domenica 14 marzo 2010

Giornata Internazionale delle Donne - Niente da celebrare a Ciudad Juárez

Nel regno della no-giustizia
regna l'impunità
si impone il silenzio totale
si nascondano le identificazioni
Si ignorano le segnali,
i dati e le prove.

In un atto di complicità
le richieste non si ascoltano
Le udienze non si concedono
Le domande non si permettono
Le leggi non esistono

In un atto di negligenza
Agiscono come non c'e' stato mai
Corpo del delitto di
rapire, torturare, violare
Assassinare
ragazze povere, fragili e inermi



In un atto di impunità infame
Non c'e' chi scopre
Non c'e' chi accusa
Non c'e' chi giudica
Non c'e' chi castiga
L'assassino

In un atto di ingiustiza sovrana!





Da Marisa Ortiz della Campagna Nuestras Hijas de Regreso a Casa:

Attenzione ai diversivi offerti dai Governi per farci pensare, regalandoci un fiore o aprendo spazi per parlare, a com’è bello essere donna e darci ipocriti riconoscimenti; se davvero esiste questa coscienza di equità, invece di riconoscere UN GIORNO per le Donne, ci diano una vita e uno spazio sociale, familiare e lavorativo degni, trattandoci con tutto il rispetto e il riconoscimento per quel che facciamo e siamo, non un giorno, ma tutta la vita. Noi donne non abbiamo bisogno di un giorno di attenzioni carine né che ci dicano che siamo molto belle, né che consegnino un premio alla migliore dell’anno. Fare dibattiti e conferenze che ci fanno ricordare quanto è stata miserabile la vita per molte donne nel mondo, però... le nostre vite? si evita sempre di parlare del femminicidio. Non c’è un discorso che almeno lo riconosca, perché farlo implica la responsabilità di essere coerenti e agire di conseguenza.
Noi donne di Juárez serviamo la nostra comunità, il nostro paese, e ci sforziamo preparandoci ogni giorno per migliorare il nostro lavoro, pretendiamo solo equità. E che ci sia giustizia per tutte.

D’altra parte, cosa celebrare se gli atteggiamenti maschilisti dei nostri governi ed autorità continuano a favorire l’impunità e guardano da un’altra parte quando sanno che si continua ad assassinare donne e centinaia di ragazze sono state rapite da gente che si sa protetta, finora infatti non se ne è trovata nessuna come risultato di un’indagine e non abbiamo mai saputo chi sono i rapitori. Sappiamo perché, perché i loro corpi compaiono totalmente disfatti, e le loro profonde ferite ci parlano delle orrende torture e violenze a cui le sottopongono prima di strappare loro la vita.

Questi atteggiamenti del governo hanno incrementato sempre più gli assassinii di donne, perché non ci sono indagini effettive e non si puniscono mai i responsabili in quanto nemmeno si cercano. E quel che è peggio, fanno credere che le ragazze sono responsabili delle loro tragedie perché avevano relazioni con gente del mondo del narcotraffico, oppure tentano di danneggiare la loro reputazione con accuse false.

La violenza contro le donne in quanto donne continua, e basta vedere le cifre di CasaAmiga sulla violenza domestica, e le altre cifre mai riconosciute dal governo di innumerevoli donne rapite, violentate, torturate e assassinate come accade dagli anni ‘90, e questo senza contare le centinaia di scomparse, quelle che le loro famiglie non hanno nemmeno il conforto di poter visitare al cimitero portando un fiore e una preghiera perché di loro non si è mai saputo niente, ma giorno dopo giorno la speranza che siano vive si spegne.

Le autorità ormai non possono negare o nascondere che il problema persiste: ci sono 29 ragazze quasi tutte minorenni delle quali non si sa nulla; e una cifra simile l’anno scorso; e quest’anno, sono più di 30 le ragazze cercate dalle famiglie. E nemmeno quante siano le donne assassinate si sa, però l’anno scorso furono più di 80 le donne assassinate con estrema violenza, e non si parla nemmeno delle conseguenze di queste perdite per le famiglie: danni alla salute fisica e psichica, un tremendo logorio nella inutile ricerca della giustizia, disintegrazione della famiglia e gravi problemi economici e sociali, familiari, scolastici e di salute quando la vittima lascia figli e figlie.

Per fortuna l’Osservatorio Nazionale del Femminicidio di cui facciamo parte tiene un registro non solo di ogni città ma fa anche un conteggio in quelle parti del paese dove questo terribile fenomeno è più presente, e le cifre continuano ad essere allarmanti, solo l’anno scorso ci sono state 733 donne assassinate in 11 stati del paese.

Di fronte a ciò la domanda è: cosa celebrare? Sarebbe meglio che questa giornata la dedicassimo a onorare la memoria delle vittime, e d’ora in avanti porre i nostri sforzi da ciascuna delle nostre posizioni per quanto umili siano, per cercare di porre fine a queste condizioni misogine che hanno creato questo modello culturale che ha permesso e tollerato la violenza contro le donne in questa comunità che amiamo.

Un forte abbraccio a chi ama la vita e la difende come un diritto inalienabile, alle mie amiche e compagne; FELICE VITA







A Ciudad Juárez, Donne giovani, per la maggior parte di origine umile, sono rapite, mantenute in cattività e sottoposte a una violenza sessuale feroce, prima di essere assassinate.

Juarez-libro[1]
Ciudad Juarez, la violenza sulle donne in America Latina, l'impunita', la resistenza delle madri.

mercoledì 3 marzo 2010

Una giornata senza di noi - sciopero degli stranieri 1 marzo 2010


Cosa succederebbe se i quattro milioni e mezzo di immigrati che vivono in Italia decidessero di incrociare le braccia per un giorno? E se a sostenre la loro azione ci fossero anche i milioni
di italiani stanchi del razzismo?

Il 1 marzo 2010, almeno 300mila persone hanno colorato di giallo le piazze d'Italia: da Trieste a Siracusa, da Palermo a Torino. E tanti lavoratori, italiani e non italiani, hanno realmente incrociato le braccia, a riprova del fatto che gli strumenti costituzionali e legali di protesta non possono avere un copyright.

Sono state tutte manifestazioni partecipate e pacifiche. E il successo di ciascuna di esse non si misura solo in numero di partecipanti. Le 30mila persone di Milano o le 20mila di Napoli valgono come le centinaia che hanno sfilato per strada a Siracusa. Ogni realtà ha espresso quello che era possibile esprimere e ha dato il massimo.

Le donne in nero hanno participato, - straniere non tanto dal punto di vista anagrafico, ma perché estranee al clima di razzismo che avvelena l'Italia del presente.



Aderiamo con tutto il cuore al manifesto del movimento Primo Marzo 2010


Primo Marzo 2010, una giornata senza di noi è un movimento non violento che riunisce persone di ogni provenienza, genere, fede, educazione e orientamento politico.

Siamo immigrati, seconde generazioni e italiani, accomunati dal rifiuto del razzismo, dell'intolleranza e della chiusura che caratterizzano il presente italiano. Siamo consapevoli dell'importanza dell'immigrazione (non solo dal punto di vista economico) e indignati per le campagne denigratorie e xenofobe che, in questi ultimi anni, hanno portato all'approvazione di leggi e ordinanze lontane dal dettato e dallo spirito della nostra Costituzione.

Condanniamo e rifiutiamo gli stereotipi e i linguaggi discriminatori, il razzismo di ogni tipo e, in particolare, quello istituzionale, l'utilizzo stumentale del richiamo alle radici culturali e della religione per giustificare politiche, locali e nazionali, di rifiuto ed esclusione.

Ricordiamo che il diritto a emigrare è riconosciuto dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e che la storia umana è sempre stata storia di migrazioni: senza di esse nessun processo di civilizzazione e costruzione delle culture avrebbe avuto luogo. La violazione di questo e di altri diritti fondamentali danneggia e offende la società nel suo complesso e non solo le singole persone colpite.

Vedere negli immigrati una massa informe di parassiti o un bacino inesauribile di forza lavoro a buon mercato rappresentano, a nostro avviso, impostazioni immorali, irrazionali e controproducenti.

La parte preponderante degli immigrati presenti sul territorio italiano lavorano duramente e svolgono funzioni essenziali per la tenuta di una società complessa e articolata come la nostra. Sono parte integrante dell'Italia di oggi.

La contrapposizione tra «noi» e «loro» , «autoctoni» e «stranieri» è destinata a cadere, lasciando il posto alla consapevolezza che oggi siamo «insieme», vecchi e nuov cittadini impegnati a mandare avanti il Paese e a costruirne il futuro.

Vogliamo che finisca, qui e ora, la politica dei due pesi e delle due misure, nelle leggi e nell'agire delle persone. Il nostro primo obiettivo è organizzare per il 1° marzo 2010 una grande manifestazione non violenta dal respiro europeo, non solo con la Francia che con la Journée sans immigrés, 24h sans nous ci ha ispirato, ma anche con la Spagna, la Grecia e gli altri Paesi che si stanno viavia attivando.

Vogliamo stimolare insieme a loro una riflessione seria su cosa davvero accadrebbe se i milioni di immigrati che vivono e lavorano in Europa decidessero di incrociare le braccia o andare via. Il 1° marzo faremo sentire la nostra voce in modi diversi, che saranno definiti, di concerto con i comitati territoriali, in base alla concreta praticabilità e all’efficacia.

Non ci precludiamo nessuno strumento, ma agiremo sempre nel rispetto della legalità e della non violenza

http://www.primomarzo2010.it

sabato 27 febbraio 2010

Appello per la libertà e l’uguaglianza di genere in Iran


Sosteniamo quest'appello di femministe e attiviste dei diritti delle donne in Iran e invitiamo tutte a firmarlo.





Per mettere fine alla violenza, alla repressione e per ottenere il rilascio immediato di tutte le attiviste arrestate, chiediamo alle associazioni, alle organizzazioni per i diritti delle donne e alle femministe di tutto il mondo di mostrare la loro solidarietà con la lotta delle donne iraniane, organizzando iniziative in occasione dell’8 marzo 2010 con lo slogan “libertà e uguaglianza di genere in Iran” in segno di supporto con le donne iraniane

Da oltre 30 anni il movimento delle donne in Iran è impegnato in prima linea nella lotta per la libertà e l’eguaglianza. La discriminazione di genere si interseca con le altre subordinazioni basate sulle classe sociale,sull’etnia, sulle ideologie politiche, sulla religione ecc.

Il progresso del pensiero democratico è supportato innanzitutto dalla resistenza pacifica di uomini e donne in difesa dell’uguaglianza di genere nella sfera giuridica, culturale, sociale e economica. Da anni le donne iraniane usando metodi e mezzi differenti sia individuali sia collettivi organizzano campagne per cambiare le leggi discriminatorie e contribuiscono alla diffusione dell’uguaglianza di genere.

Così facendo rischiano minacce, arresti, processi e molte di loro sono ancora in prigione.

Il trentesimo anniversario della “Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne” (CEDAW) - a cui peraltro l’Iran non aderisce - è coinciso con quello di trent’anni di discriminazione contro le donne iraniane e in vista del quindicesimo anniversario (nel marzo 2010) della “Quarta Conferenza Mondiale delle Donne”, tenutasi a Pechino e alla quale l’Iran ha partecipato, si constata che l’Iran non si è impegnato a eliminare le discriminazioni contro le donne.

In tale delicata situazione risulta più che necessario sviluppare a livello globale la solidarietà femminile con le donne iraniane e in particolare con le attiviste che lottano per l'uguaglianza dei diritti e per stabilire la democrazia in Iran.

Invitiamo coloro che difendono i diritti delle donne, le associazioni, le organizzazioni femminili e le reti internazionali di donne alla solidarietà con le donne iraniane e il movimento per la democrazia in Iran.





Firmate la dichiarazione delle donne iraniane



Qui di seguito, vedete alcuni dei modi in cui è possibile dimostrare la propria solidarietà con le donne iraniane. Questi sono solo esempi, non esitate a essere creativi nelle vostre espressione di solidarietà.


  • Segnare l'8 marzo, concentrandosi sulla situazione delle donne in Iran in pubblicazioni, blog, conferenze pubbliche, manifestazioni e raduni nazionali e comunitari;
  • Organizzare eventi locali che si concentrano sulla lotta in corso in Iran come parte della Marcia Mondiale delle Donne
  • Rappresentare lo slogan "La libertà e l'uguaglianza di genere in Iran" su siti web, Op-Eds, volantini, pubblicità, manifestazioni pubbliche, così come in altre azioni innovative adottate dagli attivisti, artisti, femministe e intellettuali;
  • Resta in contatto (iran.genderequality@gmail.com) tramite il nostro blog, gruppo Facebook “Gender Equality” e la pagina di Twitter, dove si copriranno le notizie e le reazioni a livello mondiale per quanto riguarda le iniziative "libertà e uguaglianza di genere in Iran" .
  • Effettuare brevi filmati e scattare foto delle vostri azioni locali "la libertà e l'uguaglianza di genere in Iran" e mandarli a a href="mailto:iran.genderequality@gmail.com">



martedì 16 febbraio 2010

Non in Nostro Nome





La reazione di Israele su Gaza fu
giusta

Silvio Berlusconi



Il governo italiano, con la recente visita del premier Berlusconi in Israele, ha reso il nostro paese complice dell’oppressione del popolo palestinese e delle possibili escalation di guerra israeliana in Medio Oriente.

L’Italia sta fornendo ufficialmente armamenti, investimenti economici,
collaborazioni scientifiche al governo israeliano condannato dalle istituzioni internazionali per la costruzione del Muro di segregazione, per i crimini di guerra a Gaza e l’occupazione coloniale dei Territori Palestinesi

Noi, in quanto cittadini italiani, non accettiamo di essere considerati complici di questa politica di oppressione e di guerra

Per questi motivi

  • Chiediamo la revoca degli accordi militari, commerciali, scientifici, culturali tra le istituzioni italiane e quelle israeliane
  • Chiediamo la revoca della partecipazione italiana ed europea al vergognoso embargo contro la popolazione palestinese di Gaza ormai da quattro anni sotto assedio

Non c’è pace duratura senza giustizia

Per le adesioni all’appello “Non in nostro nome” scrivete a: noninostronome@libero.it

martedì 9 febbraio 2010

La parola alle donne afghane



In occidente c’è l’idea che l’Afghanistan sia liberato
e i fondamentalisti deposti, ma non è così; c’è un immagine dell’Afghanistan data dai media e c’è l’Afghanistan descritto dalle afgane




Ma chi far
à sentire le voci delle donne afghane?


RAWA (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan) da trent'anni lotta per la difesa dei diritti delle donne nell'ambito di uno stato laico e democratico, libero da fondamentalismi.

La fondatrice di Rawa,Meena, fu assassinata nel 1987 dagli agenti afghani dell'allora KGB.Da allora il destino delle opposizioni democratiche non è cambiato. Ancora oggi RAWA è costretta a lavorare in clandestinità con grave rischio della vita per le attiviste. RAWA è attiva sia sul piano sociale che politico. Numerose sono le attività sociali che le attiviste svolgono nel campo dell'istruzione, dell'assistenza sanitaria ,del microcredito per attività artigianali delle donne, mentre continuano a denunciare le violenze e le violazioni dei diritti umani,testimoniate nel sito www.rawa.org che sono riuscite a costruire da autodidatte.

Dopo gli ultimi 8 anni di guerra al terrorismo,con migliaia di morti in gran parte civili,la situazione in Afghanistan è peggiorata,con la povertà che colpisce l'80% della popolazione, la mancata ricostruzione civile e l'aumento della produzione di
oppio, arrivata ormai al 93% di tutto quello prodotto nel mondo.

La condizione delle donne afghane non è migliorata, anzi il tasso di rapimenti, stupri, vendita delle figlie, matrimoni forzati, prostituzione e suicidi ha raggiunto livelli senza precedenti.

Alle donne è vietato tutto (studiare, lavorare, uscire da sole) nonostante la Nuova Costituzione afghana del 2004 sancisca la parità dei diritti fra uomini e donne.

Le Donne in nero sostengono le donne afghane di RAWA fin dal 1999 con relazioni dirette,viaggi, incontri e sostegno a Campagne di finanziamento. Dal 2004 è attivo CISDA (Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane), su iniziativa di Donne in nero, Associazioni
femminili e donne singole, costituita in Onlus per promuovere progetti di cooperazione internazionale a favore delle donne afghane.

Questo mese, Cisda ha organizzato una serie di iniziative con Mehmooda, attivista di RAWA, in diverse citta' italiane. A Ravenna, le donne in nero hanno organizzato due incontri per dare la parola alle donne afghane.
Intervista a Mehmooda, attivista della RAWA

Lo scorso dicembre, su richiesta dell’Assemblea Legislativa delle Marche e nell'occasione della la costituzione dell’Associazione “Università per la Pace”, le donne in nero di Fano hanno invitato Zoya, attivista di RAWA a portare la sua testimonianza.

Riportiamo qui alcuni punti dell’intervento di Zoya, che hanno fortemente impressionato noi e l’intero uditorio.



















8 anni fa l’Afghanistan fu occupato per tre motivi: si parlava di liberazione delle donne, di stabilire la democrazia e di guerra al terrorismo. Dopo 8 anni, dopo che 42 paesi stranieri sono penetrati in Afghanistan militarmente e con miliardi di dollari e di euro ancora questi tre postulati non sono stati realizzati.

Liberare le donne



C’è violenza domestica, stupri, rapimenti e tutti questi crimini restano impuniti perché spesso chi li compie è legato a gruppi di potere anche vicini al governo e alle forze dell’ordine; in occidente si dice che siamo state liberate, che è stato tolto l’obbligo del burka e che la legge ci permette di andare a scuola, ma molte ragazze vengono aggredite e buttano loro l’acido sul viso, perciò non vanno a scuola e si rimettono il burka. Il burka è scomparso soltanto a Kabul e dalle donne dell’elite.

Le donne sono molto povere, affamate, ci sono famiglie costrette a vendere le figlie per 400 dollari. Si dice che arrivino tanti dollari, ma dove vanno a finire? A causa della corruzione del governo vanno ai trafficanti di droga.In tutto questo cosa resta alle donne? Solo il suicidio ! E purtroppo sembra essere diventato una moda tra le giovani.


Portare la democrazia.

Non lo dice RAWA, ma l’ONU che le elezioni in Afghanistan sono state piene di brogli.

La libertà di parola di espressione non sono presenti, i giornalisti indipendenti hanno vita molto difficile, vengono anche uccisi. RAWA, ad esempio, non può parlare apertamente. Le voci democratiche che nel parlamento hanno denunciato i crimini di guerra sono state espulse.

la guerra al terrorismo.

Dopo 8 anni e miliardi di dollari l’80% dell’Afghanistan è sotto controllo dei talebani.All’inizio noi eravamo ottimisti dell’intervento occidentale; poi abbiamo capito che le forze occidentali stavano scendendo a compromessi, sostenendo altri gruppi di fondamentalisti




Voci di donne afgane:
Zoya: La mia Storia
Malalai Joya: Finche Avro' Voce

domenica 24 gennaio 2010

Boicotta i frutti dell'apartheid israeliano







Il boicottaggio è strumento dei popoli e degli individui per esprimere concretamente la propria solidarietà con chi lotta per una causa giusta, ed oggi al mondo non c’è causa più giusta di quella dei Palestinesi.










Dal 2005 la società civile palestinese ha formulato una proposta unitaria ai movimenti internazionali di solidarietà: individuare modalità di boicottaggio di prodotti israeliani, disinvestimento da attività commerciali in Israele, sanzioni sullo Stato di Israele, boicottaggio accademico o culturale degli israeliani che non prendono posizione contro l'occupazione e l'Apartheid.

Tutte queste richieste sono state formulate coerentemente nella campagna BDS movimento di BDS ha già collezionato molti successi (es. contro le compagnie Veolia, Africa-Israel, Motorola…) ed ha trovato adesioni in organizzazioni della società civile, accademiche, sindacali e governative di tutto il mondo, Israele inclusa. Tutti i principali sindacati degli stessi lavoratori palestinesi, spesso usati come forza lavoro nelle società e piantagioni israeliane, sono tra i promotori della campagna di BDS.

Le coltivazioni d'apartheid e la Carmel Agrexco


In diversi paesi Europei si sta consolidando una campagna di boicottaggio contro la Agrexco Ltd; la principale società di esportazione di prodotti agricoli israeliani, per metà di proprietà dello Stato.
Con il marchio “Carmel” commercializza il 70% di tutta la frutta e verdura prodotta dalle colonie israeliane nei Territori Occupati, tra cui quelle della Valle del Giordano.
Ecco le ragioni del boicottaggio contro la Agrexco:
  • Nella valle del Giordano, che rappresenta un terzo della Cisgiordania, i coloni israeliani controllano in modo diretto il 95% della terra palestinese con basi militari, 30 colonie illegali e immense piantagioni israeliane, violando gli accordi di Oslo.
  • Le attività agricole degli insediamenti hanno portato al sequestro illegale di lotti di terra e prosciugato le risorse idriche palestinesi. Ai Palestinesi della valle non è consentito costruire o ristrutturare le loro case, scavare pozzi o trasportare i loro pochi prodotti agricoli ai mercati. Così, mentre i loro ortaggi marciscono ai posti di blocco, quelli delle colonie vengono liberamente esportati in Europa.
  • La società ha beneficiato di sovvenzioni agricole concesse da parte del governo israeliano per intensificare la colonizzazione nella valle dei Giordano, e sfruttandole per aumentare la produzione di frutta, fiori e verdura, poi commercializzati in tutta Europa, America Latina, Africa e Asia Orientale.

L’80% dei prodotti della Carmel viene esportato in Europa, attraverso la Francia, la Spagna e dalla scorsa estate anche attraverso l’Italia, al porto di Vado Ligure (Savona). Dal 2009 L’Italia e’ dunque diventata un collegamento essenziale per distribuire i prodotti agricoli delle colonie israeliane in tutta l’Europa del sud.



Ciascuno di noi può contribuire alla costruzione di un futuro diverso per il popolo Palestinese, sanzionando le violazioni delle risoluzioni ONU da parte di Israele:

  • boicottiamo Carmel-Agrexco, esportatore israeliano di prodotti degli insediamenti illegali
  • protestiamo contro l'attracco delle sue navi al porto di Vado

Incontro pubblico con:

Luisa Morgantini (Associazione per la Pace e gia' vice presidente del Parlamento Europeo )

Carlo Tombola (Transarms e autore del dossier sull'attracco delle navi Carmel-Agrexco al porto di Vado)

Martina Pignatti Morano (Un ponte per..)

Il 30 gennaio 2010, 17.30

Sala Rossa, Comune di Savona




Per ulteriori informazioni su quest'iniziative a sulle altre attivita' della coalizione StopAgrexco Italia, scrivete a savona@donneinnero.it


Report on Agrexco from Stop the Wall Campaign (Nov 2009)


Siti utili
http://www.boicottaisraele.it/
http://www.bdsmovement.org/
http://www.bigcampaign.org/
http://www.whoprofits.org/
http://www.coalitioncontreagrexco.com/

giovedì 7 gennaio 2010

ROMPERE IL SILENZIO - ROMPERE L'ASSEDIO - ROMPERE I MURI

Un anno fa eravamo in piazza per manifestare la nostra indignazione e il nostro dolore per la strage attuata dall’intervento militare israeliano – operazione “Piombo fuso” - contro la Striscia di Gaza, per chiedere di cessare il fuoco, por fine dell’assedio e garantire il diritto alla vita della popolazione.

In 23 giorni di bombardamenti oltre 1400 i morti (per un terzo bambini) e più di 5000 i feriti palestinesi. 13 gli israeliani morti (10 soldati e 3 civili). Migliaia di case e palazzi, molte scuole, 20 moschee, rete idrica ed elettrica distrutte; sedi ONU, ospedali e ambulanze colpite dall'esercito di Israele. Decine di migliaia di persone senza più casa.




E’ Passato un anno e l'assedio continua

Da Gaza non si esce e a Gaza non si entra Amnesty International ha descritto il blocco di Gaza come una "forma di punizione collettiva di tutta la popolazione, una flagrante violazione degli obblighi di Israele nel quadro della IV convenzione di Ginevra"; il Relatore speciale dell’ONU per i diritti umani nei territori occupati palestinesi, Richard Falk, lo ha condannato come un "crimine contro l'umanità". Le conseguenze dell'assedio provocano innegabilmente una situazione di sofferenza di massa, creata in gran parte da Israele, ma con la complicità attiva della comunità internazionale, in particolare Stati Uniti e Unione Europea.

L'assedio illegale di Gaza non avviene nel vuoto. E’ uno dei tanti atti illeciti commessi da Israele nei territori palestinesi occupati militarmente nel 1967.




Sono illegale:

  • Il muro e gli insediamenti
  • La demolizione di case
  • La distruzione indiscriminata delle terre agricole
  • La chiusura e il coprifuoco
  • I blocchi stradali e i checkpoint
  • La detenzione
  • La tortura
  • L'occupazione stessa.

La fine dell’occupazione militare iniziata nel 1967 è una condizione fondamentale per instaurare una pace giusta e duratura. Per oltre 60 anni al popolo palestinese sono stati negati il diritto alla libertà, all’autodeterminazione e all’uguaglianza.

1400 persone provenienti da 43 paesi (Gaza freedom March) si sono recate in questi giorni in Egitto per entrare a Gaza, per unirsi a migliaia di Palestinesi in una marcia nonviolenta che dal Nord della Striscia avrebbe raggiunto il confine con Israele, chiedendo la fine dell’assedio.

L’Egitto ha impedito loro di lasciare il Cairo, permettendo a solo un centinaio di entrare a Gaza. Hedy Epstein, pacifista ebrea di 85 anni sopravvissuta alla Shoah, ha iniziato con altri uno sciopero della fame di protesta.

“E’ importante che la popolazione sotto assedio di Gaza sappia che non è sola. Voglio poter dire alla gente di Gaza che rappresento molti nella mia città e negli USA che sono indignati per le politiche adottate da Israele, USA e Europa nei confronti dei Palestinesi e che siamo sempre di più a pensarla cosi”

dice la Epstein, sfuggita alla persecuzione nazista mentre i suoi genitori morirono ad Auschwitz.


Insieme con i partecipanti alla Gaza Freedom March che l’1 gennaio hanno manifestato nelle strade del Cairo e con quante e quanti contemporaneamente marciavano in Israele e nella Striscia di Gaza, manifestavano a Ramallah, Betlemme e in altre città della Cisgiordania, aggiungendosi alle proteste organizzate in molte città di tutto il mondo, continuiamo a richiamare l'attenzione su Gaza: non dimentichiamo il tragico attacco militare alla striscia e chiediamo giustizia.

Chiediamo ai politici, locali e nazionali, al governo, all’Unione Europea e ai governi che ne fanno parte, di far rispettare il diritto internazionale calpestato.
E ai governanti israeliani diciamo:



Cessate l’assedio a Gaza, fermate la costruzione delle colonie in Cisgiordania, finitela con l’occupazione militare, rispettate e applicate le risoluzioni delle Nazioni Unite, questo è l’unica via per la pace.