mercoledì 28 settembre 2011

DIECI ANNI DI BOMBARDAMENTI, OCCUPAZIONE E MISERIA IN AFGHANISTAN


8 ottobre 2001 – 8 ottobre 2011

Nel decimo anniversario dei bombardamenti USA/NATO sull’Afghanistan, il Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane (CISDA) denuncia il bilancio fallimentare della missione internazionale in Afghanistan.

L’8 ottobre 2001, a seguito del tragico evento dell’11 settembre, gli USA e i loro alleati iniziano l’occupazione dell’Afghanistan con pesanti bombardamenti con il pretesto di “sconfiggere il terrorismo”, abbattere il regime dei talebani responsabili di aver sostenuto Bin Laden, riportare la democrazia, liberare le donne, ricostruire un paese già devastato da 20 anni di guerra.

Gli USA scelgono di sfruttare sul terreno le milizie dell’Alleanza del Nord, gruppi di fondamentalisti islamici responsabili della guerra civile del 1992-1996 che ha devastato l’Afghanistan, facendo perdere la vita a 70.000 persone nella sola Kabul; gli stessi criminali di guerra già sostenuti, con grossi finanziamenti e forniture di armi, per cacciare le armate sovietiche che avevano occupato il paese nel 1979.

Quando cade il regime talebano, la comunità internazionale consente a questi criminali di guerra (tra i quali Sayyaf, Fahim, Rabbani - appena ucciso in un attentato dei talebani, con i quali stava avviando trattative “di pace” - Qanuni, Abdullah, Ismail Khan, Khalili, Mohaqiq) di occupare governo e Parlamento afgani e di riprendere il controllo del paese, negando invece sostegno e appoggio alle forze democratiche e laiche.

Nel marzo 2007 il governo Karzai vara una legge che garantisce l’amnistia per tutti i crimini di guerra commessi in Afghanistan negli ultimi vent’anni. Inoltre, il via libera dato ai signori della guerra ha fatto sì che dal 2001, in tutto il paese, si siano formati e abbiano spadroneggiato nelle aree sotto il loro controllo centinaia di nuove milizie e gruppi para-militari.

In Just don’t call it a milita, un recente rapporto di Human Rights Watch uscito nel settembre 2011, si dice che “gruppi militari di vari tipo hanno partecipato a rappresaglie tribali, omicidi, traffici illeciti ed estorsioni. Stupri di donne, ragazze e ragazzi sono frequenti. Le milizie sono solitamente controllate da capi locali o signori della guerra”.

La situazione delle donne afgane rimane drammatica. Nel 2009, cercando di garantirsi sostegno elettorale dalla comunità shiita, il governo Karzai vara una legge che prevede l’impossibilità per le donne shiite di rifiutare rapporti sessuali con il marito, di recarsi liberamente dal medico, a scuola o al lavoro senza il permesso del coniuge, pena il ritiro di qualsiasi sostegno finanziario. Tutt’ora ci sono donne che si suicidano dandosi fuoco, donne costrette a matrimoni forzati, donne ripudiate dalla famiglia se vittime di stupro perché motivo di vergogna.

Nel gennaio 2011 il Consiglio dei Ministri afghano approva una legge secondo la quale entro 45 giorni dalla sua entrata in vigore le case rifugio per donne maltrattate passano dalla gestione delle ONG al Ministero degli Affari Femminili. La legge accoglie una decisione della corte suprema afghana, secondo cui le donne che scappano di casa per maltrattamenti commettono reato. Le donne dovrebbero essere accompagnate al rifugio da un parente maschio (di solito l’artefice dei maltrattamenti) e sottoposte a umilianti visite per verificare la loro attività sessuale.

Dalla fine del 2001 al 31 dicembre 2010 sono stati deliberati dal nostro governo circa 516 milioni di Euro per la cooperazione civile (che costituiscono però solo circa il 2% del totale delle spese sostenute per le truppe) ma l’importo totale stanziato alla fine del 2010 è di circa 208,4 milioni di euro. Di questi, circa 81 milioni di euro sono stati impiegati per la riforma della giustizia in Afghanistan.

In Afghanistan mancano case, scuole, ospedali e lavoro; la produzione di oppio è arrivata a circa il 96% del totale mondiale. Sono questi i risultati dell’intervento internazionale in Afghanistan?In dieci anni di intervento militare i soli USA hanno speso più di 487 miliardi di dollari.La guerra in Afghanistan ha provocato la morte di 44 soldati italiani, circa 1.400 soldati alleati, 6 mila soldati e poliziotti afgani, circa 25 mila guerriglieri talebani e quasi 11 mila civili afgani (di cui oltre 3 mila vittime degli attacchi talebani e almeno 7 mila uccisi dalle truppe alleate - più di 3 mila civili morirono nei soli bombardamenti aerei del 2001-2002).

In totale, quindi, otto anni di guerra hanno stroncato circa 43 mila vite umane (fonte “Peace Reporter”). Mentre il governo italiano approva la nuova manovra finanziaria per strozzare ancora di più il nostro paese, lo stesso governo rifinanzia la missione italiana in Afghanistan (con il solo voto contrario dell’IDV) che nel primo semestre 2011 ha previsto una spesa di 410 milioni di euro e una presenza di 4.350 truppe. (fonte: Peace Reporter).

Il CISDA, raccogliendo la voce delle forze democratiche dell'Afghanistan quali RAWA (Associazione Rivoluzionaria delle Donne Afgane), Hambastagi (Partito della Solidarietà), Malalai Joya, Saajs (Associazione Familiari delle Vittime) chiede il ritiro delle truppe italiane e straniere dall'Afghanistan, il congelamento delle spese militari, il sostegno delle vere forze democratiche del paese e la costituzione di un tribunale internazionale che smascheri i criminali di guerra seduti nel parlamento Afghano.


Milano, sabato 8 ottobre alle h. 16.00 si svolgerà un presidio in Via Mercanti angolo Piazza Cordusio


http://www.osservatorioafghanistan.org
http://www.facebook.com/#!/pages/Cisda/120648274682738

domenica 25 settembre 2011

I Diritti della Diaspora Palestinese sono Immutabili



Dichiarazione della Coalizione di Donne Per la Pace nell'occasione della richiesta di riconoscimento dello stato palestinese.

Il riconoscimento internazionale del diritto all'autodeterminazione del popolo
palestinese è
un passo importante nel processo di internazionalizzazione della lotta palestinese per l'indipendenza, libertà e uguaglianza. Potrebbe rafforzare la lotta palestinese contro l'occupazione e consegnare alla comunità internazionale. la responsabilità di porre fine all'occupazione ed eliminare la discriminazione razziale.

Ma la dichiarazione di uno stato in Cisgiordania e Striscia di Gaza non è in grado di porre fine ai decenni di occupazione e discriminazione razziale sulla base di meccanismi legali che corrispondono alla definizione di apartheid delle Nazioni Unite, di risolvere la questione dei rifugiati o di portare uguaglianza civile tra cittadini ebrei e palestinesi in Israele. Questi problemi possono essere risolti solo attraverso un accordo per mettere fine all'occupazione, mantenendo i diritti fondamentali individuali e collettivi dei palestinesi, ovunque essi risiedano.

Il diritto all'autodeterminazione è un diritto collettivo di tutti i palestinesi, indipendentemente dall'ubicazione geografica. Questi diritti sono stati già riconosciuti dalle Nazioni Unite come immutabili. Quindi, per riuscire a produrre una trasformazione significativa nella lotta palestinese e creare nuove alleanze politiche, si deve esigere il diritto al ritorno dei rifugiati e i diritti dei cittadini palestinesi di Israele.

La coalizione di donne per la pace insiste che qualsiasi iniziativa diplomatica deve mantenere lo status della OLP come rappresentante ufficiale del popolo palestinese alle Nazioni Unite e presso altre istituzioni internazionali, per proteggere e promuovere i diritti del popolo palestinese nel suo complesso. L'OLP viene riconosciuta come rappresentante dei palestinesi sulla scena internazionale, e trae la propria legittimità dai palestinesi in esilio, in Israele e nei territori occupati, così come dal riconoscimento da parte della Lega araba e della stessa ONU. Sottolineiamo che l'appello a ratificare il diritto all'autodeterminazione dei palestinesi non deve compromettere lo status della OLP come rappresentante di tutti i palestinesi. In particolare, ci preoccupiamo la rappresentanza di donne e uomini palestinesi che non vivono in Cisgiordania e Gaza.

Esigiamo la fine dell'occupazione, mantenendo ai palestinesi il diritto al ritorno e il diritto di resistere all'occupazione di tutte le forme legittime e popolari di resistenza accettabili dalle norme internazionali. Ribadiamo il nostro appello alla comunità internazionale ad esercitare pressioni su Israele fino a quando non rispetta i propri obblighi sotto il diritto internazionale.

La Coalizione di Donne per la Pace è una organizzazione femminista che lavora in Israele contro l'occupazione della Palestina e per una pace giusta. E' una voce importante nel movimento pacifista israeliano, che riunisce donne da diverse identità.



giovedì 1 settembre 2011

Comunicato di chiusura del XVo Incontro Internazionale Delle Donne in Nero

Non rinunceremo alla nostra aspirazione a vivere in un mondo libero da guerre, paura e violenza

La chiusura del XV Encuentro Internacional delle Donne in Nero si è svolta in un'atmosfera di gioia e ringraziamento.

*Tessendo voci e silenzi, accompagnamento e solidarietà, le oltre 320 donne provenienti da 15 paesi e da tutte le regioni della Colombia hanno riaffermato la resistenza civile e la nonviolenza come loro strumenti contro la guerra e il patriarcato. Con un "Plantón" (così in Colombia si chiamano le vigil) le DiN si sono accomiatate fino al nuovo Encuentro nel 2013 in Uruguay."

Bogotá – Colombia. 26 agosto 2011.


Dopo 4 giorni di intenso dialogo, di condivisione di esperienze, di ascolto reciproco, di apprendere e riaffermare le proprie posizioni politiche e simboliche contro la guerra e le diverse violenze che si esercitano contro le donne, si è concluso il XV Encuentro Internacional delle Donne in Nero contro la Guerra, a cui hanno preso parte circa 100 donne provenienti da 15 paesi e 220 donne colombiane.

Le testimonianze presentate dalle donne dei vari continenti, i lavori di gruppo e gli interventi di "provocazione" hanno permesso alle partecipanti di conoscere come sono violentate le donne nei loro territori e ad un tempo cosa stanno facendo le stesse donne per respingere queste forme di violenza, quali sono le loro posizioni e le loro esigenze rispetto ai rispettivi governi e alla società dentro e fuori dei loro paesi; e sebbene i cambiamenti in favore delle donne non siano finora quelli sperati, l'importante è che le donne ci siano e continuino a lavorare nei loro paesi, facendo attivismo, solidarizzando tra loro per esigere una società senza militarismi e che garantisca la vita e il pieno sviluppo delle donne.



Le DiN di Colombia, appartenenti alla Ruta Pacífica de las Mujeres, sono state lodate per aver promosso, con il simbolismo che le caratterizza, un Plantón de Mujeres de Negro dove si sono mischiate, tutte truccate allo stesso modo, le colombiane e le internazionali, esprimendo la loro resistenza pacifica. Lì, durante il plantón è stata letta la dichiarazione finale dell'Encuentro, elaborata insieme con le DiN rappresentanti dei diversi paesi partecipanti, nella quale si sono riaffermate le esigenze delle DiN del mondo, e le loro posizioni contro la guerra e le violenze commesse contro i loro corpi e i loro territori.

Un Encuentro per non dimenticare e che dà appuntamento per proseguire al prossimo Encuentro che si terrà in Uruguay nel 2013.




DeclaracionFinal_Italiano[2]

domenica 31 luglio 2011

Raid israeliano al Freedom Theatre di Jenin: Non lasciamoli soli




Lettera aperta dal gruppo che e' stato in Palestina con l' Associazione per la Pace dal 18 al 26 Luglio, in appoggio al Freedom Theatre.





Il 27 luglio, il giorno successivo al nostro rientro dal viaggio dell’Assopace guidato da Luisa Morgantini in Israele e nei Territori Occupati Palestinesi, abbiamo appreso con sgomento che all’alba di quello stesso giorno militari dell’esercito israeliano avevano fatto irruzione al Freedom Theatre che si trova nel campo profughi di Jenin.


L’ennesima violazione, da parte di Israele, della legalità internazionale, perché Jenin, in base agli accordi di Oslo, è classificata come “area A”, a completa sovranità (anche militare) palestinese, dove quindi l’esercito israeliano non ha diritto di accesso.
C’eravamo stati sabato 23 luglio al Freedom Theatre. Ad accoglierci non c’era purtroppo Juliano Mer-Khamis, l’attore, regista e attivista “al cento per cento israeliano e al cento per cento palestinese” – come lui stesso teneva a definirsi - il quale nel 2006 ridiede vita allo “Stone Theatre”, raso al suolo nel campo profughi di Jenin dagli israeliani nel 2002, durante la Seconda Intifada, ribattezzandolo col nome di “Freedom Teatre”

Lo Stone Theatre il (Teatro delle Pietre), era stato fondato dalla madre di Juliano, l’attivista ed educatrice israeliana Anna Mer, che aveva sposato il palestinese di fede cristiana Samil Khamis. Un progetto, quello del teatro, inteso come strumento di educazione alternativa per i bambini del campo profughi segnati dai traumi dell’occupazione israeliana, delle morti e della violenza durante l’intifada, e spesso carichi di rabbia e desiderio di vendetta. Juliano era diventato l’insegnante di quei ragazzi, dei quali filmerà il percorso nel documentario “Arna’s Children” (2003).
La vita di Juliano è stata stroncata nell’aprile scorso dal proiettile di un fanatico.Un omicidio solo apparentemente senza senso: il teatro che ha coinvolto i ragazzi di Jenin ha permesso loro, attraverso la creatività, di elaborare la disperazione e i lutti subiti, trasformando la sete di vendetta in desiderio di giustizia e di liberta’ da rivendicare attraverso la pratica della cultura e della nonviolenza.

La morte di Juliano non è stata però sufficiente a far serrare le porte del Freedom Theatre, perché la sua energia, i suoi ideali, i suoi sogni, erano condivisi dalle persone intorno a lui. Tra loro Zakariya Zubeidi, ora trentacinquenne, un combattente della Seconda Intifada, l’unico superstite del gruppo di ragazzi del Teastro di Arna. Zakariya che ha scelto di deporre il fucile e abbracciare la lotta pacifica. Che ha il viso segnato dai sei attentati subiti dalle unità speciali dell’esercito israeliano. Che dopo la morte di Juliano temeva di essere in pericolo anche lui insieme agli altri suoi compagni nel campo di Jenin, ma che ora ha un solo desiderio: non veder morire più nessuno di morte violenta.

E allora questi ragazzi non si sono dati per vinti: sono riusciti ad ottenere nel campo la protezione della polizia palestinese (che non li salva pero’ dall’intervento dei soldati israeliani) e con l’aiuto e la solidarietà degli internazionali stanno proseguendo il lavoro del teatro, i corsi di recitazione, l’allestimento degli spettacoli Gli studenti del primo anno sono appena tornati dall’aver portato l’ultimo spettacolo in Francia.
Li abbiamo incontrati e ascoltati nella sala del teatro, sui loro volti la luce di chi ritrova il coraggio di non abbandonare i propri sogni, la gioia che nasce dalla forza di vincere la disperazione per raccogliere l’eredità di chi non c’è più. Per non farlo morire ancora una volta, per farlo continuare a vivere. Parlando con noi hanno ribadito il loro messaggio a chi ha assassinato Juliano: “Avete ucciso lui, ma non potete uccidere le sue idee e il bisogno di liberta’”. Era palpabile la loro potenza, l’energia prorompente di chi ha scelto di combattere nutrendo l’umanità, di non uccidenderla anche dentro di sé.

Tutti noi – con un groppo in gola – abbiamo sentito che quei ragazzi possono farcela. E il raid israeliano dimostra quanto la loro determinazione e il loro lavoro culturale facciano paura – più delle armi - ad Israele.

Ma non dobbiamo lasciarli soli! Il Freedom Theatre è un patrimonio che appartiene non solamente a chi combatte per la libertà della Palestina, ma anche a tutti coloro che si battono per la giustizia attraverso azioni non violente. È un piccolo prezioso tempio di pace e di speranza in un mondo più giusto e umano, e tutta la società civile dovrebbe farsi carico della sua difesa e della libertà delle persone che gli danno vita.

NON LASCIAMOLI SOLI !

  • Facciamo circolare, inviamo messaggi di solidarietà al sito www.thefreedomtheatre.org
  • Raccogliamo i fondi per l`affitto di un anno della nuova sala per la scuola del teatro.
    Occorrono 8.000 euro (ottomila). Potete versare sul conto intestato: Associazione per la Pace su Banca Popolare Etica
    IBAN: IT 27 F 05018 03200 000000504090
    Causale: Teatro della Liberta’ – Jenin


Per info: lmorgantiniassopace@gmail.com

martedì 26 luglio 2011

XV Incontro Internazionale delle Donne in Nero


Quest’anno dal 15 al 20 di agosto 15 donne in nero della rete italiana, da Napoli, Bologna, Padova, Torino, Verona si recheranno a Bogotà, Colombia per partecipare al XV Incontro Internazionale delle Donne in Nero mentre da altri paesi europei e da tutti gli altri continenti partiranno altre delegazioni.

E’ la prima volta che realizziamo questo incontro in America Latina, dove donne da tutto il mondo si riuniranno per affermare tutte insieme “Un No Rotundo a La Guerra” come dicono le colombiane.




Tante ragioni per fare della Colombia lo scenario del XV Incontro internazionale delle Donne in Nero, ma soprattutto un conflitto armato vecchio di più di 40 anni nato dalla radicalizzazione delle lotte sociali degli anni ’70 in lotta armata contro l’ingiustizia sociale e la repressione, la formazione di violenti gruppi paramilitari e il confronto feroce con l’esercito per il potere, continua a insanguinare il paese e si interseca volta a volta con gli interessi della droga ( la Colombia è uno dei maggiori produttori di coca) con quelli delle multinazionali che aiutati da esercito e paramilitari, espropriano i terreni per impiantare le loro aziende, nel paese delle biodiversità, dei fiori, della frutta, dei colori,con una ricchezza infinita di acqua che fa gola a molti.

Ma soprattutto la presenza di un movimento di donne molto vasto, organizzato e deciso a lottare per porre fine al conflitto armato, con cui intratteniamo relazioni da molti anni e che hanno aderito alla rete internazionale delle Donne in Nero. Loro hanno bisogno anche di noi, della nostra presenza internazionale, per non essere sole di fronte ad attori armati potenti e spietati, il nostro sostegno e l’avallo alle loro pratiche e contenuti da parte di una vasta rete di donne, testimoni internazionali di ciò che accade in quel paese dietro l’apparenza di una democrazia, costituisce un forte spinta ad andare avanti superando la paura e la difficoltà ad affermare la possibilità di una lotta non violenta efficace sia contro il conflitto armato che per la giustizia sociale.

L’incontro è organizzato dal movimento femminista e pacifista della Ruta Pacifica de las Mujeres che è formato da più di 300 gruppi e organizzazioni di donne appartenenti a 9 regioni della Colombia. A turno nel paese manifestano in silenzio e in nero, ogni ultimo martedì del mese con performance simboliche contro la guerra e le conseguenze nefaste sulla vita e sui corpi delle donne.

La Ruta Pacifica de las Mujeres è nata nel 1996, le donne che hanno aderito hanno deciso di rompere il silenzio e il ciclo della paura che caratterizza la guerra, assumendo ognuna la responsabilità delle proprie scelte.

Le donne colombiane sanno usare molto bene il simbolico nelle performance che accompagnano le manifestazioni, esprimendo con creatività i loro obiettivi; nelle cerimonie/rituali che affondano le loro radici nell’antico culto delle divinità femminili e nella madre terra/Pachamama, in qualche modo confondendole e che servono per dare un senso più profondo alla sorellanza fra donne e alla responsabilità che ognuna porta anche per l’altra;nei tribunali delle donne per verità, giustizia.

Spesso le loro espressioni sintetiche e talvolta poetiche per esprimere i contenuti di lotta sono di esempio per la loro efficacia, contro la guerra “no parimos hijas y hijos para la guerra” “ni las niñas, ni los niños para el machismo,la violencia y la guerra” “ni guerra que nos mate, ni paz que nos oprima”, “las mujeres paz haremos” contro i fondamentalismi “Tu boca es fundamental contra los fundamentalismos”, per la depenalizzazione dell’aborto per cui le donne sono ancora criminalizzate “La mujer decide, la sociedad respeta, el estado garantiza”, nelle manifestazioni contro la violenza domestica e nella coppia “el maltrato no es amor”, “si te maltrata no te ama”.

Le abbiamo usate anche noi traducendole, nelle manifestazioni di questi ultimi anni contro la violenza maschile sulle donne e contro la guerra e con successo, le scritte in rosa sulle manine nere sono andate su tanti giornali e sul web. Anche i colori ispirano simbolicamente le manifestazioni della Ruta:
giallo:verità
verde:speranza
bianco: giustizia
azzurro: riparazione del danno
nero: resistenza
rosso:la vita.

Ho partecipato a un loro incontro internazionale nel 2004 e nelle pratiche di svolgimento dell’incontro sono stati presenti momenti musicali con strumenti tradizionali piegati a stili e contenuti confacenti all’incontro, danze collettive, cerimonie di presa in carico reciproca da parte delle donne, arti visive e molto altro, non sono intervalli fra un taller e una plenaria ma parte integrante dell’incontro. E’ stata una esperienza molto interessante che ha lasciato una forte impronta e mi ha anche permesso di creare relazioni mai interrotte con queste donne. Tornare è veramente fantastico.

L’impronta della Ruta è la capacità di coniugare sempre la lotta contro la guerra e i diritti delle donne, tra questi c’è il diritto a “verità, giustizia e riparazione” per tutti i lutti e il dolore causati dalla guerra, motivo conduttore di tutti i movimenti delle donne in America Latina e non solo; la memoria è custodita e usata sempre nelle manifestazioni in cui come in un rosario si gridano uno per uno i nomi delle donne che sono state uccise in quel luogo seguiti dalla parola “presente!” . C’è la lotta contro la violenza sulle donne, violentate da tutti gli attori armati come campo di battaglia e di risposta e offesa al nemico; il 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne, è una data fondamentale per la RUTA che si è costituita proprio attorno a quella data quando tante donne dal paese hanno deciso di recarsi in Urabà in sorellanza con le donne di quel luogo che al 95% erano state violentate.

E i viaggi sono proseguiti con centinaia e centinaia di donne che su autobus si sottopongono a viaggi terribili sulle strade spesso sterrate delle regioni più dimenticate dai governi colombiani in solidarietà e sorellanza con le donne del posto, come il Putumayo dove la popolazione subisce le conseguenze fisiche ed economiche della pratica delle fumigazioni che dovrebbero far sparire le piantagioni di coca ma che nei fatti avvelenano la terra e l’acqua distruggendo ogni possibilità di presente e futuro, incoraggiando le dislocazioni talvolta forzate delle popolazioni che vengono così espropriate di tutto, oppure il Chocò spazzato dal conflitto armato e dalla paura e, per affermare la loro decisione di non volersi far piegare dalla paura le donne della Ruta gridano nelle manifestazioni “Es mejor ser con miedo que dejar de ser por miedo” .

La Ruta Pacífica de las Mujeres attua mobilitazioni simboliche, sociali e politiche contro la guerra, con cui esige che gli attori armati partecipino ad un dialogo e alla negoziazione politica per la soluzione del conflitto e per il rispetto delle norme del Diritto Internazionale Umanitario.



La Rete delle Donne in Nero realizza ogni due anni un incontro internazionale con lo scopo di analizzare gli effetti sulle donne e sulla popolazione civile della guerra, dei militarismi e della corsa agli armamenti, ed anche per rendere visibili e organizzare azioni di resistenza delle donne contro la guerra e per il loro diritto a vivere in pace e senza violenza e con la libertà di scegliere sul proprio corpo e sulla propria vita.

Patricia Tough, Donna in Nero, Bologna

lunedì 25 luglio 2011

Lavori in Corsa: Presentato a New York il rapporto ombra sulla attuazione della CEDAW in Italia


CEDAW è la convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (Convention on the Elimination of All Forms of Discrimination Against Women). E’ un accordo internazionale, onnicomprensivo e legalmente vincolante sui diritti delle donne ed è stata prodotto dalle Nazioni Unite nel 1979. Comprende tutte le forme di discriminazione e promuove misure speciali per realizzare una società non discriminante.

La convenzione pone l’ineguaglianza e la discriminazione contro le donne all’interno del contesto relativo alla povertà, alla razza, alla salute e alla rappresentazione politica, comprende inoltre la discriminazione che avviene all’interno delle mura domestiche. La convenzione Cedaw afferma nel preambolo che: “…è necessario un cambiamento nei ruoli tradizionali sia degli uomini sia delle donne, nella società e nella famiglia, per ottenere una perfetta uguaglianza fra uomini e donne.”


Punti principali della convenzione CEDAW


Articolo 1. Definisce la discriminazione contro le donne
Articolo 2. Gli stati devono condannare e proteggere legalmente rispetto alla discriminazione.
Articolo 3. Gli stati devono prendere provvedimenti provvisori per accellerare i processi di riequilibrio di uguaglianza,
Articolo 4. Gli stati devono mettere in atto politiche per garantire i diritti delle donne
Articolo 5. Riguarda aspetti di pratiche culturali e responsabilità nell’allevamento dei figli.
Articolo 6. Proibisce la tratta delle donne
Articolo 7. Gli stati devono eliminare la discriminazione nel campo della vita politica
Articolo 8. Uguali diritti delle donne per rappresentare i governi
Articolo 9. Uguaglianza relativamente alla nazionalità nel matrimonio e nella cittadinanza dei figli.
Articolo 10. Uguaglianza nell’educazione
Articolo 11. Uguaglianza nell’occupazione
Articolo 12. Uguaglianza nella salute
Articolo 13. Uguaglianza relativamente ai benefici familiari e ai prestiti bancari
Articolo 14. Diritti delle donne rurali
Articolo 15. Uguaglianza davanti alla legge
Articolo 16. Uguaglianza nei diritti rispetto al matrimonio
http://www1.umn.edu/humanrts/iwraw/cedaw.html

La convenzione è stata ratificata dall'Italia nel 1985


Il 14 luglio il Comitato CEDAW delle Nazioni Unite, composto da 23 membri provenienti da tutto il mondo, ha valutato la relazione periodica presentata dal Governo italiano sulle misure adottate negli ultimi 4 anni per garantire i diritti delle donne. La società civile era presente alla discussione. Per la Piattaforma “Lavori in corsa – 30 anni di CEDAW” erano presenti Barbara Spinelli (Giuristi Democratici) e Claudia Signoretti e Simona Lanzoni (Fondazione Pangea).

Il Governo ha presentato le politiche portate avanti in questi quattro anni. Era presente una delegazione in sala e una in videoconferenza: circa quaranta persone in totale rispetto alle due persone del 2005, quando non fu presentato nessun rapporto ombra e la società civile non era presente al dialogo costruttivo tra Comitato CEDAW e Governo.

È la prima volta infatti che la società civile italiana presenta un rapporto ombra e partecipa alla sessione di valutazione del Comitato CEDAW. Il rapporto ha raccolto l’adesione di oltre 120 organizzazioni della società civile.

I membri del Comitato CEDAW oggi hanno posto numerosissime domande, che rispecchiavano la maggior parte dei temi critici sollevati dalla Piattaforma nel Rapporto Ombra.

Le domande hanno toccato tutti i diritti riconosciuti dalla Convenzione.

Il primo gruppo di domande riguardava il quadro legislativo italiano e i meccanismi istituzionali che dovrebbero l’attuazione dei principi della CEDAW e migliorare le condizioni di tutte e tutti. Il Comitato CEDAW ha sottolineato che alla luce della grave persistenza degli stereotipi che riguardano il ruolo della donna in Italia è indispensabile che il Governo garantisca la conoscenza della Convenzione, traducendola e diffondendola.

Numerosissime e interessate le domande sulle strategie che il Governo vorrà adottare in materia di eliminazione degli stereotipi, di partecipazione di tutte le donne, italiane, migranti, di seconda generazione, disabili, rom, alla vita pubblica, sociale, politica, economica e culturale.

“In politica si trasmettono stereotipi sul ruolo della donna come oggetto sessuale: cosa farà il Governo per sradicare questi stereotipi?”.

E ancora molte le domande su salute, tratta, prostituzione, su come è stata affrontata la crisi, sulle molestie sessuali sul luogo di lavoro, sulla violenza domestica.

Durante la sessione il Comitato CEDAW ha più volte espresso la sua preoccupazione per il fatto che dal 2005 ad oggi non si sono registrati sostanziali miglioramenti per le donne in Italia.

Il Comitato CEDAW, sulla base del dialogo avuto il 13 luglio con le rappresentanti della Piattaforma “Lavori in corsa - 30 anni CEDAW” e sulla base del dialogo avuto oggi con il Governo, lavorerà per formulare entro la fine del mese le Raccomandazioni conclusive, che il Governo italiano è tenuto ad attuare per rispettare l’impegno internazionale assunto con la ratifica della Convenzione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne.

Rapporto Ombra CEDAW 2011_ITA (2)[1]

giovedì 30 giugno 2011

Freedom Riders del Mediterraneo


In questo momento nel Mediterraneo, centinaia di persone provenienti da oltre 20 paesi si preparano a salpare per Gaza nella Freedom Flotilla - Stay Human. Affrontano enormi ostacoli. Israele con la complicità dei governi europei e degli Stati Uniti tenta di fermare l'iniziativa con ogni mezzo - la pressione politica ed economica sul governo greco (da cui porti la maggior parte delle navi dovrebbero salpare), i sabotaggi, le accuse isteriche che i passeggeri stanno progettando di attaccare i soldati israeliani con armi chimiche, la circolazione di informazioni false volte a screditare i partecipanti, e l'accusa che la flottiglia è una "provocazione politica".

Per noi, sostenitrici della Flotiglia e dei viaggi precendenti, l'accusa finale è un po sconcertante: naturalmente si tratta di una provocazione politica. Cosa c'è di sbagliato in questo? Qualsiasi atto pubblico di dissenso politico contro lo status quo è una provocazione politica - un tentativo di attirare l'attenzione su un problema, di provocare la discussione e, si spera, il cambiamento.

La provocazione politica pacifica è una parte importante di ogni democrazia. Sappiamo che può anche provocare una reazione violenta da parte di chi non vuole vedere il cambiamento e coloro che prendono parte hanno accettato questo rischio. Non dovrebbero pero' essere tenuti ad accettare responsibita' per aver causato la violenza come Hilary Clinton insinua. La Signora Clinton dovrebbe vergognarsi di usare l'argomento troppo spesso usato contro le donne vittime della violenza maschile, che la vittima è responsabile di aver provocato un attacco violento

Alice Walker, la celebre scrittrice americana e partecipante al Freedom Flotilla sulla nave Usa "The Audacity of Hope" paragona la flottiglia al Freedom Riders nella lotta per i diritti civili e contro la segregazione negli Stati Uniti negli anni 60.

Freedom Riders erano attivisti che viaggiavono sugli autobus interstatali negli stati segregati degli Stati Uniti. Per le leggi federali la segregazione era gia' illegale, ma le leggi erano in gran parte ignorate in molti stati del sud. I Freedom Riders sfidarano questo status quo di segregazione viaggiando su varie forme di trasporto pubblico. I Freedom Riders, e le reazioni violente che provocarono, rafforzo' la credibilità del movimento americano per i diritti civili e richiamo' l'attenzione nazionale al violento disprezzo per la legge e la continuazione della segregazione nel sud degli Stati Uniti. I Freedom Riders sono stati arrestati per assembramento illegale, e violazioni di le leggi razzisti e altri presunti reati.

La Freedom Flotilla - Stay Human è un intervento umano - cosa ben diversa dagli interventi cosiddetti umanitari in cui i nostri governi affermano di difendere i diritti umani con bombe e missili. E' anche diverso da interventi umanitari in risposta ai disastri naturali. Gaza non è vittima di un disastro naturale. Gaza dipende dagli aiuti umanitari, perché privata del diritto alla libertà. Lo scopo finale della Freedom Flottilla è quello di porre fine agli interventi umanitari a Gaza, mettendo fine alla causa.


Come i Freedom Riders i partecipanti al Flottiglia libertà salpicano per Gaza per insistere sul fatto che i diritti umani devono essere universali - che si applicano anche a Gaza. Quando i diritti non vengono applicati ugualmente a tutti, diventano privilegi e privilegi possono essere tolti molto più facilmente.

La lotta contro la negazione sistematica dei diritti ai palestinesi è parte della nostra lotta contro le politiche che impongono scelte politiche ed economiche che trasformano i nostri diritti all'istruzione, all'assistenza sanitaria, al lavoro sicuro e dignitoso in un ambiente sicuro in privilegi che non sono più disposti a concederci.