con l'arrivo di migliaia di soldati rischiano di aumentare vertiginosamente. Si aggiunga che, nelle aree afflitte da grave precarietà, si sviluppa frequentemente in forme più o meno mascherate il fenomeno della prostituzione, con il conseguente rischio di propagazione dell'AIDS/HIV.

Il piano d'intervento militare che sarà sottoposto al Consiglio di Sicurezza prevede o no dei mezzi efficaci per proteggere le donne e le ragazze maliane da tali disastrosi flagelli? Infine, non possiamo tacere il fatto che le sanzioni economiche imposte dalla comunità internazionale all'intera popolazione maliana, in nome del ritorno a un ordine costituzionale ormai screditato, colpiscono innanzitutto i gruppi più vulnerabili.

Dove vige una ripartizione sessuale dei ruoli e dei compiti, le donne fanno fronte a difficoltà enormi per provvedere ai bisogni di acqua, cibo, energia domestica e medicinali per le famiglie. Questa lotta quotidiana ed infinita per la sopravvivenza è già di per sé una guerra. In tale contesto di precarietà e gravissima privazione dell'intera popolazione, e delle donne in particolare, l'opzione militare all'orizzonte è un rimedio che si annuncia peggiore del male. Solo una soluzione pacifica, espressione della società civile, politica e militare del Mali, sarà costruttiva.

 Le Incoerenze della Comunità Internazionale

Ognuno dei potenti membri della “comunità internazionale”, della CEDEAO e dell'Unione Africana si è profuso nella denuncia delle famose sciagure che subiscono le donne in situazione di conflitto. A ciascuno il suo: il Presidente francese François Hollande, in prima fila nella difesa dell'opzione militare, ha sottolineato le sofferenze delle donne «prime vittime delle violenze delle guerre» (Kinshasa – quattordicesimo summit dell'Organizzazione Internazionale della Francofonia).

Eppure, il 26 settembre a New York, in occasione del vertice speciale sul Sahel organizzato a latere dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ha dichiarato: «so che può affacciarsi la tentazione di portare avanti dei negoziati. Negoziare con dei gruppi terroristi? Neanche per idea. Ogni perdita di tempo, ogni processo che rischia di trascinarsi all'infinito, non fa altro che il gioco dei terroristi».

Ma perché la Francia, che ritira le sue truppe dall'Afghanistan, ritiene che il Mali e la CEDEAO debbano impegnare le loro nell'ambito della lotta contro il medesimo terrorismo? «Bisogna essere capaci di porre fine a una guerra», sembrano voler dire i Presidenti di Stati Uniti e Francia. Nel suo discorso d'investitura all'elezione presidenziale, il candidato François Hollande aveva dichiarato: «La guerra in Afghanistan è andata oltre la sua missione iniziale. Oggi, essa ravviva la ribellione nella misura in cui cerca di combatterla. È tempo di porre fine, una volta per tutte, a questo intervento, e qui voglio assumermene l'impegno».

La Segretaria di Stato americana Hillary Clinton ha fatto scalo ad Algeri il 29 ottobre 2012, con l'obiettivo – fra gli altri – di convincere il Presidente Abdelaziz Bouteflika ad allinearsi alle schiere dei belligeranti. Ma ad Addis-Abeba si era rivolta ai capi di Stato africani in questi termini: «nella Repubblica Democratica del Congo, la prosecuzione delle violenze sulle donne e le ragazze, e le attività dei gruppi armati nella regione orientale del Paese, sono per noi un motivo costante di preoccupazione.

L'Unione Africana e le Nazioni Unite non devono risparmiare alcuno sforzo per aiutare l'RDC a fronteggiare queste incessanti minacce alla sicurezza». L'iniziativa “Uniti per mettere fine alla violenza contro le donne” lanciata il 25 gennaio 2008 dal Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban-Ki Moon, dedica un'attenzione particolare alle donne dell'Africa Occidentale.

Ciò avveniva prima che scoppiassero le guerre in Costa d'Avorio e in Libia, che hanno brutalmente compromesso la realizzazione degli obiettivi di questa iniziativa. Comprendiamo quindi le riserve del Segretario Generale rispetto all'ipotesi di una missione militare, e ci auguriamo che non avvallerà il piano di guerra dei capi di Stato della CEDEAO.

Non dimentichiamolo: la guerra reca con sé un'estrema violenza ai danni della popolazione civile, e in particolare delle donne. Sarà quindi inevitabilmente ostacolato e rinviato il raggiungimento degli obiettivi dell'iniziativa “Uniti per mettere fine alla violenza contro le donne”.

Perché i grandi della terra, che dichiarano a gran voce di avere tanto a cuore il destino delle donne africane, non ci dicono la verità e nascondono i reali obiettivi minerari, petroliferi e geostrategici di questa e delle altre guerre?

Anche la Presidentessa della Commissione dell'Unione Africana Nkosazana Dlamini-Zuma ha ribadito che: «è indispensabile che le donne siano pienamente coinvolte e partecipino attivamente alla ricerca di una soluzione al conflitto. Quando si lavora per promuovere e consolidare la democrazia, le voci delle donne devono essere ascoltate. Potete contare sull'appoggio dell'Unione Africana sul mio impegno personale per perseguire questo obiettivo» (Riunione del gruppo di appoggio e monitoraggio della situazione in Mali – 19 novembre 2012). La nomina di una donna a questa carica, per la prima volta nella storia, potrebbe rappresentare un reale vettore di emancipazione politica per le donne e favorire la liberazione del Continente.

Ma Nkosazana Dlamini-Zuma deve accettare di allargare la piattaforma del dibattito sulle donne africane senza escludere le dinamiche globali che ci vengono taciute e nascoste.

Prese in Ostaggio: la nostra triste situazione

Il Mali è un paese aggredito, umiliato e preso in ostaggio da degli attori politici e istituzionali che, a partire dalla CEDEAO, non sono tenuti a rispondere delle loro azioni nei nostri confronti. Questa realtà si traduce anche nell'insostenibile pressione che viene esercitata su ciò che resta dello Stato maliano.

Il primo degli ostaggi maliani è il Presidente ad-interim Dioncounda Traoré: lo prova proprio il fatto che il 19 ottobre scorso, in occasione della riunione del gruppo di appoggio e monitoraggio della situazione in Mali, si è sentito in dovere di ribadire che non è un Presidente in ostaggio. Se fosse vero, il 21 settembre scorso, alla vigilia dell'anniversario dell'indipendenza del nostro Paese, non avrebbe ripetuto ossessivamente per tre volte di preferire la via del dialogo e del negoziato, per poi chiedere tre giorni dopo, alle Nazioni Unite, un intervento militare internazionale immediato.

Prima di cambiare idea, Dioncounda Traoré aveva dichiarato nel suo discorso alla nazione: «sono consapevole di essere il Presidente di un Paese in guerra: ma la mia prima scelta rimane la via del dialogo e del negoziato; la seconda scelta è la via del dialogo e del negoziato; e la terza scelta è ancora la via del dialogo e del negoziato. Faremo la guerra solo se non ci rimane altra scelta».

Ma al di là del Presidente ad-interim, siamo tutte e tutti ostaggi di un sistema economico e politico iniquo e ingiusto, che eccelle nell'arte di spezzare ogni forma di resistenza a colpi di ricatti per accedere ai finanziamenti. La soppressione degli aiuti esterni si traduce, per l'anno 2012, in un deficit budgetario di 429 miliardi di franchi CFA.

Quasi tutti gli investimenti pubblici sono sospesi. Moltissime imprese sono state costrette a chiudere, causando licenziamenti massicci e disoccupazione tecnica per decine di migliaia di lavoratori, proprio nel momento in cui il prezzo dei beni alimentari di base subisce una drammatica impennata. Le perdite più gravi si verificano nel settore delle costruzioni e dei lavori pubblici. Il turismo e il suo indotto (artigianato, ristorazione, ecc.) costituivano una fondamentale fonte di reddito per le regioni oggi occupate, e in particolare per l'area di Timbuctù: se già dal 2008 pativa le conseguenze dell'iscrizione del Mali nella lista dei Paesi a rischio, oggi questo settore è praticamente annichilito.

Il riferimento alla condizione di ostaggi non intende affatto banalizzare la prova insopportabile degli ostaggi europei e delle loro famiglie; esso ambisce invece a suggerire l'identica gravità della situazione di tutti gli esseri umani imprigionati in un sistema di cui non sono personalmente responsabili. Si tratta quindi di capire come conviene agire per permettere al nostro Paese di ritrovare la sua integrità territoriale e la pace, e ai sei ostaggi francesi detenuti da AQMI di ritrovare sani e salvi le loro famiglie, senza che queste liberazioni passino per un intervento militare che metterebbe in pericolo la vita di centinaia di migliaia di abitanti del Mali del Nord, anch'essi ostaggi di una insostenibile situazione.

La Guerra su Commissione

La scelta di andare in guerra si fonda su una conoscenza inadeguata della vera posta in gioco. Jacques Attali propone, a chi abbia la capacità di coglierla, una chiave di lettura che dimostra – se ancora ce ne fosse bisogno – che l'intervento militare che si profila all'orizzonte è una guerra su commissione. Ritiene infatti che la Francia deve agire «perché questa regione (il Sahel) può diventare un avamposto per la formazione di terroristi e kamikaze che presto cominceranno ad aggredire gli interessi occidentali, sia nella regione, sia, servendosi di numerosi canali di accesso, in Europa.

Per ora sono poche centinaia: ma se non si interviene, saranno presto diverse migliaia, convenuti dal Pakistan, dall'Indonesia e dall'America Latina. E i giacimenti di uranio del Niger, essenziali alla Francia, sono lì a due passi» (Blog Attali, 28 maggio 2012). Si chiarisce quindi la ripartizione dei ruoli fra la Francia, la CEDEAO, l'Unione Africana, l'Europa e l'ONU. La CEDEAO, di cui molti maliani e africani faticavano fino ad oggi a vedere il gioco sporco, è in missione in Mali. Secondo Jacques Attali, la CEDEAO dovrebbe intervenire «per restituire alle autorità civili la possibilità di decidere, senza intimidazioni, di ristabilire la sicurezza, di ristrutturare l'apparato militare e di far ripartire l'attività economica; al Nord, per mettere fine a questa secessione, sarà indispensabile un'azione militare terrestre, dotata di appoggio logistico a distanza, mezzi di osservazione, droni, e capacità di direzione strategica.

Chi può farsi carico di tutto ciò? Certamente non il governo maliano da solo, privo di armamenti e autorità. Ma neanche la CEDEAO ha le risorse militari necessarie a garantire la realizzazione di tutti i compiti richiesti, e non può nemmeno contare di ricevere una domanda di intervento da parte del governo maliano, che subisce l'influenza di forze incoerenti. Neppure l'Unione Africana, in ogni caso non da sola. Allora chi? L'ONU? La NATO?

Il problema si presenterà in tempi brevi. Anzi, è già presente. Ancora una volta, l'Europa dovrebbe riuscire a dare prova di unità, in modo da poter decidere ed agire. Ma l'unità non c'è. Tuttavia, se gli attuali tentativi di mediazione dovessero fallire, bisognerà cominciare a riflettere in tempi rapidi su come mettere in campo una coalizione sul modello di quella che ha funzionato in Afghanistan. Prima che l'equivalente di un 11 settembre 2001 non venga ad imporcela» (Blog Attali, 28 maggio 2012).

È tutto chiaro. La guerra che si prepara in Mali si inserisce nel solco di quella in Afghanistan, da cui la Francia e gli Stati Uniti si ritirano progressivamente, dopo undici anni di combattimenti e di pesantissime perdite umane, materiali e finanziarie. La Francia, interessata a mantenere la sua influenza nella regione saheliana, prende la direzione delle manovre in Mali, e subappalta la violenza militare alla CEDEAO.

Trasferimento di compiti politicamente corretto per scongiurare le accuse di colonialismo e imperialismo, ma anche per contenere i costi della guerra ed evitare altre perdite di vite umane. Le opinioni pubbliche occidentali tollerano sempre meno di vedere morire dei propri connazionali per la difesa delle “nostre” cause.

Così come i famigerati fucilieri senegalesi della seconda guerra mondiale, le truppe africane sono chiamate a prestare man forte alla Francia.

La Globalizzazione dei Problemi e dei Network


In un tale contesto, il radicalismo religioso non ha certo bisogno del Nord del Mali per diffondersi in Africa e nel mondo. L'economia globalizzata, fondata sull'ingiustizia e sulla disuguaglianza, è un rullo compressore che devasta le economie locali, le società e le culture che le offrono la possibilità di attecchire. Dal Mar Rosso all'Atlantico, dall'Afghanistan alla Nigeria, da Tolosa, dove Mohamed Merah è stato abbattuto, a Timbuctù, si ramifica una lotta che è sì ideologica, identitaria e religiosa, ma che è anche economica, politica e geostrategica. Gli attori e le forze coinvolte sono dappertutto più o meno le stesse, con qualche variante locale da manipolare, com'è avvenuto per la ribellione tuareg in Mali.

Non ci si illuda infatti che i predicatori afgani, pakistani, algerini, ecc. siano gli ultimi arrivati in Mali. Costoro sono apparsi nelle nostre moschee già a partire dagli anni '90, proprio nel momento in cui le drammatiche conseguenze sociali e umane dei Programmi di Aggiustamento Strutturale cominciavano a farsi sentire, colpendo duramente i redditi, l'accesso al lavoro e la coesione sociale.

La Prospettiva « Badenya » come alternativa alla guerra 

Alcune donne maliane e africane, consapevoli della reale posta in gioco nell'ipotesi di conflitto e dei meccanismi mortiferi della globalizzazione neoliberale, non avvallano le guerre.

Ai valori guerrieri e predatori dell'ordine economico dominante, noi opponiamo i valori pacifisti capaci di riconciliarci e aprirci al mondo. Badenya (figli della madre) è uno di questi principi che noi, donne del Mali, ci impegniamo a coltivare e promuovere; ci opponiamo al principio maschilista della fadenya (figli del padre) che – nella sua accezione ultraliberale – autorizza la corsa sfrenata e fratricida al profitto, in nome della quale si liquidano imprese pubbliche efficienti, si svendono le terre agricole ai nuovi padroni e si accetta la frantumazione del territorio nazionale.

 Il nostro rifiuto della guerra, che nasce dalla prospettiva della badenya, è profondamente radicato in una concezione della procreazione secondo la quale mettere al mondo un figlio è già di per sé un modo di essere al fronte (musokele). Sono ancora troppo numerose, fra noi, coloro che periscono nel dare alla luce un figlio. Giorno per giorno, combattiamo contro la fame, la povertà, la malattia, affinché ogni figlio e figlia possa crescere, lavorare, e assumersi la sua parte di responsabilità nella società.

Così, in ogni soldato, in ogni ribelle, in ogni nuovo convertito al jihadismo che si prepara alla battaglia, ciascuna di noi riconosce un fratello, un figlio, un nipote, un cugino. Ieri, le stesse persone lottavano per ottenere un riconoscimento sociale, attraverso il lavoro, un reddito, oppure un visto. Sforzi troppo spesso vani. Oggi, le loro mani tremanti impugnano armi da guerra. In questo mondo che ha perso la bussola, le nostre armi dovranno essere la lucidità e la maturità politica. Non ha senso che il Mali si incammini sul terreno minato di una guerra dalla quale Francia e Stati Uniti arretrano, nonostante la potenza di fuoco della NATO.

All'economia della guerra, noi, donne del Mali, opponiamo l'economia della vita, raccogliendo dalla transizione in corso l'opportunità storica di affrontare la tripla sfida della conoscenza, dei diritti e del dialogo. L'apertura al negoziato di Ansar Dine e del MNLA, la perpetua evoluzione dei rapporti di forza sul campo, così come delle strategie e delle interazioni fra i diversi attori presenti, impongono un esame attento e costante, al fine di evitare una guerra potenzialmente tragica, e di non incorrere negli stessi errori del passato. Le consultazioni nazionali promesse da mesi non possono più essere rinviate. Tutte le istanze della società maliana devono potersi confrontare per definire insieme e in maniera autonoma le basi e le condizioni di una soluzione al presente conflitto non imposta ma concertata.

Noi, donne del Mali, daremo il nostro contributo a questo processo; e similmente non ci sottrarremo domani al compito di rifondare la democrazia nel nostro Paese, sulla base dei valori culturali e sociali in cui ci riconosciamo. Si tratta, in ultima istanza, di dare credibilità e forza alla capacità di analisi, di previsione e di proposta della società civile, politica e militare del Mali.

Chiediamo a tutte e a tutti coloro che condividono il nostro appello di rivolgersi immediatamente a tutti gli attori di spicco della comunità internazionale, per scritto o in qualunque altra forma di espressione, affinché il Consiglio di Sicurezza dell'ONU non adotti una risoluzione che dia mandato per l'invio di migliaia di soldati in Mali.

domenica 20 gennaio 2013

Sole e Dignità'



È il momento di cambiare le regole del gioco, noi siamo i legittimi proprietari della terra e noi imponiamo i nostri fatti sul terreno.


 

Venerdi l'11 gennaio, oltre 200 palestinesi di vari distretti hanno fondato un nuovo villaggio nella zona E1 che hanno chiamato "Porta al Sole", a Gerusalemme est. Hanno sistemato tende e posto tutte le attrezzature necessarie per un soggiorno nella zona fino a quando il paese sarà costruito. Gli attivisti hanno dichiarato:


 "Noi figli della Palestina, provenienti da tutte le parti della patria, dichiariamo la creazione del villaggio Porta del Sole,come scelta del popolo palestinese e senza il permesso dell'occupazione israeliana. Non abbiamo bisogno del permesso di nessuno perché questa è la nostra terra e nostro il diritto di costruire e rimanere su di essa.

Abbiamo deciso di stabilire il nostro villaggio su questa cosiddetta zona E1 in cui l'occupazione ha annunciato di voler costruire 4.000 unità abitative, perché non resteremo in silenzio per l'insediamento e la colonizzazione continua della nostra terra. Noi crediamo nell'azione e nella resistenza nonviolenta e siamo sicuri che il nostro villaggio si sostengano con forza fino a quando i legittimi proprietari valere i propri diritti alla loro terra."


La notte di Sabato il 12 gennaio, nonostante un ordine della corte suprema israeliana contra la demolizione, una forza di 500 soldati israeliani ha sgombrato il villaggio. Gli attivisti hanno giurato di andare avanti con azioni simili.

 

Una settimana piu tarde e' nato un nuovo Bab al-Shams. Attivisti palestinesi hanno costruito tende nelle terre di Beit Iksa, a Nord Ovest di Gerusalemme. E hanno fondato un nuovo villaggio palestinese: Bab al-Karamah, Porta della Dignità.

Gli attivisti non si fermeranno alle tende: promettono di piantare alberi di ulivo, di terminare la costruzione di una piccola moschea e di organizzare eventi culturali.

Beit Iksa, comunità palestinese di Gerusalemme, è circondata da colonie israeliane e, quando il Muro di Separazione sarà completato, annetterà il 96% delle terre del villaggio che resterà chiuso all'interno della barriera, tagliato fuori dal resto della Città Santa. Le autorità israeliane hanno ordinato, tre settimane fa, la confisca di 500 dunam di terre(un dunam è pari ad un km quadrato), appartenenti al villaggio, e impediscono da anni la costruzione di nuove strutture e abitazioni.

Siamo pieni di ammirazione per questi atti coraggiosa e ci sentiamo vergogna e indignazione che il nostro governo e ai governi degli altri paesi dell'UE non fanno nulla per sostenere i diritti dei palestinesi.

I rappresentanti di diversi governi europei hanno espresso preoccupazione rispetto al piano israeliano di costruire altri 3000 insediamenti in West Bank. L’Alto rappresentante EU C. Ashton ha ripetuto che “la costruzione di tutti gli insediamenti è illegale dal punto di vista del diritto internazionale e costituisce un ostacolo alla pace”.

Ma in pratica l’occupazione militare di Israele e la politica di apartheid che include il suo progetto di insediamento ricevono un supporto concreto e diretto dall’Europa attraverso la condizione preferenziale che Israele riceve con gli accordi commerciali e di associazione con l’Europa. L’accordo di associazione prevede che “le relazioni tra le parti, oltre a quanto previsto dall’accordo stesso, devono basarsi sul rispetto dei diritti umani e dei principi democratici”, e che questo “costituisce un elemento essenziale di questo accordo”. Ad oggi, gli stati membri dell’UE hanno scelto di ignorare i loro obblighi per sospendere l’accordo causato dalle continue e pesanti violazioni dei diritti umani. È tempo di porre fine alla complicità europea nell'oppressione del popolo palestinese.

Clicca qui per mandare una lettera al ministro degli esteri chiedendo la sospensione degli accordi con Israele. 

lunedì 7 gennaio 2013

Anche noi donne abbiamo raccolto terra per la pace


Non ci può essere pace finché non tutti possono esprimere e realizzare le proprie aspirazioni in una società giusta, libera e uguale. Non ci può essere pace, mentre si oprime e si impedisce il pieno sviluppo della metà dell'umanità, le donne.

Dal 17 al 19 dicembre di 2012, 1.200 rappresentanti della società civile Colombiana hanno participato al "Foro globale di sviluppo agrario" organizzato dall'Università Nazionale e le Nazioni Unite in Colombia. Le proposte sono raccolte in questi tre giorni saranno consegnate al tavolo di colloqui fra il governo e le FARC-EP, a L'Avana.

Tra i gruppi partecipanti è stato Mujeres por la Paz - un coordinamento che nasce dalla volontà politica di organizzazioni e gruppi di donne, organizzazioni di base, organizzazioni sociali e donne di partito, di divenire soggetti nell’attuale processo di dialogo e non oggetti di patti, di essere interlocutrici, dialoganti, con voce propria e che questa voce sia presa in considerazione; cioè essere donne che trattano per un nuovo ordine, essere soggetti politici, per decostruire il patto patriarcale, per lottare per ottenere giustizia sociale per tutte e tutti le escluse e gli esclusi.

Hanno presentato al foro un un documento, “Politiche di sviluppo agrario integrale con prospettiva territoriale”, che nel contesto degli accordi tra il Governo e le FARC, raccoglie i progetti che le organizzazioni e le donne partecipanti all’Encuentro Nacional de Mujeres, hanno presentato il 3 e 4 dicembre 2012, di cui i punti principali sono:

  • Accesso alla terra.


Forse la proposta principale ha a che vedere con lo sviluppo di una riforma agraria integrale che tenga conto delle necessità delle/dei contadine/i, specialmente delle donne. Ciò significa che, per essere effettiva, questa riforma dovrà tener conto della necessità di occuparsi dei problemi dei contadini e delle contadine e specialmente impegnarsi per rompere gli squilibri di questa popolazione, delle donne in quanto lavoratrici rurali ed evitare che siano vittimizzate all’interno degli scontri tra i diversi attori armati.
 Si devono superare le barriere che impediscono alle donne di accedere alla restituzione effettiva di beni e terra, come pure la mancanza di regole e le condizioni giuridiche avverse. Si dovrebbero promuovere norme generali e transnazionali di protezione e promozione dell’accesso delle donne all’uso, la proprietà e la restituzione della terra.
E’ necessario includere l’attenzione ai diritti delle donne: riconoscere il maltrattamento e la mancanza di sicurezza e la violenza dovute alle conseguenze del conflitto armato sulle loro vite.
  • Sovranità alimentare.


E’ necessario garantire l’autonomia e sovranità alimentare delle comunità contadine, indigene e afrocolombiane; nessuna trasformazione delle campagne può avere successo se non si interviene in modo deciso sulle condizioni di vita della popolazione contadina. Ed una delle più grandi aspirazioni delle donne che vivono in ambiente rurale riguarda la stimolazione dei processi che generano capacità di autonomia e sovranità alimentare. Ciò permetterebbe modificazioni sostanziali nei loro attuali contesti e avrebbe come effetto collaterale miglioramenti negli indicatori della qualità della vita.
Per questo, più che realizzare l’inclusione nell’apparato produttivo del mercato, risulta indispensabile configurare strategie di produzione agricola su piccola scala che, oltre a garantire alle donne delle campagne i mezzi per la loro sussistenza, servano come riserva di risparmio e margine di manovra di fronte alle crisi periodiche dell’economia agro-industriale. Gli orti familiari, le fattorie, la piccola coltivazione (la cui condizione è quella di avere accesso alla terra) non solo contribuiscono al benessere delle famiglie contadine, ma anche permettono ai contadini di resistere alle crisi.
  • Rafforzamento istituzionale.

Per realizzare questo obiettivo è necessario che lo Stato colombiano implementi delle politiche sociali di rafforzamento e sostegno alle campagne. Il sostegno dello Stato non può consistere nella militarizzazione dei territori. Inoltre è fondamentale che anche il resto delle istituzioni pubbliche – nei loro diversi livelli: municipale e dipartimentale - siano presenti sul territorio e contribuiscano ai processi di normalizzazione che derivano dalla effettiva ed efficiente prestazione dei servizi sociali dello Stato e dei servizi pubblici; perciò bisogna rompere i vincoli con le elite politiche locali e gli attori armati del conflitto.
La costruzione di scuole, ospedali, spazi per la cura dei bambini e delle bambine e altre istituzioni, implica un avvicinamento del settore rurale al paese e permette l’accesso alla condizione di piena cittadinanza. Acquedotti e processi di elettrificazione devono costituire uno sforzo concreto dello Stato per modificare le condizioni di vita di contadini/e. La costruzione di strade e lo sviluppo di infrastrutture adeguate permetteranno alla popolazione contadina di comunicare con il paese e di ampliare i mercati per il commercio su piccola scala.
  • Sostegno alla campagna.

Senza dubbio, un intervento di questo tipo richiede anche di sostenere economicamente le contadine (sussidi, crediti e condono dei loro debiti), con una prospettiva di costruzione democratica e non secondo una visione assistenzialista che le converta in esercito di riserva dei gruppi armati o della forza lavoro.
Il sostegno alle campagne attraverso questi strumenti deve ripensare il modello stesso di sviluppo rurale affinché si favorisca non solo la grande agroindustria, ma anche perché si rendano possibili economie su piccola e media scala che contribuiscano agli sforzi di migliorare le condizioni di vita della popolazione rurale.
In questo senso le donne segnalano la necessità di implementare politiche di imprenditorialità e produttività che le favoriscano assegnando loro prelazione nell’accesso ai capitali, promozione di imprese e protezione di fronte alla concorrenza, come pure garanzie di sostenibilità finanziaria e tecnica di programmi che contribuiscano a questi obiettivi.
E’ anche importante garantire loro l’accesso a sussidi per la produzione e crediti volti a stabilire l’autonomia finanziaria delle donne e delle loro imprese. Soprattutto è necessario che le donne, come forza lavoro, non siano sottomesse al vergognoso disconoscimento delle loro capacità, e quindi ottenere che i loro salari siano giusti e il loro lavoro sia riconosciuto.
  •  Nuova visione del territorio.

Scommettere su un nuovo ordinamento del territorio che permetta di stabilire con chiarezza chi sono i/le proprietari/e della terra, cosa si produce, e come ciò contribuisca all’obiettivo generale del benessere dei colombiani e delle colombiane. In questo senso si tratta – attraverso strumenti catastali e censimenti con la partecipazione delle comunità e delle donne - di avanzare nella costruzione di strategie che privilegino e, in questo senso, modifichino il modello per il benessere dei cittadini e delle cittadine, e abbandonino l’impersonale criterio di ricchezza. E quindi risulti necessario stabilire chiaramente il ruolo dei terreni dello stato, delle zone di riserva e dei territori delle comunità indigenas e afro, tra le altre.
  • Partecipazione sociale e politica.

E’ specialmente necessario che socialmente si riconosca il ruolo delle donne come soggetti di diritti, che siano prese in considerazione le loro proposte e che si favorisca la loro partecipazione.
 Perciò si devono realizzare processi di rafforzamento e capacitazione che sviluppino attitudini partecipative nelle donne e nei loro gruppi, e anche costruire strategie che diffondano e permettano l’accesso ai vari strumenti giuridici costruiti per garantire i loro processi di rivendicazione della terra e di una vita degna.
Ciò non è possibile se non si inseriscono strumenti che permettano loro di verificare e vigilare sulle diverse azioni intraprese, ma nemmeno se non si stimola la loro partecipazione effettiva nei processi di formulazione di politiche attente ai loro problemi. Tutto ciò dovrà mettersi in moto per garantire che le donne possano far parte degli ambiti di partecipazione politica a livello locale e territoriale.
 In questo senso, non solo si tratta di permettere e contribuire affinché le donne controllino la gestione pubblica, ma soprattutto che abbiano accesso alle quote di partecipazione politica istituzionale sufficienti a permettere loro di portare la loro voce dalla loro pluralità, e che possano così contribuire con le loro proposte nei processi decisionali relativi a come si governano municipalità e dipartimenti.  
Solo attraverso politiche che individuino e trasformino le strutture che sono alla base delle ingiustizie e che ostacolano lo sviluppo, sarà possibile conquistare una modernità più umana, e una cittadinanza piena, nella quale i colombiani e le colombiane – specialmente nella campagna – possano finalmente vivere in pace e benessere, invece di dover soffrire.
 

La pace non è il silenzio delle armi in pubblico e in privato.
Pace significa realizzare la giustizia sociale per tutti, senza distinzione di razza, genere, religione, posizione politica o economica.
 
Significa garantire i diritti alla verità, giustizia e riparazione per tutte le vittime, sradicare la violenza come esercizio politica e la negazione dell'altro e l'altro come una pratica quotidiana.

Pace significa smilitarizzare i territori, le menti e le parole.

martedì 1 gennaio 2013

Judith Warschawski, Donna in Nero di Gerusalemme, ci ha lasciato


Finché siamo presenti sulla piazza, portiamo una promessa di cambiamento. Questa minuscola fiammella di moralità, che insiste ad illuminare la vasta oscurità, mostrando che le cose possono essere diverse, che c’è qualcuno che non può essere ridotto al silenzio e non si lascerà intimidire.
 
Judith Warschawski


Oggi, abbiamo appreso con grande tristezza della scomparsa, il 31 dicembre 2012, di Judith Warschawski, donna in nero di Gerusalemme.
Offriamo le nostre più sentite condoglianze alla sua famiglia


In memoria di Judith, pubblichiamo qui il suo discorso durante la cerimonia alternativa “Accensione di torce” organizzata da Yesh Gvul per celebrare la Giornata dell’Indipendenza israeliana 2012.

Io, Judith Warschawski, figlia del Rabbino Max Warschawski, possa egli riposare in pace, e di Miri Warschawski, sono fiera di accendere questa torcia a nome delle Donne in Nero, e di onorare i miei genitori dando continuità alla tradizione e all’educazione che ho imparato in casa mia.
 
Dai miei genitori ho appreso la dedizione ad una causa, la ricerca della giustizia e dell’uguaglianza di diritti, e la necessità fondamentale di agire per ciò in cui credo - di lottare contro il male e cambiare la realtà attorno a noi.
 
Per 24 anni, una settimana dopo l’altra, un venerdì dopo l’altro, noi donne ci troviamo in nero in una piazza al centro di Gerusalemme, tenendo in alto una mano nera su cui compare un solo messaggio: “Mettete fine all’occupazione”. Noi chiamiamo quel luogo “piazza Hagar”, in memoria di una di noi, una donna che ha ideato e fondato il nostro movimento. Abbiamo cominciato con un piccolo numero di donne che hanno deciso di scendere in strada e di brandire una mano, come una bandiera nera di avvertimento che dichiarava:
 
No! Basta con un’occupazione senza fine che porta devastazione a tutto.
 
La mano nera che lancia con forza la verità e la diffidenza contro il marchio di Caino dell’occupazione che è posto sulla fronte di ciascuno di noi. Il messaggio è semplice e generale e anche universale. E’ speciale e significativo perché è lanciato da una vigil di donne e ancorato in una lunga tradizione di lotte di donne nel mondo - di donne che si riuniscono per manifestare contro le ingiustizie insopportabili dei loro paesi, di lotte che sono diverse per ciascuna.
 
Ci siamo nutrite della tradizione delle donne - le nonne e le madri - di Piazza di Maggio in Argentina, e con la nostra lotta abbiamo lasciato in eredità una nuova tradizione, che si è diffusa nel mondo, di vigil di donne che manifestano regolarmente in molte città, vestite di nero per identificarsi con noi, contro le ingiustizie del luogo in cui vivono.
 
La costanza, la continuità è la nostra qualità principale. Abbiamo cominciato prima del 1988 - così difficile da credere! - 24 anni fa, all’inizio della prima Intifada e da allora siamo lì. Malgrado le reazioni ostili, i fischi, i commenti sessisti, i tentativi di donne di destra di occupare la piazza Hagar, noi abbiamo perseverato.
 
Siamo diventate parte del paesaggio. E anche se non abbiamo sempre cambiato la situazione politica, io credo che il richiamo settimanale regolare sia in se stesso un compimento. Siamo state centinaia, siamo state solo alcune, siamo state decine, siamo state solamente donne israeliane, abbiamo anche manifestato con delle internazionali, ma soprattutto - noi eravamo là.
 
Noi eravamo e siamo una fortezza che non si può abbandonare!
 
Finché siamo presenti sulla piazza, portiamo una promessa di cambiamento. Questa minuscola fiammella di moralità, che insiste ad illuminare la vasta oscurità, mostrando che le cose possono essere diverse, che c’è qualcuno che non può essere ridotto al silenzio e non si lascerà intimidire. 24 anni, è molto!
 
Abbiamo celebrato il 99° compleanno di una del nostro gruppo, una giovane è diventata madre, e molte donne sono morte dopo aver portato luce alla piazza. Io ho già manifestato su questa piazza con tre generazioni - con mia madre e mia figlia - e spero e prego di non dover manifestare anche con le mie nipotine, ma che presto noi non conosceremo più guerra né occupazione.
 
Abbiamo da poco celebrato le feste di Pasqua - la festa di liberazione che ci ricorda il detto di Karl Marx: una nazione che ne opprime un’altra non può essere libera.
 
E oggi, alla vigilia della Giornata dell’Indipendenza di Israele, mentre vediamo ogni giorno calpestati i valori eterni di giustizia, solidarietà, uguaglianza, indipendenza e pace e assistiamo all’erosione continua della democrazia, io sono riconoscente, a mio nome e a nome delle Donne in Nero, per l’esistenza di questa cerimonia alternativa, che perpetua questi valori contrapponendosi alle celebrazioni vuote e ai fuochi artificiali.
 
Grazie a questa cerimonia, e alle mie sorelle della vigil, io sono in grado di sopportare un’altra Giornata dell’Indipendenza, e sopravvivere un anno dopo l’altro, e soprattutto conservare la speranza:
 
Mettete fine all’occupazione!

giovedì 20 dicembre 2012

Vicenza Città Occupata

Dai colli alle Alpi. Tra i boschi e lungo i fiumi. Nelle grotte e tra le case. Vicenza è una grande zona militare.

Un reticolo di basi, installazioni segrete, depositi sotterranei al servizio della 173^ brigata aerotrasportata statunitense, recentemente trasformata in combat team e divenuta il “pugno di ferro” del braccio armato nordamericano.

Centri di addestramento e di comando dove vengono dirette le operazioni di Africom, la nuova struttura voluta dal Pentagono per controllare l’Africa ricca di risorse indispensabili e il Medioriente sempre più instabile.

Laddove trovi un cartello giallo con disegnato un soldato che imbraccia il fucile, sai che non potrai entrare. Gli occhi del visitatore, così curiosi di ammirare la bella Vicenza patrimonio Unesco, non potranno spingersi oltre le recinzioni e il filo spinato.
 
Top secret.
Segreto militare.

  • A Camp Ederle potrete trovare maxischermi per la guida delle truppe in battaglia, centri di comando e spazi di addestramento e, con un pò di fortuna, un generale pieno di stellette pronto a decantarvi le virtù dei combattenti a stelle e strisce.
  • Dal Molin: Grandi palazzi dormitorio in stile palladiano, autofficine per mezzi pesanti, depositi e parcheggi: un grande piano di urbanizzazione militarizzata laddove, fino al 2008, c’era un grande prato verde.
  • Sito Pluto: Mine nucleari! I bunker multilivello e le gallerie sotto i colli berici - e nel cuore di un’area protetta - sono i luoghi nei quali, gli statunitensi, hanno stoccato queste micidiali armi tattiche. A
  • Torri di Quartesolo di armi e munizioni ce ne sono per tutti i gusti!
  • Fontega: Vecchie e arrugginite munizioni - secondo i militari statunitensi - custodite in un incantevole sito circondato da reti e fili spinati.
  • Villaggio della Pace: Serene e spensierate famiglie dei soldati statunitensi all’interno di un complesso “palladiano” composto di mura di recinzione e sistemi di videosorveglianza ad altissima tecnologia.

domenica 2 dicembre 2012

Chi Controlla L'Oppressore? L'Esperienza di Machsom Watch

 
Nella parola ‘indignazione’ è contenuto il termine ‘dignità’: è per rispetto e amore verso me stessa che devo denunciare le ingiustizie.
 
Daniela Yoel

La Settimana scorsa, si è tenuto l'incontro alla casa Internazionale delle donne, a Roma, con Daniela Yoel, israeliana, ebrea ortodossa ed attiva nel Machsom Watch.

Machsom Watch, che fa parte della rete Coalition of Women for peace, è nato nel gennaio del 2001 in risposta alla violenza della seconda Intifada e da allora conduce osservazioni giornaliere di posti di blocco dell’esercito israeliano (in ebraico machsom) nei Territori palestinesi occupati.

Daniela ci ricorda che anche nei periodi di tregua, quando non ci sono operazioni militari o resistenza armata, l'occupazione continua - crudele, ingiusta, disumana, e omnipresente nelle vite quotidiane dei Palestinesi.

Qui di seguito il resoconto del suo intervento nel report scritto da Cecilia Dalla Negra per Osservatorio Iraq.

In una fredda mattina di febbraio di 11 anni fa cinque donne si avvicinano al check point 300, tra Betlemme e Gerusalemme. Non sanno bene cosa fare: ci sono i soldati con gli M-16, i palestinesi in fila, fa freddo. Si fermano, indecise su come comportarsi, ma sicure che sia necessario agire. Quando il soldato chiede loro cosa sono venute a fare laggiù, la più intraprendente si guarda intorno: verso la colonia di Har Homa il sole splende. “Beh, siamo venute a goderci questa bella giornata."

Così Yehudit Keshet racconta l’inizio – “magari non esplosivo” – del lungo percorso di Machsom Watch, l’organizzazione femminile israeliana che da anni presidia i check point (in lingua ebraica machsom) per denunciare le violenze e gli abusi contro i cittadini palestinesi nei Territori Occupati.

Se c’è un oppresso c’è anche un oppressore. Quello che troppo spesso manca è qualcuno che si incarichi di monitorare l’oppressione. Quelle cinque “pioniere” diventano in breve cinquecento: è il 2001, è in corso la Seconda Intifada. Un periodo terribile, che vede il moltiplicarsi continuo di check point e posti di blocco israeliani. “

C’è un’occupazione là fuori: è feroce e immorale: dobbiamo stare dalla parte di chi la oppone, senza esclusione di colpi”,

sostiene quel gruppo di donne, che sceglie di non ammettere uomini “perché non sono capaci di mantenere il controllo davanti ai militari”. Sono loro a commettere abusi e violazioni contro una popolazione civile cui è negata la libertà.

Le donne diMachsom Watch sono realiste: capiscono di non poter vincere contro la forza del governo e le armi dell’esercito: ma possono almeno testimoniare quelle violazioni, fungere da deterrente verso i soldati, essere l’occhio attento che guarda, registra, denuncia. La spilla con l’occhio aperto che portano addosso diventerà conosciuta: loro, in breve, una fastidiosa spina nel fianco dei militari.
 
I loro report, aggiornati quotidianamente, vengono inviati a stampa e governo nel tentativo di rendere evidente un fatto: nessuno, in futuro, potrà dire “io non sapevo”.

È anche la convinzione di Daniela Yoel, una delle ‘nonne’ di Machsom Watch, ospite insieme a Luisa Morgantini, ex vice presidente del Parlamento Europeo, di un incontro organizzato da Associazione per la Pace alla Casa Internazionale delle Donne di Roma.

Daniela ogni mattina da 11 anni si sveglia, prende il caffè e va a presidiare un check point: proprio perché
“in Israele la gente ogni mattina si sveglia, prende il caffè e non vuole saperne niente di quello che succede al di là del muro”.

Ebrea ortodossa osservante, Daniela appartiene alla prima generazione nata in terra di Palestina da genitori immigrati:

“Israele per me e quelli della mia generazione ha un significato enorme. Perché forse come ebrea non mi sentirò a mio agio da nessuna parte; ma come israeliana ho una patria, e la patria è quella di cui ci si può anche vergognare”.

  È una concezione particolare la sua, religiosa praticante in un contesto di attivismo per i diritti umani come quello di Machsom Watch, per la maggior parte laico e femminista.

“Come religiosa mangio kosher: per spiegare la schizofrenia nella quale vivo racconto sempre che non posso parlare con quelli con cui posso mangiare, e non posso mangiare con quelli con cui posso parlare”.

Perché la verità è che
“Israele è un paese di destra, e le persone che mi circondano non vogliono sapere quello che il governo fa in loro nome”.

  Non è così per lei, che 11 anni fa ha scelto di dedicare il tempo che la pensione da studiosa le concedeva per presidiare i posti di blocco che l’esercito del suo paese impone e controlla.

“Un giorno di molti anni fa venni a sapere che una donna palestinese, incinta di due maschi, era stata bloccata a un check point mentre cercava di raggiungere l’ospedale. Fermata dai soldati, fu costretta a partorire in strada, per terra. Entrambi i suoi bambini morirono, e le fu concesso di passare solo quando fu evidente che anche lei stava per morire”.

Una storia di ordinaria amministrazione nei Territori, di disumana quotidianità. Che la colpisce, perché

“in quello stesso periodo anche mia nuora era incinta di due maschi. Che sono nati normalmente in un ospedale, e che oggi sono i miei nipoti. Da quel momento non ho potuto fare a meno di pensare a quale enorme differenza ci fosse tra queste due esperienze; a che tipo di trauma quella donna palestinese ha dovuto affrontare e al fatto che se fossi stata presente, forse i soldati l’avrebbero lasciata passare”.

Perché in una mente educata “all’odio, alla violenza e al machismo”, come quella dei militari, e in un paese “in cui il simbolo della società è l’erezione nazionale”, vale più un concittadino israeliano che ti osserva di centinaia di palestinesi “a cui viene rubata una cosa molto più preziosa di qualsiasi bene materiale: il tempo. Qualcosa che una volta portata via non può più essere restituita”. Il tempo negato di uno spostamento, all’apparenza banale, da casa al posto di lavoro.

“Non si capisce per quale ragione i palestinesi debbano avere speciali permessi anche solo per andare a dormire”.

Daniela Yoel, come tanti altri attivisti israeliani per i diritti umani, è considerata dai suoi compatrioti una self-hating jew, una di quegli ebrei che devono necessariamente odiare loro stessi per poter criticare il proprio stato. Un’accusa che respinge:

“E’ vero il contrario. Nella parola ‘indignazione’ è contenuto il termine ‘dignità’: è per rispetto e amore verso me stessa che devo denunciare le ingiustizie. È scritto persino nel Talmud. E se chi ci governa in questo modo sostiene di essere ebreo, allora io non sono ebrea. Stare in disparte non è possibile, se testimoni dolore è tuo dovere cercare di alleviarlo”.

È una lettura mossa dal profondo attaccamento a valori religiosi quella di Yoel. Lei, che nel suo paese è minoranza di una minoranza, ben consapevole della sproporzione di forze in campo.

“Non posso vincere contro il governo e l’esercito, ma posso portare il mio corpo e miei occhi laddove ci sono violazioni. Non si combatte una battaglia solo per vincerla, ma anche perché la causa è giusta”.

Quello palestinese è un territorio barbaramente depredato, lo dimostra anche il filmato che mostra a una platea attenta, quasi tutta al femminile. È stato girato dalle donne di Machsom Watch nei pressi della colonia di Efrat, tra Betlemme e Gerusalemme. Sul sottofondo musicale di una preghiera cabalistica si muovono le ruspe israeliane che distruggono una vallata e i suoi albicocchi, proprietà di contadini palestinesi. Al loro posto verranno costruite le fognature a cielo aperto necessarie alla colonia.

“La preghiera chiede a Dio che il grido degli ebrei sia ascoltato. Adesso la situazione è un po’ cambiata”, commenta. “Gli architetti del male sono pochissimi, ma hanno bisogno di gente che non vuole sapere. Accadde così anche al mio popolo: noi non possiamo permetterci di dire ‘io non sapevo’, come fecero altri con 6 milioni di ebrei”.

  E se un paradosso crudele mostra un popolo a lungo senza radici sradicare quelle altrui, distruggendo alberi, terra e storia, diventa importante agire per fermare la violenza.

“Chi sarebbe disposto a lasciar andare la sua preda se non c’è nessuno che lo costringa a farlo? Quello che chiedo è che ognuno faccia pressione sui propri governi. Non solo per i palestinesi, ma per salvare Israele da se stesso”.

Una battaglia impari, che va comunque combattuta secondo le donne di Machsom Watch. Ecco perché alla domanda “voi cosa fate” hanno una sola risposta da dare: “Tutto quello che possiamo”.

sabato 24 novembre 2012

Se Questi Sono Gli Uomini

I femminicidi sono delitti annunciati, esecuzioni pubbliche, non sono delitti passionali né raptus. Perchè gli uomini uccidono le donne che non si sottomettono e perchè è così difficile in Italia oggi prendere atto di questa realtà?

Il 25 novembre, giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne e ancora una volta dobbiamo denunciare la violenza di genere: quella politica ed economica, legata ai conflitti armati, alle guerre del capitalismo globale; quella domestica, esercitata nell’ambito delle relazioni familiari e affettive, che in tutti i paesi è la prima causa di morte per le donne.

Nel 2012, in Italia, la violenza maschile sulle donne ha provocato più di un centinaio di vittime. E’ dunque ancora radicata, nel nostro paese, una mentalità patriarcale che autorizza gli uomini ad usare la forza per uccidere, le parole per ferire, la sessualità per offendere.
 
 


Dentro la crisi economica che estende la povertà e la precarietà sociale, le politiche di taglio della spesa pubblica e del welfare hanno tolto risorse alle case rifugio per le donne maltrattate, ai centri antiviolenza, che si sono trovati nell’impossibilità di garantire, nei diversi territori, il mantenimento di un servizio importante che stavano svolgendo.


Ma il contrasto alla violenza sulle donne non può essere demandato ai soli servizi sociali. Il problema non è quello di fornire tutele a un genere femminile pensato come debole. Va indagato invece l’universo maschile, generatore di tanta ferocia.

Sono uomini quelli che stuprano, picchiano, umiliano, uccidono. Non solo nella sessualità, ma anche nel rapporto di coppia, nel corteggiamento, nella gestione delle separazioni la violenza emerge quando la donna non corrisponde più, in forma complementare e speculare, al desiderio maschile inteso come unico motore della relazione.

In questo scenario, ad essere assente è la parola pubblica degli uomini. Il loro silenzio è tombale. Viene rotto solo da alcuni gruppi minoritari di maschi che in Italia hanno iniziato a sviluppare una riflessione sulla propria sessualità, sulla mascolinità e sugli stereotipi che l’accompagnano, sui rapporti con l’altro sesso.

Per tutti questi motivi, le Donne in Nero ritengono che la data del 25 novembre debba trovare una collocazione significativa nel calendario politico del nostro paese e sollecitare un confronto culturale ancora purtroppo mancante.