giovedì 5 marzo 2009

l'8 marzo “Giornata internazionale della Donna” non è per noi momento di celebrazione e di festa


Proviamo apprensione, sdegno e volontà di ribellione di fronte a politiche istituzionali ispirate ad autoritarismo, sessismo e razzismo che producono in Italia un profondo decadimento culturale e mettono a rischio i fondamenti della convivenza civile.

Di fronte ai reali problemi, alle difficoltà, alle inquietudini che investono le nostre vite e che nascono da una crisi economica globale, dall’incertezza e dalla precarietà del lavoro, il governo risponde con provvedimenti che erodono le tutele sociali e con normative securitarie e limitative di diritti e libertà.

Queste scelte hanno una valenza particolarmente negativa sulla vita delle donne.

I tagli ai servizi sociali – scuola, sanità, assistenza – scaricano sulle nostre spalle i compiti di cura, azzerando o riducendo anche quelle esperienze di supporto pubblico già esistenti in tanti territori. Le misure anticrisi, presentate come rimedi urgenti e utili a ridurre la precarietà e a fronteggiare i licenziamenti e la disoccupazione, rivelano la loro profonda inadeguatezza: le donne, già discriminate nella formazione, nella retribuzione, nelle possibilità di avanzamento professionale, sono le prime ad essere licenziate.

Se poi prendiamo in considerazione il modo con cui viene affrontato il problema della violenza sulle donne, la nostra apprensione aumenta. Sebbene sia ormai acquisito il fatto che il 90% degli abusi avviene in famiglia e che le radici di questo fenomeno stanno nell’ineguale rapporto tra i sessi e nel rifiuto dell’autonomia e della libertà femminile, l’attuale governo, invece di assumere come centrale nella riflessione pubblica l’esistenza di una violenza esercitata dal genere maschile sul genere femminile e pensare ad adeguati interventi culturali prima che repressivi, decurta i finanziamenti ai centri antiviolenza, riduce il numero dei consultori e taglia i fondi per la formazione e l’assunzione degli operatori socio-sanitari, figure indispensabili nella tutela della salute e nei percorsi di uscita dai traumi generati dai maltrattamenti subiti.

L’attenzione viene all’opposto spostata sugli stupri o le aggressioni di strada, allontanando così lo sguardo dall’ambito familiare e dall’insieme delle relazioni sociali in cui la violenza si produce in una quotidiana normalità. Si costruiscono così figure di criminali che per nazionalità, singolare e inusuale crudeltà o tara psichica compirebbero reati estranei alle nostre tradizioni e al nostro codice morale. In questo senso la legalizzazione delle ronde private, prevista dal recente decreto governativo, non solo ci pare espressione di una barbarie istituzionale e legislativa, ma una strumentalizzazione dei corpi violati delle donne. Le ronde non sono vissute da noi come rassicurazione, ma come ulteriore minaccia e occasione di possibili arbitri, illegalità e soprusi.

In ogni ambito della vita associata le iniziative del governo minacciano un orizzonte democratico che pensavamo garantito dalla nostra carta costituzionale, limitando fondamentali diritti civili come la libertà di stampa e il diritto di sciopero, e inducendo una profonda disparità nella fruizione della cittadinanza. Ci riferiamo in modo specifico al disegno di legge 733 in via di approvazione, che introduce il reato di clandestinità per i migranti, uomini e donne, e sollecitando i medici alla denuncia degli irregolari, li priva dei più elementari diritti umani, come il diritto universale ed inalienabile alla salute. Questa situazione grava in modo particolare sulle donne straniere, mettendo a rischio la loro salute sessuale e riproduttiva, e pone degli ostacoli alla possibilità di accedere, per la tutela di figli e figlie, alle vaccinazioni e ad altri interventi di cura e prevenzione.

Usando come pretesto il tema dell’insicurezza, della tutela dei cittadini e del territorio, si mettono in atto politiche che hanno l’evidente finalità di esercitare un controllo sempre più pesante e totale sui corpi e sulla libertà dei singoli di decidere delle proprie vite. L’attuale maggioranza di governo abdica ad ogni principio di laicità e alleandosi con le gerarchie vaticane rende esplicito il suo progetto di normare in modo autoritario gli ambiti più complessi e delicati dell’esistenza di ognuno, quelli della vita e della morte. La destra italiana configura uno stato etico che diffida della libertà responsabile delle persone, impone comportamenti e morale e sgretola il tessuto sociale del nostro paese, inquinando le relazioni civili di convivenza.

Le donne si rifiutano di accettare il degrado culturale dilagante, la regressione del senso comune e l’abbandono dei valori di uguaglianza, laicità e dignità della persona

Per questo invitano tutte ad esprimere la propria volontà di cambiamento

manifestando

sabato 7 marzo

dalle ore 16 alle ore 17

davanti alla Prefettura di Udine (via Piave)

e dalle ore 17 alle ore 19

in Piazza Matteotti sempre a Udine


Coordinamento donne contro la violenza


dalle donne in nero di Udine

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