sabato 26 settembre 2009

Beato il mondo quando non avra' piu' bisogno di eroi


La manifestazione per la libertà di informazione e' stata rinviata per non sovraporre alla giornata di lutto nazionale per i soldati italiani uccisi a Kabul.

Per noi questa decisione e' stata sbagliata e disonesta. Abbiamo dato la nostra adesione alla manifestazione perche' riteniamo la liberta' d'informazione un fattore importantissimo nella lotta contra le guerre e la violenza e nella lotta per i diritti delle donne - lotte che non si puo' separare.

Mi dispiace molto vedere i
governi mettere a rischio le vite
dei soldati in nome della
democrazia. Il fatto e' che
i soldati servono gli interessi
della Casa Bianca e le
conseguenze della loro
occupazione sono devastanti
per il mio popolo.

Malalai Joya



Se crediamo davvero nell'importanza della liberta' d'informazione, dovrebbe essere chiaro che la mancanza d'informazione seria sui motivi e le consequenze della missione militare in Afganistan ha giocato un ruolo importante nell'uccisione dei 6 solidati italiani.

Ritirarci e restare in silenzio mentre la tragedia che ha colpito questi uomini e i loro cari viene strumentalizzata proprio da quelli che li hanno mandati a morire non e' segno di rispetto - anzi.

Percio nonostante la pioggia e la decisione di molti di rimandare la manifestazione, a Bergamo le Donne in Nero hanno mantenuto l'appuntamento, vestite in nero per il lutto che portiamo per le guerre, per ogni guerra.

Se l'informazione desse le giuste notizie e documentazioni sui motivi di ogni guerra forse ci sarebbe più pace.

Estendiamo anche la nostra solidarieta' a Simonetta Salacone, dirigente scolastica della scuola Iqbal Massih di Roma, che ha rifiutato di participare in ancora una strumentalizzazione - il minuto di silenzio per i caduti in Afghanistan. Simonetta Salacone ha spiegato la sua decisione con chiarezza e eloquenza:
Clicca il testo per leggere la lettera intera.

domenica 13 settembre 2009

Guerra in Afganistan - alleanza con assassini e stupratori

Di solito, uno dei "vantaggi" piu' citati dell'intervento Nato e' proprio l'aver migliorato la condizione delle donne afgane, ma Malalai Joya non e' d'accordo: "Cosi' come i raid aerei non hanno portato sicurezza agli afgani, cosi' l'occupazione non ha portato sicurezza alle donne afgane. In realta' si e' trattato dell'esatto contrario. La ora tristemente famosa legge sul diritto di famiglia non e' che la punta dell'iceberg della catastrofe che ha colpito i diritti delle donne nel nostro paese occupato. L'intero sistema ora, in special modo la magistratura, e' infettato dal virus del fondamentalismo e percio' in Afghanistan gli uomini che commettono crimini contro le donne possono farlo impunemente".

I soldati occidentali combattono i Talebani, causando "danni collaterali" alla popolazione civile, mentre i governi occidentali hanno anche le loro vittime di danno collaterale - i diritti civili di tutta la popolazione afgana, ma sopratutto i diritti delle donne, vengono sacrificati alle alleanze cono integralisti e signori della guerra che possano portare una stabilita' superficiale, che permettera' a loro perseguire le loro interesse, ma non portera' ne' pace ne' sicurezza al popolo afgano.

Poco dopo le elezioni del 20 agosto, Malalai Joya ha scritto:

Come mllioni di Afghani, non ho nessuna speranza nei risultati delle elezioni. In un paese controllato dai signori della guerra, dalle forze di occupazione, da terroristi Talebani attraverso i soldi della droga e le armi dafuoco, nessuno potrebbe aspettarsi una votazione equa. Gli osservatori internazionali parlano di frode e di intimidazione, ma fra la gente si dice solo che il vincitore e' gia' stato scelto dalla Casa Bianca.
Il Presidente, Hamid Karzai, ha cementato alleanze con signori della guerra brutali e con integralisti per mantenere la sua posizione.Secondo la nostra costituzione ai criminali di guerra è vietato occupare cariche istituzionali, ma Karzai ha nominato Karim Khalali e Mohammed Qasim Fahim alla vicepresidenza - tutti e due sono accusati di atroctita' contro il nostro popolo.

Accordi sono stati fatti con innumerevoli integralisti. Questasettimana il signore della guerra Rashid Dostum e' tornato dall'esilioe all'estremista filoiraniano Mohammad Mohaqiq, accusato di crimini di guerra, sono stati promessi cinque posti nel gabinetto del governo peril suo partito, come risarcimento per il suo appoggio a Karzai.

Altro che democrazia, quelli che abbiamo in Afghanistan sono accordi segreti fra signori della guerra nemici giurati dellademocrazia e della giustizia. Il presidente ha anche continuato a tradire le donne afghane.

Anche dopo le proteste internazionali - e quelle coraggiose nelle strade di Kabul - Sr Karzai ha introdotto la legge dello stupro, contro le donne sciite, per avere il sostegno degli integralisti nelle elezioni. Aveva promesso di rivedere la legge, ma alla fine, e' stata approvata con pochi emendamenti e le dichiarazioni misogine non sono state rimosse. Come ha dichiarato Human Rights Watch: "Karzai hafatto un accordo vergognoso, vendendo le donne afghane per avere l’appoggiodegli integralisti. "

E i due principali sfidanti non offrono niente. Ashraf Ghani e Abdullah Abdullah sono stati ministri in questo governo screditato, e nessuno dei due gode di sostegno tra la gente. Noi Afghani sappiamo che quest'elezione non cambiera' nulla e che fa parte di uno spettacolo di finta democrazia fatto per e dall'Occidenteper rendere legittimo il suo governo fantoccio in Afghanistan. Sembra che siamo condannate a una continuazione del governo corrotto e mafioso.

La democrazia non verra' dalla canna di un fucile, o dalle bombe a grappolo lanciate dalle forze straniere. La lotta sara' lunga edifficile, ma i valori di una democrazia vera - diritti umani ediritti della donna - possono essere conquistati solo dal popolo Afgano. Quindi, non lasciatevi ingannare per questa finta democrazia.

I governi occidentali non ascoltano neanche l'opinione pubblica dei propri paesi, dove sempre più numerosi sono contro la guerra. Nelle mie visite nei paesi che hanno soldati in Afghanistan, ho incontrato tanti genitori che hanno perso i loro cari nella guerra nelmio paese. Mi dispiace molto vedere i governi mettere a rischio le vite dei soldati in nome della democrazia. Il fatto e' che i soldati servono gli interessi della Casa Bianca e le conseguenze della loro occupazione sono devastanti per il mio popolo.

Credo che se la gente normale in Afganistan e nei paesi della NATO potesse votare ed esprimere la propria volonta', questa occupazione infinita cesserebbe e ci sarebbe una possibilita' per creare la pace in Afganistan.

martedì 4 agosto 2009

Fermare la pulizia etnica a Gerusalemme Est

Domenica, 2 agosto all'alba, le forze israeliane hanno espulso due famiglie delle loro case nel quartiere di Gerusalemme Est occupata, Sheikh Jarrah- l'ennesimo esempio della politica di pulizia etnica nei territori occupati, e sopratutto a Gerusalemme Est.

Il seguente appello contro le espulsioni di palestinesi dalle case di Sheik Jarrah e di altri quartieri di Gerusalemme Est sara' inviato alla stampa e alle rappresentanze diplomatiche in Israele/Palestina. Manda anche tu il messaggio al nostro governo e rappresentanti diplomatici in Israele: presidenza.repubblica@quirinale. it, gabinetto@esteri. it, luigi.mattiolo@ esteri.it, luciano.pezzotti@ esteri.it


BASTA ESPULSIONI DI PALESTINESI DA GERUSALEMME EST

Domenica 02 agosto e' stato reso esecutivo l'ordine di sfratto pendente su due famiglie palestinesi di Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est. Alle prime ore del mattino i soldati dell'IDF hanno costretto con la forza le famiglie al Ghawi e al Hanoun, gia` profughi nel `48, a lasciare le loro case nel quartiere di Sheikh Jarrah, dove risiedevano dal 1956. Al loro posto sono gia' entrati nelle abitazioni coloni israeliani.



“Deploro le azioni totalmente inaccetabili di Israele, per cui le forze israeliane hanno espulso famiglie palestinesi - profughi registrati con l'UNRWA - dalle loro case nel quartiere arabo di Sheikh Jarrah in Gerusalemme Est per permettere dei coloni a prendere possesso degli edifici. Tali azioni sono contrarie alle disposizioni delle Convenzioni di Ginevra riguardanti territori occupati. Le Nazioni Unite respinge le pretese israeliane che questo sia un assunto per le autorita' comunali e tribunali nazionali. Richiedo Israele ad aderire alla legalita' internazionale, fermando e revocando tali azioni provocatorie e inaccetabili."

Robert Serry, Coordinatore Speciale dell'ONU per il Processo di Pace.


Siamo inorriditi dalle espulsioni a Gerusalemme Est. La posizione israeliana che l'imposizione di coloni estremisti in un quartiere antico arabo sia un assunto dei tribunali o il comune e' inaccetabile. Tali azioni sono incompatibili con il desiderio per la pace dichiarato da Israele.

Consulato Britannico a Gerusalemme.


Da settimane la presenza di cittadini e attivisti per i diritti umani palestinesi, israeliani ed internazionali ha sostenuto la determinazione
delle famiglie a non lasciare le proprie case e a non divenire vittime delle politiche di pulizia etnica dello Stato di Israele.

Secondo il Diritto Internazionale Gerusalemme Est fa parte dei Territori Palestinesi Occupati da Israele dal 1967 e la comunita' internazionale e' tenuta a far rispettare le risoluzioni delle Nazioni Unite che vietano il trasferimento di popolazioni cosi' come ogni intervento atto a modificare lo status quo della citta' (cfr. Convenzioni di Ginevra (1949) e Risoluzioni ONU (n. 242 del 1967, 252 del 1968, 267 del 1969, 271 del 1969, 298 del 1971, 465 del 1980, 476 del 1980, 478 del 1980).









La condizione degli abitanti palestinesi a Gerusalemme Est si fa sempre piu' insostenibile a causa delle politiche discriminatorie del Governo occupante che hanno come obiettivo la giudeizzazione della citta' di Gerusalemme creando continuita' territoriale tra Gerusalemme Ovest e gli insediamenti israeliani illegali che circondano Gerusalemme Est.


Dal 1967 ad oggi sono stati costruiti 17 insediamenti che occupano circa il 35% del territorio di Gerusalemme Est, nei quali vivono piu' 200,000 coloni. Fonti OCHA (Office for Coordination of Humanitarian Affairs www.ochaopt.org/) riportano che tra il 1967 e il 2006 sono state demolite piu' di 8500 case palestinesi. Nei soli primi 4 mesi del 2009,OCHA ha registrato la demolizione di 19 strutture a Gerusalemme Est, che comprendono 11 abitazioni civili. Di conseguenza 109 palestinesi, tra cui 60 bambini, si ritrovano sfollati.


Le dirette conseguenze sulla societa' palestinese di tali azioni del Governo Israeliano sono la frammentazione territoriale dei diversi
quartieri di Gerusalemme Est nonche' l'isolamento di Gerusalemme Est dal resto della Cisgiordania, creando di fatto le condizioni per cui Gerusalemme diventi la capitale 'unica ed eterna' dello Stato di Israele in violazione del Diritto Internazionale e delle Risoluzioni ONU.

L'unica difesa a cui possono ricorrere i palestinesi di Gerusalemme e' il sostegno e il supporto della comunita' internazionale, l'unica che puo' esercitare pressione sul Governo Israeliano per revocare immediatamente gli ordini di espulsione dei palestinesi di Gerusalemme Est (Sheikh Jarrah, Citta' Vecchia, Silwan, Bustan, Ras al Amud) e per fermare i piani di costruzione di nuovi insediamenti a Gerusalemme.

Le famiglie al Ghawi, al Hanoun e al Kurd, quest'ultima cacciata dalla propria abitazione nel novembre 2008, sono solo le prime tra le 28 famiglie (500 persone) residenti nel quartiere di Sheikh Jarrah, che sono a rischio di espulsione.

La nuova amministrazione statunitense e l'Unione Europea hanno condannato la confisca, la demolizione delle case palestinesi a Gerusalemme Est e la costruzione di nuovi insediamenti. Chiediamo pertanto al Governo Italiano e piu' direttamente alla rappresentanza diplomatica del Consolato Generale di Italia a Gerusalemme di condannare severamente il governo israeliano per le espulsioni delle famiglie al Ghawi e al Hanoun, e di richiedere al Governo Israeliano che venga cancellato l'ordine di espulsione, che le famiglie cacciate possano rientrare nelle proprie case, che vengano cancellati gli ordini di espulsione per le altre famiglie e che vengano fermati i piani di costruzione degli insediamenti a Gerusalemme Est, come previsto dal rispetto del Diritto Internazionale.


In quanto cittadini italiani chiediamo al Consolato Generale di Italia a Gerusalemme di visitare le famiglie al Ghawi, al Hanoun e al Kurd per portare un messaggio di solidarieta' e sostegno umano e soprattutto politico, come gia' fatto da altri rappresentanti diplomatici europei e statunitensi.

mercoledì 29 luglio 2009

Gaza - una discesa nella miseria e nella disperazione


Un rapporto del Comitato Internazionale della Croce Rossa ha descritto la situazione nella Striscia di Gaza come "1.5 milioni di persone intrappolate nella disperazione. Anche le ONG italiane, impegnate nella Striscia di Gaza esigono un cambiamento nella politica internazionale per affrontare l'emergenza politica e umanitaria.





Dal Rapporto del Comitato Internazionale Della Croce Rossa

Negli ultimi 2 anni un milione e mezzo di palestinesi residenti nella Striscia di Gaza sono stati intrappolati in un ciclo interminabile di deprivazione e disperazione.

In seguito ad elezioni considerate democraticamente svolte dai rappresentanti del parlamento europeo l’aver scelto una maggioranza appartenente ad Hamas ha fatto decidere il governo israeliano in modo unilaterale il blocco di merci e persone, per non parlare dell’acqua, dei pezzi di ricambio, dei medicinali che permettano alla popolazione inerme di Gaza di sopravvivere


Il comitato internazionale della croce rossa ha ripetutamente sostenuto che il diritto di Israele di difendersi deve essere bilanciato con il diritto della popolazione di Gaza a una vita normale e degna.
Per la legge internazionale, Israele e' obligata ad assicurare alimenti, acqua, case e cure mediche per la popolazione.

Il comitato internazionale della croce rossa richiede la fine delle restrizioni sui movimenti delle persone e dei beni come prima e urgente misura per mettere fine all'isolamento di Gaza e per permettere alla gente di ricostruire le proprie vite.

I quasi 4.5 migliaia di dollari promessi per la ricostruzione al summit internazionale svoltosi in Egitto nel marzo 2009 servira' a ben poco se materiali per la ricostruzione non possono essere importati a Gaza.


Ma la ricostruzione da sola non offre un modo sostenibile per rimettere in piedi Gaza. Tornare alla situazione prima dell'ultima operazione militare sarebbe inaccettabile, in quanto servirebbe solo a perpetuare la condizione intollerabile di Gaza. Una soluzione durevole richiede cambiamenti fondamentali nella politica israeliana, come permettere le importazioni e esportazioni, aumentare il flusso di beni e di persone al livello di maggio 2007, permettere ai contadini di accedere alla propria terra nella zona del confine, restituire ai pescatori l'accesso alle acque profonde.


Le azioni umanitarie non possono sostituire i passi politici che sono necessari per effettuare questi cambiamenti. Solo un processo politico onesto e coraggioso e che includa tutti gli stati, le autorita' politiche e i gruppi armati organizzati coinvolti puo' dare speranza alla situazione tragica di Gaza e restituire una vita degna alla sua popolazione.
L'alternativa e' una discesa nella miseria e nella disperazione che diventa piu' profonda ogni giorno che passa.













Tanti bambini sono stati testimoni
alla violenza e adesso sono traumatizzati.














Il livello spaventoso di poverta' e'
collegato direttamente alla chiusura.
La situazione e' diventata cosi' severa
che anche se i valichi si aprissero domani,
ci vorebbero anni per ricupare.
















Khalili non può ricostruire la sua casa
perché il blocco ai confini della Striscia
non permette l’arrivo di materiale per la
ricostruzione.














La marina israeliana permette ai
pescatori di Gaza di uscire solo fino
a 3 miglia nautiche dalla costa.
Questo significa che il pescato è
quasi sempre scarso .



Apello delle ONG Italiane su Gaza:

SEI MESI DOPO L'OPERAZIONE MILITARE ISRAELIANA "PIOMBO FUSO"
A GAZA NULLA E' CAMBIATO

Gerusalemme, 22 luglio 2009

Le Organizzazioni non governative italiane impegnate nella promozione e nella tutela dei diritti del Popolo Palestinese rilanciano l’appello promosso da una coalizione di organizzazioni umanitarie tra cui Oxfam International, Care West Bank and Gaza, War Child Holland e Medical Aid for Palestinians UK, in cui si chiede alla comunità internazionale e in particolare all’Unione Europea, di compiere maggiori sforzi per rispondere concretamente ai bisogni della popolazione di Gaza colpita dall’ultima offensiva militare israeliana.

Sono trascorsi sei mesi dalla fine dell'attacco militare israeliano a Gaza e centinaia di migliaia di persone non hanno ancora una casa e non hanno accesso ai servizi di base, come l’acqua potabile. L’economia, incluso il settore agricolo, è quasi al collasso e la ricostruzione sembra un’impresa impossibile. L’Operazione Piombo Fuso (Cast Lead) ha distrutto il tessuto economico già fortemente indebolito dall’embargo imposto dal Governo Israeliano.

Non ha senso continuare a privare le persone dell’opportunità di lavorare e sostenere le proprie famiglie. I valichi di frontiera devono essere aperti subito in modo da facilitare la ripresa delle attività economiche nel più breve tempo possibile.

La ricostruzione è attualmente fortemente limitata a causa del divieto imposto dal Governo israeliano di far entrare nella Striscia di Gaza materiali come cemento e ferro. Ciò significa che 20,000 famiglie le cui abitazioni sono state rase al suolo o severamente danneggiate durante l’ultimo conflitto, non possono riprendere una vita normale. Molti sono costretti a vivere in campi profughi o in abitazioni improvvisate e del tutto precarie. Inoltre, circa 35,000 persone non hanno accesso all’acqua potabile e a un sistema sicuro di trattamento delle acque reflue. La ricostruzione di scuole, ospedali, università e di molte altre infrastrutture pubbliche non ha ancora avuto inizio. Cibo e medicine passano, in modo irregolare, solo attraverso il valico di Kerem Shalom e molte scorte di medicinali sono in fase di esaurimento.

Nessun passo in avanti è stato compiuto dalla comunità internazionale per garantire l’entrata a Gaza degli aiuti e dei materiali di costruzione. E’ giunto il momento che i leader mondiali intraprendano azioni concrete volte a fare pressioni sul Governo Israeliano affinché i valichi vengano aperti e garantiscano l’entrata degli aiuti e dei materiali per la ricostruzione. Le restrizioni e i divieti imposti da Israele sono misure che violano i diritti umani della popolazione civile di Gaza. Tutto questo è inaccettabile.

Pertanto facciamo appello all’Unione Europea affinché:

  • congeli il rafforzamento dell’accordo di associazione UE-Israele, accordo che ha come prerequisito da parte dello Stato di Israele il rispetto “dei principi della Carta delle Nazioni Unite, in particolare il rispetto dei diritti umani, dei principi democratici e la libertà economica” (“EUROMEDITERRANEAN AGREEMENT” – Preamble);
  • compia tutti gli sforzi diplomatici necessari per garantire il pieno rispetto del diritto internazionale tenendo fede agli impegni presi per rilanciare il processo di ricostruzione a Gaza.

Richiediamo, inoltre, al Governo Italiano che ha stanziato quattro milioni di euro per aiuti di emergenza indirizzati alla popolazione della Striscia di Gaza di esercitare le pressioni necessarie sul Governo di Israele affinché garantisca l’apertura dei valichi di frontiera ed il passaggio dei beni necessari per realizzare le attività ed i progetti di ricostruzione e di riabilitazione finanziati attraverso tali fondi. Come affermano le agenzie delle Nazioni Unite nei loro rapporti, il miglioramento delle condizioni della popolazione della Striscia di Gaza non è possibile senza l’apertura dei valichi di frontiera che permettano il passaggio di merci necessarie per la ricostruzione, come il cemento, e la ripresa delle attività commerciali e produttive.



I Firmatari
ACS
CISP
CISS
COSPE
CRIC
CENTRO INTERNAZIONALE CROCEVIA
DISVI
EDUCAID
MEDINA
OVERSEAS
TERRE DES HOMMES - ITALIA
VIS

giovedì 23 luglio 2009

Solidarietà con le madri in lutto in Iran


Rispondiamo all'appello di Shirin Ebadi, premio Nobel per la Pace, ed esprimiamo la nostra solidarietà alle madri iraniane e a tutte le donne che, in Iran e ovunque nel mondo, anche a rischio della loro vita, scendono in strada per esigere giustizia e verità, perché non scenda il silenzio sulle vittime della repressione e del potere che usa la forza delle armi per mettere a tacere chiunque lotti per il rispetto dei propri diritti.

Mentre estendiamo la nostra solidarietà alle madri di Iran, alziamo anche le nostre voci perche' la loro sofferenza non venga usata per giustificare "soluzioni" militari alla crisi in Iran, come e' stata usata la ripressione delle donne di Afghanistan per giustificare la guerra, lanciata in 2001 che continua ancora oggi.






Messaggio di Shirin Ebadi alle Donne del Mondo chiedendo Solidarietà con le madri in lutto in Iran

Donne libere del mondo,

La situazione in Iran è peggio di quello che pensavamo.

La gente che era contro i risultati delle elezioni in Teheran e le altre città iraniane è andata in strade e in modo pacifico ha manifestato il suo dissenso, la risposta per loro sono state pallottole e bastoni, qualcuno ha potuto scappare ma in un'altra occasione sono stati arrestati di nuovo.


Radio e televisione ufficiali iraniane hanno confermato all'inizio 8 morti e dopo hanno parlato di 11 morti. 25 giorni dopo si è visto che tante persone non erano arrestate ma decedute senza informare le loro famiglie.


Le madri angosciate sono andate dappertutto per avere notizie del loro figli ma non hanno avuto risposte; ora che le madri pian piano prendono le salme del loro figli, si capisce che il numero dei morti era molto più grande di quello che era stato annunciato ufficialmente e nel momento della consegna delle salme dicono che non dovete parlare con nessuno. Ma non si può nascondere la verità per sempre e non si può tenere il dolore nel petto a lungo, per questo ogni giorno le dimensioni del disastro davanti agli occhi degli iraniani appaiono più vaste.


Le madri che hanno perso i loro cari figli o i cui figli sono dispersi o in prigione hanno creato un comitato. I membri di questo comitato e le altre donne che sono solidali con loro ogni sabato pomeriggio alle ore 19.00 per un'ora si riuniscono in un parco in Teheran con vestito nero in segno del lutto e in silenzio fanno sentire il loro dolore ai passanti.


Con le mie condoglianze a tutte le madri che hanno perso i loro cari figli per la libertà e la democrazia e con la mia solidarietà con le madri che ancora stanno cercando i loro figli dispersi e con il mio dispiacere perchè tanti giovani iraniani solo per loro attività civile e pacifica sono in prigione, chiedo a tutte le donne libere del mondo, di riunirsi ogni sabato sera dalle 19 del pomeriggio alle 20 in un parco della vostra città vestite di nero e far sentire la vostra solidarietà con le madri in lutto in Iran facendo sentire la loro voce al mondo.


Shirin Ebadi

Luglio 2009

martedì 21 luglio 2009

In Memoria di Natalia Estemirova

Il 15 luglio Natalia Estemirova è stata sequestrata e assassinata da sconosciuti a Grozny, la capitale della Cecenia. Madre di una figlia, lavorava per l’organizzazione dei diritti umani Memorial ed era amica della giornalista Ana Politkovskaya, anch’essa assassinata nel 2006.

Un’attivista dei diritti umani è assassinata come un cane, un’esecuzione, gettata e umiliata davanti agli occhi di un milione di persone che sanno che quel che stava dicendo era la verità, corretto, onesto e appropriato.



Io mi dichiaro apertamente pacifista, perché so cosa comporta per i giovani il militarismo e le guerre. Sono contro tutte le guerre e la violenza ed ho molto chiaro cosa significano per le donne, come pure conosco la loro capacità di ricostruire la vita, difenderla e disarmarla.


In Cecenia, tutto il peso della guerra è ricaduto sulle donne. Quando sono cominciati i sequestri, siamo state noi donne ad affrontarli denunciando questi crimini. Nel 1995 abbiamo organizzato una marcia pacifica da Mosca a Grozni. E non abbiamo denunciato solo i crimini e la violenza del governo russo, anche la violenza del nostro governo e dei gruppi armati.

Il ruolo delle donne è indispensabile, è stato indispensabile in tutto questo tempo, se no la Cecenia sarebbe sparita. Immaginate come è cambiata la nostra vita: di colpo, la famiglia tradizionale cecena fortemente patriarcale, ha a capo una donna che deve assumersi tutte le responsabilità.

Abbiamo dimostrato con il nostro lavoro di resistenza pacifica che la Cecenia può sopravvivere senza Russia.E' inimmaginabile pensare le diverse situazioni che abbiamo dovuto affrontare, le risorse e le strategie messe in atto per andare avanti. Sole e disarmate!

Se pensiamo a a quel che gli uomini considerano atti di eroismo, le nostre azioni sí che sono atti di eroismo: il lavoro quotidiano per la sopravvivenza. Ricordo quando non avevamo cibo e non ci arrivava nessun tipo di alimento, le donne trovarono il modo di superare i controlli militari e trasportare alimenti per le loro famiglie. Prima negoziando con i militari e con un veicolo, tentando di arrivare a Grozni, senza che ci sparassero. Poi abbiamo affittato un blindato e poi un elicottero. Abbiamo convertito le armi della guerra e della distruzione in strumenti per la vita. Nonostante il ruolo importante delle donne cecene, la Cecenia è una società molto tradizionale, conservatrice e patriarcale.

Resta molto lavoro da fare, per andare avanti. Innanzitutto credo che è indispensabile avere un paese, poi ricostruirlo; ricostruire la vita delle persone, che possano recuperare dopo tanti anni di guerra e violenze. E' vero, noi donne abbiamo una opportunità importante per la pace e il futuro della Cecenia.

Natalia Estemirova


A volte i presidenti dicono: si deve aprire un’inchiesta seria su questo caso. La violenza contro i giornalisti non è permessa. Cos’altro possono dire? Oggi, quando le parole non significano nulla in confronto all’escalation di violenza, all’annichilimento umano.

Dov’è la solidarietà, la nostra cultura quotidiana, quella degli esseri umani normali, che sappiamo che la libertà per comportarsi in modo umano, con tutti i diritti umani dell’habeas corpus, è sfidata ogni giorno nelle strade, nei luoghi di lavoro - non solo nelle guerre, nei campi di battaglia, nelle fosse comuni? Perché in nessuna città la gente è accorsa in massa nei parchi come ha fatto per la morte di Michel Jackson o di qualsiasi altro idolo dei media? Siamo diventati tanto stupidi e ciechi da permettere gli assassinii come parte della nostra vita quotidiana? E’ questa la nostra normalità di oggi? e se lo è, qual è il nostro futuro?

Quando sento parlare Natalia, non ho da salvare malintesi culturali, razziali o di linguaggio. So esattamente cosa sta dicendo e chi sta interpellando. Non abbiamo bisogno di essere russi o di parlare russo per capire che siamo tutti nella stessa barca.

L’abuso contro i civili da parte di armati all’ombra dello Stato sta accadendo ovunque. I regimi democratici hanno lasciato il controllo dello Stato all’apparato militare; i moderni pistoleri sono privatizzati, extraterritoriali, clandestini e non riconosciuti. Le voci migliori, le azioni migliori non vengono dai politici ma da attivisti, giornalisti e avvocati instancabili. Sono le nostre Ipazie del secolo XXi: le voci della ragione e della scienza. Non sono guru, non sono visionari, non sono leader, non sono star. Resistono testimoniando con le loro vite e scrivendo quel che sanno di prima mano. Dobbiamo essere chiari e onesti su quel che significa per tutti noi che degli assassini brucino i loro libri e i loro corpi, come streghe, come testimoni di verità scomode.

Jasmina Tesanovic, Donne in Nero Belgrado 19 luglio 2009.


Natalia, nostra amica attivista per i diritti umani e femminista di Cecenia è stata sequestrata e assassinata.

Natalia, come anche Anna Politkoskaia, è stata assassinata ma la sua vita e le sue parole ci aiutano a seguire il suo cammino, a continuare a impegnarci per la pace e la nonviolenza, per i diritti umani delle persone, e per le persone che per difenderle ha perso la vita.

Esigiamo dal governo russo e ceceno indagini e chiarezza su questo mostruoso assassinio.

NATALIA, ANNA, non vi dimentichiamo, i vostri sorrisi e le vostre azioni saranno sempre con noi

martedì 14 luglio 2009

Un argomento femminista contro la NATO come attore internazionale.


Donne in Nero di diversi paesi europei hanno partecipato alla mobilitazione contro la NATO durante il summit dell'inizio di aprile a Strasburgo.

Lì abbiamo tenuto, insieme a altri gruppi di donne per la pace, un workshop per il quale abbiamo ricevuto diversi testi che abbiamo riassunto per la presentazione e la discussione come "Feminist case against NATO".

Un argomento femminista contro la NATO come attore internazionale e' la prima parte.



Un aspetto importante dell’argomento femminista contro la NATO è come attore sulla scena internazionale - la scena mondiale della diplomazia, delle relazioni internazionali e della politica militare. La NATO crea un blocco di nazioni. La logica dei blocchi è la vecchia logica della sicurezza dell’era della Guerra Fredda, continuata disastrosamente nel presente. Ma le donne non si riconoscono in questa logica di ‘Alleanza Atlantica’, ‘Fortezza europea’ e ‘civiltà occidentale’. Per definizione indicherà alcuni come Altri, minacciando una grande insicurezza per coloro che sono fuori della coalizione condiscendente.

La NATO rafforza l’idea che gli stati nazione sono le sole unità che contano nei fatti del mondo. Insieme all’idea della nazione come ‘patria’ c’è l’idea razzista del sangue e dell’appartenenza che il femminismo rifiuta assolutamente perché divide le donne sul piano etnico le definisce come riproduttrici della razza e della cultura, coloro che trasmettono la linea di sangue della nazione ai propri figli. In secondo luogo rafforza la sensazione che quelle nazioni sono in una gerarchia naturale di forti e deboli. Nella NATO gli USA si rappresentano come protettori dei partner deboli più giovani - le donne non amano questo ‘paternalismo’ che hanno sperimentato di prima mano come il modello di relazioni umane ‘marito e moglie’.

Perciò le femministe dicono la logica della NATO è una logica patriarcale. Abbiamo imparato nei nostri anni di teoria e pratica femminista antimilitarista che il nazionalismo, il militarismo e il patriarcato sono profondamente interconnessi e si rafforzano a vicenda. Anche il capitalismo. I sistemi di genere patriarcali sono una delle cause di fondo del militarismo e della guerra. Il patriarcato e il capitalismo usano la guerra per mantenere il proprio dominio. Tutti questi sistemi di potere hanno progetti sulle donne e usi speciali per le donne che il femminismo rifiuta completamente. La NATO riflette la mentalità che dice che i conflitti possono essere risolti solo con le armi. Al contrario, un approccio femminista sarebbe il dialogo tra paesi e popoli, con l’apprendimento reciproco e il rispetto per la diversità nel mondo.

La segretezza circonda la NATO. Alcuni governi nazionali hanno preso la decisione di entrare nel blocco NATO senza neppure la discussione in parlamento. Questo autoritarismo è totalmente antidemocratico e impedisce alla gente comune, specialmente alle donne, di poter scegliere o avere voce negli affari internazionali.

La NATO sta allargando la sua portata nel mondo. Attualmente ha 28 membri e altri 29 stati sono inseriti nella struttura che la NATO chiama Partnership For Peace. Che barzelletta è questa espressione! La NATO ammette apertamente che esiste per perseguire e difendere gli ‘interessi’. E non è solo la NATO. La NATO è diventata il modello della sicurezza anche per l’Europa. Non c’è più alcun pensiero europeo indipendente. Nel 2007 la NATO e l’Unione Europea hanno firmato una dichiarazione che crea una partnership su ‘interessi strategici condivisi’. Ma di chi sono questi interessi? Sono invocati dai paesi ricchi e dalle industrie e riguardano l’energia, l’economia e il controllo imperiale. Non sono certo gli interessi delle donne.

Sebbene il motivo principale della Comunità Economica Europea fosse chiaramente l’avanzamento del capitale, molte persone, comprese molte donne, avevano sperato che l’unità europea avrebbe impedito che la guerra si ripresentasse in Europa - come anche noi avevamo sperato delle Nazioni Unite.

Le regole della NATO contraddicano specificamente parecchie clausole della Carta che fonda le Nazioni Unite. Ciò la rende illegittima su cinque punti per la legge internazionale. Un modello molto migliore per la cooperazione internazionale sulla sicurezza già esiste e merita di essere rafforzato: l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE). Con 54 stati membri, è ‘uno strumento primario’ per il preavviso precoce, la prevenzione dei conflitti e la gestione civile delle crisi, ma ‘troppo marginalizzato e totalmente sottostimato’.

Le strategie di azione a livello internazionale sono forse le più difficili per noi donne. Un esempio raro è nel testo di Monique Dental: le donne del Collectif Feministe ‘Ruptures’ e altre donne hanno organizzato una “Lettera delle Donne Cittadine’ al presidente francese durante la Guerra del Golfo chiedendo una conferenza internazionale di pace. Ma se, come scrivono le Mujeres de Negro Sevilla, possiamo ‘decodificare il codice del patriarcato’, se possiamo vedere attraverso ad esso, possiamo capire che è un puro mito che le relazioni internazionali siano lassù nella stratosfera, al di fuori della nostra portata. I diplomatici e chi decide la politica militare vorrebbero farcelo credere. Ma questo influisce sulla nostra vita quotidiana, è nostra naturale preoccupazione, e intervenire come donne e come femministe antimilitariste non può essere al di là della nostra immaginazione!

Documenti del workshop sono disponibili:

Le Donne Denunciano la Logica dei Blocchi della NATO
Occupazione di Guerra Senza Fine
Da Quando Siamo nella NATO
L'Unione Europea in un Mondo Multipolare
Svelare le Falsita' della "Sicurezza" della NATO
Afghanistan, NATO e la Sicurezza delle Donne