giovedì 24 ottobre 2019

Stop alla guerra di occupazione della Turchia contro il nord e l’est della Siria – Immediatamente!

Il 9 ottobre 2019 lo Stato turco ha iniziato la sua guerra di invasione e occupazione sul territorio della Siria settentrionale. L’esercito turco sta attaccando tutte le principali città e insediamenti lungo il confine, con attacchi aerei e colpi di mortaio. Secondo le cifre pubblicate da Mezzaluna Rossa Curda (The Kurdish Red Crescent), solo durante i primi cinque giorni di attacchi, sono stati uccisi almeno 46 civili e si contano 139 feriti – tra cui molte donne, bambine e bambini.

Attualmente, l’esercito turco insieme a un cosiddetto “esercito nazionale siriano”, composto da mercenari di diversi gruppi terroristici, sta tentando di estendere la propria invasione su quel territorio. Allo stesso tempo, le cellule dormiente dell’ISIS hanno iniziato nuovi attacchi in tutta la Siria settentrionale. Le forze SDF e YPJ-YPG, che hanno liberato la Siria del Nord-Est dal regime terroristico dell’IS, ora stanno dedicando le loro vite per proteggere le persone da nuove occupazioni e massacri. Quelle donne che hanno liberato migliaia di donne della schiavitù sotto IS sono ora bombardate da un esercito NATO. Milioni di vite, di persone di tutte le diverse comunità etniche e religiose, in questa regione, sono sotto minaccia. Diecimila famiglie sono state sfollate. Oltre ai villaggi popolati principalmente da popolazioni curde e arabe, ci sono stati attacchi mirati a quartieri cristiani. È ovvio che questi attacchi vengono portati avanti con obiettivi di pulizia etnica e cambiamento demografico.

L’occupazione turca e i crimini di guerra ad Afrin, a partire da gennaio 2018, sono stati fino ad oggi condonati dalla comunità internazionale. Così, la Turchia s’impegna per espandere il suo territorio e imporre il suo dominio su ulteriori regioni della Siria settentrionale e orientale, violando il diritto internazionale e la sovranità stessa della Siria. Allo stesso tempo, la Turchia trascura la volontà dei popoli della regione che hanno vissuto insieme pacificamente, sotto l’Amministrazione democratica autonoma. Gli attacchi della Turchia sono diretti contro gli avanzamenti della rivoluzione delle donne nel Rojava, che è stata una fonte di ispirazione per le donne di tutto il mondo. Le donne, che sono state avanguardia nella costruzione di un modello sociale alternativo, per una società democratica ed ecologica basata sulla liberazione delle donne, sono prese di mira dagli attacchi delle squadre assassine jihadiste. Il copresidente del Partito Futuro della Siria, Hevrin Xelef è stata assassinata in un’imboscata il 12 ottobre, mentre era in viaggio per visitare feriti e sfollati nella regione di Til Temir. Nonostante 8 anni di guerra continua in Siria, le regioni dell’amministrazione Autonoma nel Nord-Est della Siria sono riuscite a garantire diritti democratici e rispondere ai bisogni di tutte le persone in questa regione. Centinaia di migliaia di rifugiati di guerra provenienti da diverse regioni della Siria hanno trovato rifugio qui. Senza alcun sostegno degno di nota da parte delle organizzazioni delle Nazioni Unite, questi rifugiati sono stati accolti, protetti e sostenuti dalle strutture dell’Amministrazione Autonoma.

Mentre il governo di Erdogan ha annunciato apertamente questa guerra e i suoi piani di occupazione, la comunità internazionale – compresi gli organi dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) – non ha adottato misure adeguate per impedire che ciò accadesse. Inoltre, potenze egemoniche come la Russia e Gli Stati Uniti hanno incoraggiato l’aggressione della Turchia. I genocidi dell’Impero ottomano contro gli armeni e il popolo siriaco nel 1915 e i massacri contro il popolo curdo a Dersim, Halebje, Nussaybin, Cizire, Afrin … sono ancora nelle nostre menti. Oggi di nuovo, i crimini contro l’umanità sono stati preparati ed eseguiti apertamente, poiché il calcolo dei profitti di guerra conta di più del diritto internazionale, dei valori e diritti umani.

Le donne del Rojava hanno sempre sottolineato:

“Abbiamo difeso la rivoluzione delle donne con i nostri sacrifici. Conduciamo la nostra lotta a nome di tutte le donne nel mondo”.
 La guerra della Turchia contro le donne e i popoli del Nord-Est della Siria è un’aggressione contro tutte noi. Mira a colpire gli avanzamenti e i valori delle nostre lotte per i diritti, la libertà e la giustizia delle donne – ovunque. Con la campagna internazionale Women Defend Rojava (Donne in difesa del Rojava), ci uniamo contro il fascismo, l’occupazione e il patriarcato. Alziamo la nostra voce per il riconoscimento dell’autonomia dell’Amministrazione autonoma nel Nord-Est della Siria, per la pace e la giustizia in Siria.

Per prevenire nuovi genocidi e femminicidi nel 21° secolo, esortiamo il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, tutti gli organismi competenti della comunità internazionale e i governi ad intraprendere azioni urgenti al fine di:

  • Fermare immediatamente l’invasione e l’occupazione della Turchia nel Nord-Est della Siria; 
  • Istituire una No-Fly-Zone per la protezione delle vite delle persone nel Nord-Est della Siria; 
  • Prevenire ulteriori crimini di guerra e fermare la pulizia etnica da parte delle forze dell’esercito turco, dell’ISIS, di El Nusra e di altri gruppi terroristici jihadisti; 
  • Processare tutti i crimini e i criminali di guerra; 
  • Interrompere il commercio di armi con la Turchia; 
  • Attuare sanzioni politiche ed economiche contro la Turchia; 
  • Riconoscere l’Amministrazione autonoma democratica dei popoli del Nord-Est della Siria; 
  • Adottare misure immediate per una soluzione politica della crisi in Siria con la rappresentanza e la partecipazione delle donne e rappresentanti di persone di tutte le diverse comunità nazionali, culturali e religiose in Siria.  

Women Defend Rojava Campaign Committee 15 ottobre, 2019


Per Adesioni

 •    individui: dal sito https://womendefendrojava.net/ compilando il modulo online scorrendo un po’ la pagina sulla destra


•    Organizzazioni: scrivendo all’indirizzo: solidarietadonnekurde@gmail.com

Prime adesioni:

Organizzazioni:
Women‘s Council of North and East Syria; Kongra Star; Council of Women in Syria MJS, Union of Free Women East Kurdistan KJAR, Organisation of Freedom Seeking Women Kurdistan RJAK, East Kurdistan Women’s Association Ronak, Kurdish Women’s Public Relation Office REPAK, Kurdish Women’s Movement in Europe TJK-E; International Representation of Kurdish Women’s Movement IRKWM, Kurdish Women’s Peace Office CENÎ; Kurdish Women’s Student Union JXK; Young Women’s Movement Jinên Ciwan; Êzidî Women’s Freedom Movement TAJÊ; Alevit Democratic Women‘s Movement; Free Women‘s Foundation Rojava (WJAR); Initiative of Democratic Muslim Women; Jineolojî Academy; Palestine Women’s Association Lebanon; Women’s Branch of Syriac Union Party Lebanon; Social and Cultural Association NEWROZ Lebanon; Mujeres Terretorios y Resistancias (Santa Cruz / Bolivia); Southall Black Sisters (UK); Revolutionary Association of the Women of Afghanistan (RAWA); Women’s Strike Poland; Mujeres Libres (CNT / Spain); Union Syndicale Solidaires France; International Labour Network of Solidarity and Struggles; Feminist Assembly of Madrid (Spain); Feministas de Abya Yala (Uruguay); Centro de Intercambios y Servicios Cono Sur CISCSA (Argentina).
Individui:
Mahila Kisan Adhikaar Manch (Forum for Women Farmers‘ Rights, India); Sylvia Marcos (Author, Mexico); Meredith Tax (writer & Emergency Committee for Rojava, USA); Nadje Al-Ali (academician, USA); Collette McAllister (Sinn Féin, Irland); Maria Luiza Duarte Azedo Barbosa (World Women‘s March, Brazil); Dr Radha D’Souza (University of Westminster, UK); Dr Mahvish Ahmad (University of Western Cape, South Africa), Francesca Gargallo Celentani (author and feminist, Mexico); Laura Quagliuolo (editor, Italy); Teresa Cunha (academician, Portugal); Tor Bridges (aunt of Anna Campbell, Producer, UK); Lilian Galan (MPP, Uruguay); Nancy Fraser (professor of philosophy and politics, USA); Dr Mithu Sanyal (author and broadcaster, Germany); Margaret Owen (Widows for Peace through Democracy WPD & Patron of Campaign Peace in Kurdistan, UK); Alba Sotorra Clua (filmmaker, Spain); Rahila Gupta (writer and activist, UK); Dr Mónica G Moreno Figueroa (sociologist, UK); Julie Ward (Member of European Parliament, UK); Prof Sarah Franklin (sociologist, UK); Wendy Lyon (human rights lawyer, Ireland); Dr Zahra Ali (sociologist, USA); Fatemeh Sadeghi (McGill University, Canada/Iran); Dr Sarah Glynn (academician, Scotland); Maryam Ashrafi (social documentary photographer & film-maker, Iran); Dr Hettie Malcomson (academician, UK); Debbie Boockchin (journalist & author, UK); Selay Ghaffar (Solidarity Party of Afghanistan); Dr Marina Sitrin (Binghamton University, USA); Amber Huff (researcher, UK); Christelle Terreblanche (University of Kwazulu-Natal, South Africa); Erella Shadmi (academician, Israel); Molly Crabapple (artist and author, USA); Dr. Soraya Fallah (California State University, USA); Dr. Camilla Power (Radical Anthropology Group, UK); Prof. Flavia Almeda Pita (State University of Feira de Santana Bahia & Incubadora de Economia Popular Soldidaria, Brazil); Houzan Mahmood (writer, UK); Dina al-Kassim (University of British Colombia, Canada), Vilma Rocio Almendra Quiguanas (Indigenous Nasa/Misak, Pueblos en Camino, Colombia); Helina Paul (ecologist, UK); Rane Khanna (filmmaker & lecture, UK); Mechthild Exo (researcher & activist in peace and conflict studies, Germany); Rita Lora Segato (National University of San Martin, Brazil); Prof Emeritus Ana Falu (National University of Cordoba, Argentina); Janet Sarbanes (writer and professor, USA); Charlotte Maria Saenz (academician, USA); Monika Gärtner-Engel (founding member of World Women Conference, Germany); Carla Bergman (writer & film-maker, Canada); Targol Mesbah (academician, USA); Lilián Raquel Galán Pérez (deputy of Parla Sur, Latin America); Sally Jackson (academician, USA); Verónica Mounier (academician, Mexico); 



 

giovedì 11 aprile 2019

70 Anni bastano!





Il 4 aprile la NATO, Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord, 
compie 70 anni.





La NATO è stata fondata come alleanza difensiva dei paesi che ne facevano parte, ma: 

  • nell’aprile 1999 il Nuovo Concetto Strategico impegna i paesi membri a condurre operazioni militari anche "al di fuori del territorio dell’Alleanza”, per ragioni di sicurezza globale, economica, energetica e migratoria; così si trasforma in alleanza che prevede l’aggressione militare in qualunque parte del mondo; 
  • la nuova strategia è stata messa in atto con le guerre in Jugoslavia, in Afghanistan, in Libia e le azioni di destabilizzazione in Ucraina e in Siria; 
  • l’appartenenza dell’Italia alla NATO ha condizionato e condiziona pesantemente le nostre politiche nazionale ed estera orientandole alla guerra; 
  • la NATO sostiene la necessità di deterrenza nucleare. Nel 2010 (Summit di Lisbona) ribadiva che “...fino a che ci saranno armi nucleari nel mondo, la NATO resterà una Alleanza nucleare”; 
  • in Italia nelle basi di Ghedi e Aviano sono immagazzinati almeno 70 ordigni nucleari, anche se l’Italia ha sottoscritto il Trattato di Non Proliferazione nucleare; per lo stesso motivo il nostro paese non ha aderito al Trattato sulla messa al bando delle armi nucleari, adottato dall’ONU il 7 luglio 2017; 
  • l’Italia destina attualmente 70 milioni al giorno a spese militari; secondo la richiesta fatta dalla NATO di raggiungere almeno il 2% del PIL questa cifra deve salire come minimo a 100 milioni al giorno; 
  • costano le basi USA e NATO e costa la manutenzione necessaria in particolare per le nuove bombe atomiche B61-12, che saranno installate a Ghedi e Aviano. 
Esigiamo che: 
  • non si prosegua l’acquisto degli F35 e si riducano in modo consistente le spese militari; 
  • non si piazzino a Ghedi e Aviano le nuove bombe nucleari B61-12; 
  • non siano collocati in Italia nuovi missili “atomici”;
  • l’Italia firmi e ratifichi il Trattato ONU per l’abolizione degli ordigni nucleari; 
  • si chiudano le basi e le installazioni USA e NATO in Italia e le si riconverta a uso civile

Libertà per Nasrin Sotoudeh

Lettera aperta al Presidente del Parlamento Europeo, Antonio Tajani e all’Alto rappresentante dell'Unione Europea per gli Affari esteri, Federica Mogherini 

Nasrin Sotoudeh, a cui il Parlamento europeo nel 2012 ha conferito il premio Sacharov per la libertà di pensiero, è stata condannata dalla magistratura iraniana a 38 anni di carcere e 148 frustate con l’accusa di spionaggio e altri reati legati alla sicurezza nazionale. 

Reati dei quali si dichiara innocente. 

E noi le crediamo perché abbiamo condiviso le sue battaglie in difesa dei diritti delle donne, dei dissidenti politici e contro la pena di morte anche a costo della sua stessa libertà personale e crediamo che le accuse mossele siano del tutto pretestuose, volte unicamente a far tacere per sempre la sua voce coraggiosa e libera e a privare così le donne iraniane e gli oppositori politici della loro avvocata. 

Pur avendo già subito un periodo di carcerazione dal 2010 al 2013, Nasrin, una volta tornata in libertà, ha continuato a lottare per l’abolizione della pena di morte e a difendere le donne che rifiutano l’obbligo di indossare il velo. 

Esprimiamo la nostra indignazione di fronte a questa condanna ingiustificata e barbara e chiediamo al Parlamento Europeo e all’Alto rappresentante dell'Unione Europea per gli Affari esteri di intervenire rapidamente per ottenere il rilascio di Nasrin. Noi donne che ovunque nel mondo siamo impegnate ad affermare i nostri diritti, la nostra autodeterminazione e opposizione a regimi patriarcali abbiamo bisogno del suo contributo, del suo coraggio, del suo sorriso. 

A lei e alla sua famiglia esprimiamo tutta la nostra solidarietà e vicinanza.

venerdì 29 giugno 2018

Comunicato Stampa - Cristina Cattafesta

 
Pubblichiamo, con preghiera di massima diffusione, il comunicato stampa lanciato oggi dalla famiglia e dal legale di Cristina Cattafesta, attivista del CISDA trattenuta nel Dipartimento Immigrazione di Gaziantep Turchia dal 26 Giugno.


  
 La famiglia di Cristina Cattafesta e la loro legale Avv. Alessandra Ballerini, esprimono grave preoccupazione per il protrarsi della permanenza presso il Centro di espulsione di Gaziantep, nel sud est della Turchia.

Cristina era in Turchia, in qualità di Osservatrice Internazionale per le elezioni presidenziali e parlamentari insieme a una delegazione C.I.S.D.A. ed è stata fermata il 24 giugno per un controllo. Martedì 26 è stata trasferita nel Dipartimento Immigrazione di Gaziantep per essere rimpatriata.

Speriamo tutti che il suo rientro sia imminente, ma sono passati cinque giorni dal suo fermo e nelle ultime 48 ore, ossia da quando è stata trasferita a Gaziantep, nessuno di noi è più riuscito ad avere contatti con lei perché le è stato sequestrato anche il cellulare.

Cristina è una donna di 62 anni che soffre di problemi di salute ed ha la necessità di fare controlli continui e cure adeguate. Non abbiamo informazioni certe sul suo rientro, né la possibilità di metterci in contatto con lei. Sappiamo che ieri l’avvocato del Consolato Italiano è andato a trovarla e siamo grati per l’impegno della Farnesina con la quale siamo in costante contatto ma esprimiamo seria preoccupazione per il suo stato di salute e chiediamo all’ Ambasciata Italiana, alle Istituzioni Italiane ed Europee il massimo impegno per riportare Cristina Cattafesta in Italia nel più breve tempo possibile.

 La Famiglia di Cristina Cattafesta e l’avv. Alessandra Ballerini

martedì 26 giugno 2018

Cristina Cattafesta Libera Subito!



Pubblichiamo questo comunicato del CISDA di cui Cristina Cattafesta è la Presidente per affermare la nostra vicinanza e il nostro sostegno come Donne in Nero, in questo momento di forte preoccupazione per la sua detenzione prolungata in un centro di espulsione nella località di Gaziantep, in attesa della decisione di Ankara sulla sua sorte. 


Attivista per i diritti umani e contro la guerra , al fianco delle Donne Afghane, con il CISDA ora anche impegnata sulla causa curda, amica da sempre delle Donne in Nero, Cristina è un esempio di impegno internazionale senza sosta. In questo quadro si inserisce la sua accettazione del ruolo di osservatore internazionale nei seggi delle zone curde, in una tornata elettorale presidenziale molto importante e delicata specie per il popolo curdo.

Ora siamo in attesa di sviluppi positivi e che Cristina possa congiungersi al resto della delegazione e ritornare in Italia al più presto. Nel caso in cui la sua detenzione dovesse prolungarsi, siamo a disposizione per qualunque iniziativa si voglia prendere in proposito da parte del CISDA.


26 giugno 2018

Il 21 giugno scorso, una delegazione di sei persone del Coordinamento Italiano a Sostegno delle Donne Afghane (Cisda) è partita alla volta della Turchia, nel sud est del paese, per svolgere il ruolo di Osservatrice Internazionale per le elezioni presidenziali e parlamentari. Il Cisda, da tre anni impegnata a sostegno della causa curda, ha risposto ai numerosi appelli di organizzazioni della società civile e dello stesso partito dell’HDP, che chiedevano la presenza di osservatori internazionali per monitorare un processo elettorale fondamentale per il futuro del paese. 

Domenica 24 giugno nella città di Batman, dove si trovava il seggio cui era stata destinata, Cristina Cattafesta, Presidente del Cisda, è stata fermata per un controllo da parte della polizia turca. Nei giorni precedenti anche altri osservatori erano stati fermati ed espulsi, ma non trattenuti. Il 25 giugno il procedimento contro la nostra compagna si è concluso con una sentenza di espulsione dalla Provincia di Batmam, con conseguente trasferimento nel Dipartimento Immigrazione, dove avrebbe dovuto essere trattenuta non oltre 24 ore. 

Giunge invece oggi la notizia che la Procura di Batman ha trasferito la decisione direttamente ad Ankara. Cristina Cattafesta sarà trasferita in un Centro di espulsione a Gaziantep. I tempi per la sua liberazione sono ad ora imprevedibili, e soggetti alla volontà dei giudici. Cristina Cattafesta è un’attivista che ha scelto di dare il suo sostegno e supporto come osservatrice per un processo elettorale complesso, come quello che si è svolto in Turchia. 

Mantenendo la massima cautela e il riserbo che la situazione richiede, ringraziamo tutti e tutte per le parole di solidarietà e per l’attenzione nei confronti di quanto accaduto. Saremo felici di dare visibilità a tutti i gesti di vicinanza che riceveremo e che danno voce a quella realtà che non abbassa lo sguardo per la giustizia e il rispetto dei diritti umani. 

Vi terremo aggiornati su eventuali iniziative che prenderemo a suo favore. Ci auguriamo che il caso sia chiuso nel più breve tempo possibile e che Cristina possa tornare al più presto in Italia. Libera.

sabato 23 dicembre 2017

Una giustizia femminista per rispondere alle molteplici violenze contro le donne


Sono morta il 15 Agosto del 1992.
Sono viva perché ho bisogno di raccontare la verità


 Una testimone del Tribunale delle Donne di Sarajevo



La rete italiana delle Donne in Nero ritiene importante far conoscere la straordinaria importanza del Tribunale delle Donne dei Balcani e aprire anche in Italia una riflessione su un approccio femminista alla giustizia. Per questo è stato lanciato un appello ad altre donne e si sono moltiplicate iniziative in varie città.

Appello ad una riflessione comune

Come Donne in Nero di Padova e come Rete italiana delle Donne in Nero stiamo riflettendo sulla giustizia in un’ottica femminista a partire dall’esperienza del Tribunale delle donne, svoltosi a Sarajevo nel maggio del 2015, e di altre esperienze di tribunali delle donne, anche se articolati in modo diverso e con finalità diverse. (Dopo il primo tribunale delle donne, istituito nel 1992 a Lahore in Pakistan, ne sono stati organizzati quasi 40, ricordiamo quello del 2000 a Tokio per le comfort women, nel 2001 a Città del Capo, nel 2006 a Mumbai e nel 2009 a Bangalore in India, in California nel 2012 sulla situazione delle donne povere, bianche e nere...). 


Nella sessione del Tribunale di Sarajevo, a cui alcune di noi hanno partecipato, sono state presentate le testimonianze delle violenze subite dalle donne a partire dall’inizio delle guerre nei Balcani nel 1991 ad oggi. La necessità di istituire il Tribunale delle donne è stata motivata dalle risposte inefficaci e insufficienti che le donne hanno ricevuto dalle istituzioni, compreso il Tribunale internazionale de L’Aia per la Jugoslavia: infatti le donne che sono riuscite a parlare in tribunale hanno verificato l’assenza di ascolto o, per lo meno, un ascolto malevolo. 

Le testimonianze delle donne hanno evidenziato e condannato il patriarcato locale e il sistema socio-economico sia durante la guerra sia dopo; è emersa infatti una continuità tra violenza durante la guerra e violenza nel dopoguerra, se durante la guerra il corpo della donna è diventato un campo di battaglia, dopo la guerra diventa una merce qualunque senza valore e superfluo nel mercato della privatizzazione. La violenza sulle donne assume dunque il significato di paradigma di ogni altra forma di violenza. 

Dall’esperienza dei tribunali delle donne risulta che, in un’ottica femminista, non è sufficiente individuare i responsabili delle ingiustizie subite, ma è necessario: 

  • un ascolto empatico e solidale con le donne che raccontano le loro esperienze;
  • il riconoscimento delle capacità di resistenza delle donne di fronte alle esperienze di violenza e alle loro conseguenze; 
  • l’individuazione di responsabilità collettive, strutturali, degli stati, dei governi, delle istituzioni a vari livelli, allargando lo sguardo oltre le responsabilità dei singoli mediante una riflessione comune sulla giustizia da un punto di vista femminista. 

L’insufficienza della giustizia penale, che emargina e toglie voce alle vittime, e il riconoscimento dell’ingiustizia, fanno parte dell’approccio femminista alla giustizia: è la testimonianza dell’ingiustizia che deve stare al centro del procedimento, è essa a definire il reato. Ma per attuare questa nuova forma di giustizia è imprescindibile stabilire relazioni tra gruppi e singole diverse, praticare l’ascolto empatico e solidale che pone al centro l’esperienza delle donne senza atteggiamenti giudicanti, la chiamata ad una responsabilità collettiva che produce conoscenza e aumenta iniziative e azioni. 

L’approccio femminista alla giustizia, nell’esperienza della ex-Jugoslavia e di altre regioni, rappresenta una esperienza preziosa, che secondo noi va raccolta e rielaborata di fronte alla violenza che le donne subiscono anche qui da noi in un tempo cosiddetto pacificato (violenza sessuale fuori e dentro la famiglia, prostituzione forzata e riduzione in schiavitù, violenza economica, violenza legata al militarismo…). 

Come Donne in Nero desideriamo riflettere confrontandoci con le esperienze di chi subisce la violenza e con gli studi prodotti dalle femministe, mettendo a disposizione delle persone interessate ad approfondire queste tematiche, le nostre esperienze e i materiali scritti e video di cui disponiamo. 

Ravenna
Schio

Torino
Bologna





















Padova






PER SAPERNE DI PIU’: https://www.facebook.com/giustiziafemminista/

martedì 26 settembre 2017

Anissa Manca ci ha lasciate






La nostra amica, Donna in Nero di Roma,  Anissa se n'è andata e ha lasciato un grande vuoto. Ha lavorato con impegno e amore per i diritti del popolo palestinese. 



Riproduciamo qui un ricordo di Anissa pubblicato su “La nonviolenza è in cammino”.



 E' deceduta Agnese Anissa Manca, che era l'umanita' come dovrebbe essere. La ricordiamo con gratitudine che non si estingue. Riproponiamo due suoi brevi ritratti.


Di formazione sociologica e linguistica. Gia' docente di lingua araba, autrice della Grammatica (teorico-pratica) di arabo letterario moderno in uso nelle Universita' e Scuole di lingue. Ha viaggiato in tutta Europa, in Medio ed Estremo Oriente, in Asia e nelle Americhe. Ha studiato e lavorato in Belgio, Giordania, Palestina, Egitto e Usa. Negli ultimi anni svolgeva lavoro di volontariato in continuazione con la sua esperienza di lavoro in campi profughi palestinesi, a favore bei bambini feriti di Gaza e in vari altri contesti di emarginazione come la popolazione carceraria specie se immigrata.

Agnese Manca, nata a Terralba (Or) nel 1932, ha lasciato la Sardegna nel 1957 da insegnante elementare. Dopo aver conseguito il Diploma di Assistente Sociale presso l'Enssis di Roma nel 1961, si e' trasferita in Belgio poi in Medio Oriente come membro dell'associazione internazionale "Inter-cultural" (Ica-Afi) con sede a Bruxelles. Ha svolto attivita' di studio e di lavoro in Belgio, Giordania, Egitto e Stati Uniti utilizzando sempre la lingua del posto. Dopo due anni di studio intensivo della lingua araba nella cittadina giordana di Aqaba, nel Mar Rosso, ha frequentato per un anno la Facolta' di Sociologia dell'Universita' di Amman ed ha terminato i suoi studi in Egitto, laureandosi nel 1969 presso l'Istituto Superiore di Servizio Sociale del Cairo.

Nel 1974 ha ottenuto il Master of Arts in Sociologia all'Universita' statale dell'Illinois in Chicago dove ha insegnato nello stesso Dipartimento in qualita' di assistente. Ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Lingua e Letteratura Araba e in Dialetti Arabi (1985), presso la Scuola Orientale della Facolta' di Lettere e Filosofia dell'Universita' "La Sapienza" di Roma, con una tesi di ricerca e di approfondimento della lingua araba nelle sue varie sfaccettature dalle origini ai giorni nostri. Ha svolto insegnamento di Lingua Araba e di Sociologia Islamica presso il Pontificio Istituto di Studi Arabi e Islamici (Roma, 1975-80).

Ha avviato il Corso triennale di Arabo Letterario Moderno all'Ismeo (Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente) di Roma dove ha insegnato dal 1980 al 1987. Conclude la sua carriera d'insegnamento, in Italia e all'estero, presso l'Istituto Universitario Orientale di Napoli, nell'anno accademico 1996-97, tenendo un Corso di Lingua e Letteratura Araba nella Facolta' di Lingue e Letterature Straniere.

Lontano dalle cattedre di insegnamento, la sua passione per la lingua e la cultura araba, ormai parti integranti della sua identita' originaria, non ha perso il suo smalto. In tutti questi anni, infatti, i contatti col mondo arabo e non solo, attraverso viaggi e progetti di solidarieta', hanno rinvigorito il suo slancio iniziale per una condivisione di ideali e di culture. Roma rimaneva la sua dimora ed era qui che continuava la sua azione a favore di un mondo amico e solidale al di la' di ogni confine.

Ciao Anissa, ci mancherai molto.